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Unico ma caotico

Gli Event nascono come prog metal band stilisticamente vicina a Queensryche, Fates Warning e Dream Theater. Passano un paio di album, la band va in tour con, tra gli altri, Porcupine Tree, Planet X, Spock’s Beard, Dokken e si arriva alla prova delicatissima del terzo passo discografico: “Scratching At The Surface”, un lavoro coraggioso che cerca di unire come può l’odierno rock americano, easy-listening e post-grunge com’é, con alcuni elementi del prog metal noto ai più.
Insomma con “Scratching At The Surface” si propongono canzoni che, al di là di una superficie fatta di apparente semplicità, nascondono un substrato di ricerca musicale, tecnica strumentale e gran lavoro di produzione, a creare in tal modo una formula personale e nuova, fresca, che in questo senso giustifica per alcuni l’attribuzione della dicitura “prog rock”. Se la spiegazione dovesse apparirvi un po’ oscura, chiediamo scusa, ma questo platter non è facile da capire fino in fondo, la stessa etichetta discografica, alla sua uscita, si è preoccupata di accompagnarlo con una nota di presentazione bella sostanziosa, sicuramente per scongiurare curiosi e antipatici misunderstanding. Due pagine per invitare il lettore a non focalizzarsi unicamente sull’aura commerciale del disco, del tutto voluta, ma a grattare via la superficie (…) e notare il gran lavoro dietro alla batteria compiuto da Matt Scurfield (che bisogna ammettere piace non poco), o l’accuratissima produzione curata da Shaun Michaud e altri elementi analoghi… questo è il messaggio di chi vende il prodotto.
Il nostro “messaggio”, pur concordando con quanto appena riferito, è invece un po’ differente. Bisogna infatti aggiungere un paio di notazioni: il disco dimostra senza dubbio come certe barriere tra musica più o meno “colta” e musica “commerciale”, non siano poi così invalicabili, questo è uno dei suoi meriti più importante, ma la formula utilizzata in quest’occasione non rende ancora al meglio. All’ascolto, infatti, più volte si nota come questo lavoro abbia la tendenza ad assestarsi a metà del guado tra lo spartito e il rendiconto vendite / la ricercatezza del progressive e l’accessibilità del rock radiofonico, risultando poco caratterizzato sia sotto un punto di vista che sotto l’altro. In breve: né carne e né pesce, troppo ostico per i normali fruitori della mainstream music, troppo “facile” e vicino a certi brutti ricordi per chi è avvezzo e affezionato a sonorità distanti anni luce da MTV e i suoi eroi. E poi diciamo pure che un pugno di marginali passaggi strumentali in più non bastano, da soli, a richiamare l’attenzione di un certo pubblico.
L’accostamento tra “Make Your Way”, con un attacco che sembra scritto dagli Smash Mouth, e la conclusiva “Too Much”, nella quale si guarda da neanche poi così tanto lontano i Tool (o se preferite gli A Perfect Circle), può far perdere la bussola all’ascoltatore, e non è detto che sia un buon segno quando il songwriting non è di gran livello. Lo space-rock abbozzato di “Into the Fray” o i passaggi del background strumentale di “All Too Real” aggiungono altri ingredienti a quello che è l’Event-Sound, che è sì per certi versi coraggioso, ma che risulta purtroppo ancora soggetto al rischio congestione.

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