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Every breath you take

Terza e conclusiva giornata dell’Heineken Jammin Festival, fino a qui trionfante nella cornice veneziana, diretto da un’organizzazione esemplare grazie alla quale non si sono mai verificati incidenti o ritardi in scaletta. E gratificato da un meteo che si fa perdonare per i malumori dell’anno passato.

È una domenica importante, in cui si accumulano diverse critiche centralità: l’analisi dello stato di salute di una band come i Counting Crows. I timori per i Baustelle alle prese con l’enorme palco delle grandi occasioni, ma dopo le titubanze del tour di “Amen”. Soprattutto, la condivisione dello stesso palco di Alanis Morissette, Italia-Spagna e l’Evento: The Police. Quindi, due premesse creative, due potenziali headliner che potrebbero far spettacolo per due ore di fila ciascuno, e l’evento calcistico, che è condizionale umorale per la cultura nostrana, e di cui sarebbe stato difficile predire le conseguenze.

Se è vero che il buon lavoro è la semina per il buon raccolto, il campo fiorisce di spettacolo oltre ogni rosea aspettativa. L’inizio è già sorprendente: alle 15.30 riemergono, dopo anni di silenzio sia discografico che dal vivo, i californiani che hanno saputo dare un tocco di creatività in più al pop-rock anni ’90. E lo fanno in gran forma. Aprono lo show con una dialogica e coinvolgente “Le Ballet D’Or” instaurando un immediato feeling con il pubblico. Gli viene molto semplice, perché sanno dimostrare di aver costruito nella loro carriera una mirabile sintesi di belle melodie, cantabilità contagiosa e facilmente assimilabile, estro, ed un mix di influenze. Questo conferisce all’ensemble il potere di intrattenere, coinvolgere e mantenere costantemente elevato l’interesse.

Adam Duritz è simpaticamente goffo, trasportato sull’onda delle sue interpretazioni; pure muovendosi molto, l’intonazione ed il suo cantato-parlato non mostrano mai incertezze. Dai classici di “Have You Seen Me Lately”, “Recovering The Satellites”, “A Long December”, fino alle ultime “Hanging Tree”, “Mr. Jones” e “Cowboys”, si passano a rassegna tutti gli episodi più celebri e particolari dei cinque capitoli della discografia. Grande intesa tra i sette polistrumentisti, che riversano sul pubblico il composito prisma cromatico dei timbri rock delle chitarre, costantemente addolciti dal generoso intarsiarsi del pianoforte. Ottima anche l’esecuzione, piacevole fino agli ultimi atti che comprendono la cover presente in “Hard Candy”: “Big Yellow Taxi”, e “Holiday In Spain”. I Counting Crows sono in piena forma, capaci di tenere il palco con un carisma insolito, ma avvincente.

La più delicata delle performance attese oggi era certamente quella dei Baustelle. Perché ci si aspetta molto da loro, dalla loro ispirata ironia, e musicalità complessa, accattivante, seducente, ed al medesimo tempo maledettamente feroce. Perché sono in un momento di grazia, in cui non si può sbagliare. Perché già qualche volta le recensioni dei loro passati concerti del tour di “Amen” hanno denunciato lo scricchiolare di qualche elemento che toglieva unità all’amalgama.

Oggi è successo quello che ogni onesto estimatore di questa formazione poteva desiderare: hanno affrontato e superato ogni dubbio riguardante la loro esecuzione, hanno stupito per compattezza, e hanno confermato quanto gli è propria la dimensione del rock fuso nella canzone d’autore, stemperato nel country e nell’elettronica. Certo, Bianconi non è il genio del vibrato, e non è nemmeno un animale da palcoscenico, ma ha praticamente centrato ogni interpretazione e rifinitura d’ironia feroce nelle intonazioni. Guardandolo bene, l’istrionismo sornione dei suoi movimenti accompagna col giusto tono l’esibizione.

Sebbene nell’insieme il combo tenga il palco in modo eccessivamente statico, è indescrivibile la sensazione del feeling riprodotto dalle loro nuove “Colombo”, “Charlie Fa Surf” e “Il Liberismo Ha I Giorni Contati”: geniali nelle maliarde sensualità melodiche, trascinanti nel loro vortice. Nonostante la gran parte del tempo a disposizione sia stato investito sul recente “Amen”, i balzi temporali non si fanno mancare, pochi ma preziosi: “Gomma”/”Riformatorio” riportano ai maliziosi fasti degli esordi i fan della prima generazione. Tuttavia il suono eccessivamente impastato e le acerbe ingenuità compositive dell’epoca, fanno scivolare le due canzoni come episodi sottotono.

Brilla per compartecipazione emotiva di tutta la formazione “L’aeroplano”, commovente ed intensa. Drammatica come un brano intimista, eppure esplosiva nelle ariose aperture del ritornello. Dà sicurezza sulle capacità di Rachele, sfortunatamente penalizzata da scelte di soundcheck che hanno seppellito la voce tra gli arrangiamenti, togliendo spessore al suo bel canto. Infine, “Un Romantico A Milano” e “La Guerra È Finita” danno una discreta rappresentanza a “La Malavita”; ma per chiudere le danze ci vogliono i Fiori del Male, e quindi l’elettronica sapientemente indocile di “Baudelaire”.

Complessivamente, nei loro limiti di carattere, intesi come di presenza scenica, questa incursione dei Baustelle in un festival delle dimensioni dell’Heineken è piaciuta, e dimostra che i mesi di tour estensivo altro non hanno fatto che bene per l’affiatamento. Lode a Sergio Carnevale, che con una performance maschia ha impartito ritmo e carisma.
[PAGEBREAK] Scoccano le 19, ed iniziano i preparativi per un palco più curato, personalizzato, particolare. Si guarda l’orologio, in attesa di Alanis Morissette, e si ammazza il tempo ironizzando se chiamare Donadoni o l’arbitro per far slittare la partita e consentire la totale esecuzione della scaletta prevista, di sessanta minuti abbondanti.

Il pubblico, adesso, è davvero quello delle grandi occasioni di qualità. Meno numeroso rispetto alla moltitudine di sabato, ma voglioso di musica; più femminile in questo frangente, poiché l’eroina del rock canadese, da “Jagged Little Pill” in poi, ha intrapreso un percorso autoriale decisamente più dolce e rivolto ad un pubblico più delicato. Dopo una buona mezz’ora, ad imbrunire avanzato, la band di turnisti fa il suo ingresso, mentre in sottofondo una versione intro di “Moratorium” apre le danze con aria drammatica e sognante.

La voce da sirena incantevole già vibra sotto il palco, fino al suo ingresso che genera un moderato fragore, a cui segue la sorpresa per l’azzeccata continuità umorale di “Uninvited”, vocalmente pennellata ad arte nelle sue strofe agrodolci e nei saliscendi di tonalità. La vera sorpresa per i fan italiani è la ricca selezione proprio da quell’album d’esordio per il nostro mercato, quel “Jagged Little Pill”, che aveva convinto stampa e critica a tutti i livelli. “All I Really Want” acquista una nuova maturità, l’acustica “Perfect” ammansisce e fa chiudere gli occhi, la country rock “You Learn” giostra di ispirata sensibilità e si arricchisce dell’armonica, che diventerà un giocoso strumento aggiunto alla voce e protagonista di una simpatica gaffe.

Generosa la prestazione dell’ugola d’oro Alanis, aggraziata, potente e con un timbro inconfondibile; generosa come le sue nuove forme, che la rendono un po’ paffutella e divertente, quando balla ed interagisce con gli strumentisti presentati tra una canzone e l’altra. La band cerca unità troppe poche volte, purtroppo, e trova molto spesso conforto nelle soluzioni individuali e personali. Il rodaggio e la professionalità concedono uno spettacolo senza sbavature, ma rammentano ogni minuto il motivo per cui il progetto si chiami, appunto, Alanis Morissette.

Lasciando i pirotecnici ed assimilabili brani d’esordio, Alanis concede una visione da “So Called Chaos” con la confortevole “Eight Easy Steps”. Per condensare, poi, sorpresa ed aspettative sulla resa dei brani più nuovi, in dosi sapientemente misurate nei punti nevralgici del concerto: prima e dopo i ritornelli e le melodie più popolari per il pubblico. Gli estratti dall’ultimo “Flavors Of Entanglement” restano quindi a decantare, e colgono il pubblico preparato solo dopo la prima mezz’ora. “Versions Of Violence”, l’irrinunciabile “Underneath”, qui leggermente più intimista che nel disco, e la reprise di “Moratorium” soddisfano le giovani accorse a Venezia per entrare in quell’universo un po’ tutto personale che Alanis è capace di evocare, fino alla celebre “Thank U”, che chiude tra applausi la prestazione maiuscola della cantante.

Dieci secondi dopo aver sgomberato il palco, gli schermi si affrettano a cambiare canale e si entra, in medias res, nel match diretto per i quarti di finale dei campionati europei 2008. Sting, Summers e Copeland attendono senza fretta l’evolversi di Italia-Spagna, una deludente tiritera di occasioni sprecate e scelte di formazione sbagliate sin dalle convocazioni. Si paga profumatamente la fiducia di poter chiudere tutto giocando alla lotteria, complice soprattutto la mancanza di lucidità dei rigoristi davanti ad un sanguefreddo come Iker Casillas.

Si spengono in fretta i monitor all’inizio delle esultanze iberiche. Ancora una volta è il pubblico a stupire positivamente nella giornata di domenica: la reazione psicologica è da veri amanti della musica. Il mito è lì dietro all’enorme palco, e si grida: “FUORI, FUORI, FUORI“, perché il miglior riscatto ora sono i The Police, Loro sono l’unica vera ragione dell’adunanza accorsa al S. Giuliano il 22 giugno, e la vera musica è quella che mette d’accordo gli stati d’animo all’unisono.

I fan dei The Police italiani sembrano una forma di pubblico eletta: se quelli di Vasco del giorno precedente assomigliavano a degli esaltati da stadio, chi fino a un secondo prima era ultras azzurro, improvvisamente diventava un intenditore del rock più fine. E con mia grande sorpresa, scopro che ci sono persino giovanissimi in grado di esaltarsi alle prime note dei pezzi conosciuti a memoria; ragazzi pronti a saltare a ritmo di grandi classici con le infradito nel fango creato dagli spari sopra degli idranti nel tardo pomeriggio. Pronti a vivere quell’evento come un supporter davanti alla propria band preferita ancora attiva e presente.

“Get Up, Stand Up” di Bob Marley invita tutti a scaldarsi e prepararsi per l’incipit. Copeland appare dal nulla a colpi fragorosi di gong, Andy Summers imbraccia la sei corde dei tempi d’oro dei Police con respiro sicuro, mentre Sting, rigorosamente per ultimo, calca il palco con umiltà sorniona. Quasi stupito della figura di sé che è in grado di imprimersi sugli spettatori. Il Parco S. Giuliano emette un boato; la forma fisica smagliante dell’inglese, ormai ospite fisso nel nostro paese, continua a mietere incredulità.

“Message In A Bottle”: e si capisce subito che aria tira. Tre musicisti, che riempiono l’arena enorme come se fossero in otto a suonare. Uno stile unico e riconoscibile, che piace senza mai stancare. Una voce dal timbro importante, epidermicamente fuori da questo mondo, intonata nel modo migliore possibile, esteticamente intrigante. Talento che si spande nell’aria, mentre Sting talvolta finge, divertito, di non ricordarsi i suoi pezzi più famosi.

Summers si inventa gli assoli più preziosi e densi di stile, nelle improvvisazioni che lo vedono andare in osmosi con la pulsante ritmica intelligente del frontman. Il quale coglie, in questi momenti, l’occasione per passeggiare ai limiti del palco e salutare il pubblico, salvo poi tornare da Andy per cercare l’intesa perfetta e qualche strusciamento di posa rock. Anche la divertente e piacevolissima “De Do Do Do Dea Da Da” trasuda classe; il pubblico canta di rimando e l’interazione è frequentemente incentivata da Sting, il quale vuole che tutti siano partecipi di questa reunion. Il trio in primis avverte di certo quanto stia rappresentando questo momento per il pubblico.

In rapida successione: “Every Little Thing She Does Is Magic”, “Walking On The Moon”, “Demolition Man”, Sting che interviene parlando per tutto il concerto in italiano; e poi “Roxanne”, “King Of Pain”, “So Lonely” e la conclusiva, attesissima, “Every Breath You Take”. È facilmente immaginabile come il vortice strumentale, il carisma melodico, la ritmica vivace rendessero ogni minuto qualcosa di unico.

La chitarra di Summers è uno scintillìo di note chiarissime, tra sfumature tenui, il jazz, ed il rock inconfondibile di sua matrice. Basata su riff molto dialogici e comunicativi, di trame fitte ma semplici, protagoniste di gradevolezza. A sorreggere la sei corde sono la mobile ritmica di Sting, e la personalissima tecnica sopraffina di Copeland: insieme, dilagano per l’arena offrendo uno spettacolo che ha dell’irripetibile e che sfiora, quando addirittura non lo tocca, l’assoluto.

Il palco si svuota, e dal pit sottostante si urla finalmente “OLE, OLE-OLE-OLEE, POLIIICE POLIIICE“. Che vuol dire qualsiasi cosa, anche una risposta sincera alla giornata di ieri; ed Andy Summers richiama tutti all’ordine per l’ultimo pezzo, “Next To You”. Il saluto è un arrivederci, ma probabilmente ad avventure separate dei tre eccellenti artisti, ciascuno impegnato da tempo nella propria carriera solista.

Si conclude così l’edizione 2008 dell’Heineken Jammin Festival, tra la sensazione di un miracolo appena accaduto ed il respiro di un evento difficile da archiviare. Alla fine, i commenti restano talmente increduli, che per razionalizzare ci si appiglia all’ironia sull’età del trio, sui sessant’anni in media, ma portati con una forma tale da mandare a casa la quasi totalità dei musicisti che hanno suonato prima di loro.

Con un pizzico di meraviglia portata con sé, si abbandonano i due palchi ed il verde spazio che ha accolto un festival, quest’anno, di altissimo livello. Arrivederci al 2009, forse, di nuovo a Venezia!

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