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Ewan McGregor: “American Pastoral mi ha cambiato la vita”

Ewan McGregor ha incontrato la stampa a Roma insieme a Jennifer Connelly, per presentare il suo debutto alla regia, “American Pastoral”, adattamento del celebre romanzo di Philip Roth nel quale interpreta anche la parte del protagonista: scritturato infatti per il ruolo di Seymour “Lo Svedese” Levov, una volta ultimata la lettura del copione ne è rimasto talmente coinvolto da decidere di cimentarsi con la regia, esperienza che bramava di fare da moltissimo tempo.

È stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita” ha raccontato McGregor, “era qualcosa che volevo fare da tantissimi anni e avevo grandi aspettative su come sarebbe potuto essere, mi affascinava il dialogo creativo con tutti i collaboratori, dall’autore della sceneggiatura fino agli ultimi momenti della post produzione. Sono nate nuove relazioni lavorative con costumista, direttore della fotografia, scenografo… ed è stato bellissimo anche lavorare con gli attori, come immaginavo. Abbiamo costruito insieme ogni scena. E poi ho potuto finalmente vedere tutto ciò che succede oltre al momento in cui la telecamera inizia a riprendere, tutto ciò da cui in genere noi attori veniamo protetti: i dissidi nella troupe, i limiti di budget, la necessità di gestire tutto e tutti, gestire le paure di tutti e tornare a casa con le mie… è stata un’esperienza che mi ha fatto crescere”.

Ewan McGregor non aveva mai letto il libro, ma la dopo aver girato l’ultima pagina del copione si è scoperto commosso (“non capita spesso di piangere su un copione”) e si è lanciato nell’impresa di adattare il romanzo di Roth, puntando i riflettori soprattutto sulla relazione padre-figlia, dove l’infrangersi del Sogno Americano è il perno su cui ruota lo scontro tra generazioni incapaci di comprendersi davvero. Lo Svedese interpretato da McGregor, anche più della moglie ex-reginetta di bellezza, è capace infatti di un amore sconfinato per la figlia, nonostante il sospetto che la giovane si sia macchiata di un crimine orribile.

“Da attore, per ogni ruolo che interpreti, o trai spunto dalla tua vita o dall’immaginazione. Se interpreto un serial killer — almeno così accade per me — mi affido all’immaginazione, se interpreto un padre di famiglia posso trovare ispirazione nella mia esperienza privata, e così certamente è successo in questo caso” ha spiegato McGregor.

La co-star Jennifer Connelly, invece, ha preso le distanze dal suo personaggio: “Non credo che Dawn mi rispecchi come personaggio o come madre, però mi affascina. Una cosa che amo del mio lavoro è proprio passare il tempo nei panni di un personaggio che non mi assomiglia ma che mi permette di vedere le cose da un altro punto di vista. Provo profonda compassione per lei, e mi ha molto commosso il rapporto con sua figlia”.

Senza dubbio sarete tutti curiosi di sapere come se l’è cavata Ewan McGregor con la sua prima regia, soprattutto pensando alla grande varietà di filmmakers con i quali ha lavorato nella sua ricca carriera. E se pensate che ci siano tracce di Danny Boyle (“Trainspotting”) nel suo stile, non è del tutto corretto: “Ho avuto l’incredibile fortuna di lavorare con una vasta gamma di registi, alcuni grandissimi altri no. E ho capito che non c’è una formula generica che funziona sempre, piuttosto sono le singole scelte che possono funzionare o meno. Boyle è stato il mio primo regista, e certamente ha avuto un’enorme influenza su di me come attore nella prima parte della mia carriera, ma al di là di questo è tutta una questione di personalità, e della sintonia che si riesce a creare con il cast. Da attore, non c’è niente di più bello del sapere che quando la macchina da presa prende a girare e tu ti ritrovi a fare qualcosa che nemmeno avevi pensato di fare, il regista lo vede, lo capisce. Spero di esserci riuscito… mi scuso, Jennifer, in caso contrario”.

Jennifer, però, lo ha rassicurato con un rarissimo sorriso.

Qualcuno poi ha voluto suggerire una lettura del film come metafora della scena politica attuale, menzionando addirittura i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti: McGregor è stato categorico, il film è ambientato nell’America degli anni ‘60, sullo sfondo di ribellioni contro la guerra in Vietnam, e se qualche scena di rappresaglia con la polizia rievoca quelle viste nei telegiornali, è una inevitabile, sfortunata coincidenza che trascende le intenzioni del film stesso.

Il fulvo scozzese ha infine confermato di aver passato l’estate a girare proprio il seguito di Trainspotting<“span style=”font-weight: 400;”>, commentando: “è stato meraviglioso tornare sul set con Bobby Carlyle, Johnny Lee Miller, Ewen Bremner e soprattutto il mio caro amico Dannv Boyle”.

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