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Essere umani

Sono le 21.20 quando sulla rossa platea del Teatro Martinitt cala il buio.
L’unica cosa visibile, cristallina, è il palco, illuminato da poche, calde luci. Il minimalismo che contraddistingue i suoi elementi rispecchia appieno la linea di pensiero del trio che vi sale con lenta eleganza: prima Steve, poi Mimi e Alan.
Tre persone semplici, senza pretese, le quali imbracciano subito (sempre con ammirevole pacatezza) le armi del mestiere e segnano l’apertura di uno dei più suggestivi concerti a cui abbia mai partecipato.

“Plastic Cup” è il brano scelto per dare vita all’atmosfera di intimismo e confidenza tra i Low e l’audience, così silente e concentrata a carpire ogni singola parola pronunciata dalla storica coppia di Duluth.
Tutto è un continuum, non esistono segmenti o spezzate: il mare della fluidità vive tra un pezzo e l’altro, tra una strofa e la seguente, tra le immagini randomizzate che animano la cornice della scena e le note provenienti da chitarra, basso, pianoforte e percussioni.
Passano “On My Own”, “Clarence White”, ma è da “Holy Ghost” che la bellezza accecante della voce di Mimi Parker compare in un’epifania da estasi.
La ragazza che siede alla mia destra piange, non riesce a trattenere la propria emotività- e così sarebbe stato per il resto della performance.

Ogni tanto dal pubblico arriva qualche urletto da fan millenario, laddove si capisce quale pezzo stia per essere suonato. Il caso di “Words”, primissimo brano in assoluto dell’epico “I Could Live In Hope”, è il paradigma più giusto da ricordare. Non sembra nemmeno che siano trascorsi diciotto anni dall’uscita di quel disco, l’efficacia è forte e il magone un po’ viene. Al termine dell’esecuzione Mimi sdrammatizza con la frase “Questa canzone probabilmente è più vecchia di alcuni di voi”, detta ridacchiando amichevolmente.

La scaletta si fa sempre più ricca, con i crescendo di “Nothing But Heart”, “Sunflower” e “Murderer”. “Stay” chiude il primo tempo.
Scrosci di applausi e occhi luccicanti fanno rientrare i Low dalle quinte. Alan si sofferma al microfono per dire “Lo so, è questa la giusta atmosfera: voi state seduti sulle poltrone, vi rilassate, ascoltate ciò che suoniamo. Diventiamo una cosa sola, voi e noi”. Seguono ulteriori applausi.
L’encore vede prima “Violent Past”, poi “Last Snowstorm Of The Year”.

Il miglior modo per chiudere la serata e salutarsi non può che essere “I Hear… Goodnight”, dopo la quale i tre fanno “ciao” con le manine e si inchinano, con la rara eleganza che pochi artisti ancora possiedono.
E noi torniamo a casa.
Felici, forse un po’ malinconici.
Ma felici.

Plastic Cup
On My Own
Clarence White
Holy Ghost
Monkey
Waiting
Especially Me
Dragonfly
Words
Just Make It Stop
Nothing But Heart
Sunflower
In The Drugs
Pissing
Murderer
Stay

Encore:
Violent Past
Last Snowstorm Of The Year
I Hear… Goodnight

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