Home > Recensioni > Evanescence: The Open Door
  • Evanescence: The Open Door

    Evanescence

    Data di uscita: 10-10-2006

    Loudvision:
    Lettori:

Così (non) sia

Qualcosa, dev’essere andato storto. Qualcosa, forse una troppo alta ambizione, un’indomabile pulsione autocelebrativa, forse… Tutte le buone idee di quest’album, i numerosissimi arpeggi base suggestivi e romantici, divorati dall’interno, distorti, tirati sino ad un eccesso in cui divengono indistinguibili, inscindibili dal risultato barocco e confuso.
“Fallen”, datato ormai 2003, cui dobbiamo il riconoscimento internazionale degli Evanescence come portavoce dell’avanguardia goth-rock, era, criticamente, un debutto ben poco originale, talvolta ingenuo, molto spesso ripetitivo. Ma aveva un innegabile pregio: era tremendamente e semplicemente catchy. Ma di quel piglio così orecchiabile, nulla è rimasto; unici due punti di contatto con lo storico, sono un’attenzione mirata alla magnificenza del suono, ed una ricercatezza ampollosa, in “The Open Door” quasi pedissequa, di arrangiamenti (vocali e strumentali), sovraincisioni e campionamenti. Detto questo, possiamo sintetizzare questa nuova uscita come: uno schizofrenico assemblamento di spunti incoerenti e sopravvalutati. A salvarsi, soltanto “Like You” e “Good Enough”, ballate pianistiche sullo stile di “My Immortal”, quasi minimali, se messe a confronto col circostante caos. Un caos di momenti dal taglio caratteriale radicalmente diverso non solo tra canzone e canzone, ma persino all’interno dello stesso brano, ove le aperture ariose possono giungere inaspettate ed inopportune, senz’alcuna soluzione di continuità né tonale, né atmosferica. Cacofonico, esagerato, esasperato dall’attitudine urlante d’una Amy Lee da sempre incapace sia di trasmettere una benchè minima sensazione, frigida apatica, sia di estendere il luogo di provenienza della voce al di là di naso e gola. Ed ancora, cori e strings che piovono dall’alto senza preavviso, note di piano che si perdono nel marasma elettronico, innumerevoli autocitazioni a testimonianza di quanto questi ragazzi si stimino, ed una vena epico-sinfonica che, probabilmente, agli Evanescence faceva tanto metal. Una produzione monolitica ed un bel visino, a questo punto, non possono davvero più bastare. Ci siamo già lasciati sedurre da “Fallen”: io non faccio eccezione… Errare humanum est, perseverare diabolicum. Così non sia. Amen.

Scroll To Top