Home > Recensioni > Eureka: Shackleton’s Voyage
  • Eureka: Shackleton’s Voyage

    Eureka

    Loudvision:
    Lettori:

Storia di natura e uomini

Nel pieno del 1914, dopo che sia Amundsen che Scott avevano raggiunto il Polo Sud, un avventuroso irlandese col titolo di cavaliere (sir) dell’Impero britannico, Ernest Shackleton, decise di guadagnarsi fama imperitura attraversando il continente bianco da parte a parte.

“Shackleton’s Voyage” ripercorre fedelmente le tappe di quest’impresa fallimentare ma ugualmente leggendaria. Le musiche del disco sono qui per invitarci a chiudere gli occhi e immaginare: saranno la colonna sonora delle rappresentazioni della nostra mente. E allora abbandoniamoci al grande mare, al quieto e sereno rollio della nave alla partenza, poco più che percepibile sul ponte della Endurance, e la lunga navigata verso sud.

Dopo la tappa alla base baleniera di Grytvyken, ecco a gennaio l’ingresso nel Mare di Weddell, gelido, costellato di iceberg e lastre di ghiaccio dal bianco accecante. La nave, beccheggiando pacifica sopra il blu profondissimo e sotto il cielo chiaro dell’estate antartica, vi si addentra, riempendo di emozione l’animo dei ventotto uomini a bordo. Tra loro, solo Shackleton ha già visto spettacoli simili, ad essi e alla navigazione ha voluto dedicare la sua vita.

Presto però avanzare si rivela impossibile, la nave va alla deriva bloccata dai ghiacci galleggianti. C’è poco da fare, tanto vale spendere un po’ di tempo, anche in allegria, decidendo sul da farsi per il futuro. I mesi passano, l’inverno si avvicina, la Endurance viene definitivamente sfasciata dalla morsa del pack. Non c’è scelta: bisogna tornare indietro, tornare a casa. Con pochi mezzi e carichi di speranza e di brama di vita, partendo da una base di fortuna costruita sulla banchisa, i ventotto marinai guidati da Shackleton si rimettono in viaggio.

L’avventura, dalla durata di quasi quattro anni, naturalmente non finisce qui. Ma quando si riaprono gli occhi, vien da chiedersi: è già finita? È un dispiacere uscire dal bianco mondo congelato che le note semplici e leggere del disco hanno così bene dipinto nei nostri pensieri. Quando una grande storia viene affiancata da una musica così ispirata, be’, il nostro bisogno quotidiano di “bello” può anche spegnersi in pace.

Se fosse la colonna sonora di un film sull’argomento, film ad oggi mai messo in cantiere, “Shackleton’s Voyage” vincerebbe l’Oscar. Come si può possedere la creatività per dare tanta benzina all’immaginazione umana? Frank Bossert, tedesco anonimo ai più, l’ha fatto, lasciando la nostra mente a vagare sognante in mezzo a luccicanti superfici di mare e di ghiaccio, a seguire le vicende di un’avventura lontana nel tempo e nello spazio.

Pro

Contro

Scroll To Top