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Scommessa al buio

Chi aspettava con ansia il ritorno degli Europe? Probabilmente in tanti.
Chi se lo aspettava così? Verosimilmente nessuno.
Chi si aspettava che una band autrice di una delle canzoni manifesto di un certo tipo di sound, come “The Final Countdown”, tornasse in formazione storica Tempest-Norum-Michaeli-Leven-Haugland dopo diciotto anni (tredici dall’ultimo album “Prisoner In Paradise”, senza John Norum ma con Kee Marcello) per sfornare un disco come “Start From The Dark”, l’opera più cupa, dai suoni più grassi, dalle melodie meno ariose, dall’aspetto più piegato su se stesso, insomma più lontana da quanto ha reso celebri Joey Tempest e compagni sotto il monicker, ormai griffe, Europe?
Sembra strano, ma è invece proprio così che i Nostri si ripresentarono al pubblico, esattamente nel momento in cui ci si sarebbe attesi un collage di out-take dei dischi pubblicati negli anni ’80, loro giocarono d’azzardo e puntarono su un disco moderno, al passo coi tempi, che disorientò più di un vecchio fan.
Pensare all’evoluzione continua e alla poliedricità che hanno sempre caratterizzato questa formazione avrebbe dovuto preparare un po’ tutti a un ritorno di un nome che non significava per forza il ritorno del loro hard rock melodico ’80ies style (AOR scandinavo, se preferite), né tantomeno delle atmosfere più grezze e “metal” degli esordi. Nonostante le notizie che circolarono durante la preparazione del disco, suggerivano l’idea di “bei tempi andati”, essendo toranto all’opera lo stesso team, band e produttore (Keith Elson) che avevano lavorato per “The Final Countdown”.
Gli Europe hanno però fatto bene a spiazzare, perché, al varco, erano pronti plotoni di cechcini pronti a far fuoco sui malcapitati svedesi al primo cedimento alla nostalgia. Al primo “pàrapàaaapà” di tastiera, insomma.
Forse è per questo che la performance di Mic Michaeli viene data per dispersa, vittima di un mixing che ha trasformato in un’impresa scorgere chiaramente l’apporto del suo strumento. Uno fra gli elementi distintivi del sound della band di una volta, che non sono tornati: tutti prigionieri in paradiso che paiono non essere stati rilasciati. E anche le melodie sono diverse, malinconiche e inquiete, non più solari né serene (cfr. “Flames”, “Reason”); John Norum non imbraccia più la sua Stratocaster ma una Les Paul con l’accordatura abbassata che, suonata con Toni Iommi in mente, fatte le dovute proporzioni, ricorda non raramente Zakk Wylde.
L’album non è però assolutamente da trascurare, pezzi buoni ce ne sono, per esempio “Got To Have Faith” e la title track, che esemplificano un buon compromesso tra passato e presente, oppure “America”, “Spirit Of The Underdog” e l’acustica “Settled For Love”. Ma al di là dei momenti per l’album migliori, il songwriting non pare comunque particolarmente efficace, i pezzi piacciono ma non lasciano il segno: è questo a inquinare la gioia di rivedere di nuovo insieme questi cinque (ormai non più tanto) ragazzi, al di là di tutte le considerazioni stilistiche del caso.

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