Home > Report Live > European Tour 2008

European Tour 2008

The show must go on. I Queen ci sono. Irrompono sul palco con una carica inaspettata, un rombo di meteore che esplode sui maxischermi e che annuncia, con il vigore di sempre, il loro tanto atteso ritorno. 250 faretti roteanti, una passerella dove appendere la propria voce agli occhi spalancati degli astanti in adorazione. E le immagini di Freddie che, ogni tanto, fanno capolino sui monitor con rispetto e malinconia. È un live che non ha il sapore della commemorazione. Non c’è concorrenza col passato. Né la voglia o l’intenzione di emulare. Tra tutte le reunion pare che questa sia una tra le pochissime messe in piedi col sentimento.

Ed è proprio il sentimento ciò che si respira al Datchforum di Milano, la dolcezza oltre le fibbie e le cerniere di Paul Rodgers, che si avvicina con cautela alla voce del vecchio Mercury. Ma che rimane comunque se stesso: energico ma non troppo, muscoloso ma senza retorica e sorridente dietro il taglio minuscolo del suo sguardo che giunge sino a noi dai lontani anni ’60. “I Want It All”, “Bycicle”, “Crazy Little Thing Called Love”: snocciolano vecchie glorie, ma senza esagerare. Hanno un album nuovo alle calcagna, che ha il respiro del rock. E il cuore del concerto lo lasciano proprio al loro ultimo lavoro, che affiancano a una session acustica.

Ma è proprio in questa parentesi, in cui il palco si adombra e la cima della passerella si illumina, che Brian May, il vero showman della serata, regala al pubblico sospeso qualche vecchio brano e molte emozioni in più. “Love Of My Life” è il fulcro di quel momento ipnotico dove il timido chitarrista, per qualche attimo, si ferma, perdendosi nel vuoto dei propri ricordi e fissando l’aria come in attesa di qualcosa che, purtroppo, non ritornerà mai più.

Poi, sulla china dello spettacolo, “Bohemian Rapsody”: oltre il buio del ricordo in un palco immobile, scivola il volto di Freddie che sussurra per un’ultima volta ancora “I don’t wanna die…” e si perde in un caleidoscopio di immagini ritagliate, costumi, timidezza, trasgressione. Fino a giungere all’irruente delicatezza della chitarra di Brian. Ferma e decisa. Piena e discreta.
Chiudono con l’energica “We Will Rock You”, in una costellazione di battimani nell’aria, e “We Are The Champions”, nostalgica esplosione che declina lungo le note scintillanti dell’inno inglese. Con speranza e commozione.

Scroll To Top