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Fuori dalle attese

Dopo la deflagrazione di, Già nel tour che seguì la pubblicazione Di “The Final Countdown” gli Europe dovettero affrontare una delle più classiche vicende di una band: lo split del chitarrista che se ne va perché non ci sta più, quando la musica è diventata troppo molle per il suo cuore di rocker di razza. Nei Rainbow fu così per Ronnie James Dio, mentre negli Europe il ruolo del rocker duro-e-puro fu interpretato da John Norum, già un po’ stizzito dall’aspetto che aveva preso il precedente disco della formazione e che proprio non avrebbe potuto farcela a suonare su di un disco che aveva intenzione di diventare ancora più user-friendly e in qualche modo intenzionato ad allontanarsi ulteriormente dalle radici della band.
Assoldato Kee Marcello, un chitarrista più affezionato all’uso di armonici artificiali e tapping, e per questo dal sound molto più “moderna” di John Norum, l aband realizzò un nuovo disco, che vide la luce nel 1988 e prese il titolo di “Out Of This World” – al suo ascolto è facile constatare come Norum avesse valutato bene la situazione, anche se, va sottolineato, non è di standard qualitativi scadenti che stiamo trattando, qui e ora.
Dopo il roboante intro di synth con il quale debuttava l’album e la canzone più famosa degli Europe, “Out Of This World” apre invece il sipario con il coretto a cappella introduttivo di “Superstitious”, a far capire da subito che la band non ha voluto sedersi sulla formuletta evidentemente vincente trovata un paio d’anni prima – continuando così quel cammino e quell’evoluzione che, dal debutto del 1983, non si è mai fermata. Un atteggiamento tanto più degno di nota quando, proprio come in questo caso, il cambiamento di alcuni ingredienti e formalità del proprio sound non viene pagato in termini di qualità complessiva.
“Ready Or Not”, “More Than Meets The Eye”, “Tower’s Calling”, “Let The Good Times Rock”, la riproposizione di “Open Your Heart” (qui meglio suonata e prodotta, ma meno suggestiva della versione originale presente su Wings of Tomorrow) sono solo alcuni degli esempi che potremmo portare a riprova di quanto appena detto. Tutte canzoni con una propria identità, che pur non ripetendo il successo di “The Final Countdown” o di “Carrie”, si dimostrano canzoni di notevole qualità, che mettono il luce il nuovo orientamento stilistico-sonoro della band, sempre di più vicino all’AOR americano, e al contempo sempre più da lontano dall’hard rock grezzo degli esordi. Nonostante le qualità artistiche dell’album, i risultati commerciali riscossi da “Out Of This World”, seppur buoni, non hanno avuto comunque l’entità di quelli ottenuti dal suo predecessore, “The Final Countdown”, forse anche perché mancava un hit vero da traino, praticamene un inno, di quelli che probabilmente si riescono a scrivere una sola volta nella vita. Ma questo è in ogni caso un gran bel disco, assolutamente indispensabile per chiunque voglia approfondire la conoscenza di questa band.

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