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Exilia: La mia armata

Abbiamo il piacere di intervistare Masha Mysmane degli Exilia, band nu-metal nata a Milano nel 1998 e rinomata nel panorama internazionale, soprattutto in Germania.
Masha ci parla delle sue esperienze artistiche, delle sue ultime vicende personali, del tour coi Rammstein e dell’uscita del nuovo album, “My Own Army”.

Il nome Exilia da dove arriva?
Exilia è una parola latina che ho trovato sfogliando delle riviste. Mi ha incuriosito e allora ne ho cercato il significato: significa “sprigionare energia”. Questo mi ha talmente entusiasmato che ho deciso di utilizzarla come nome della band.

A febbraio esce il vostro nuovo album: che differenza di suono e di approcio artistico si può trovare rispetto al vostro ultimo lavoro? E qual è stata la vostra evoluzione?
Sono successe tante cose tra di noi, siamo cambiati come persone e anche la musica cambia con te.
Ale è tornato nella band, ci eravamo lasciati per un periodo. Siamo sicuramente più uniti in questo momento rispetto a 2 anni fa.
Mia madre è morta l’anno scorso, e questa è una cosa che ha cambiato la mia vita. Questo album ne ha risentito molto, esprime la rabbia che mi porto dentro perché mia madre era molto giovane.
Siamo cambiati tanto, è un disco molto più metal, più diretto e più arrabbiato.
Avevo già scritto tutto il materiale per il nuovo album: morta mia madre ho buttato via tutti i pezzi e l’ho riscritto. Da lì sono ripartita, ho riscritto tutte le canzoni insieme ad Elio, abbiamo rifatto tutto dall’inizio.

Quindi siete solamente tu ed Elio a scrivere?
I songwriter siamo noi due, poi ci troviamo in sala dove ognuno è libero di apportare quello che crede giusto, ogni musicista in sé ha una grande libertà.

Secondo te cosa manca all’Italia?
All’Italia manca una grande dose di cultura musicale che non arriva dai media, nel senso che se accendi una qualsiasi radio purtroppo quello che viene passato è qualcosa di molto easy, molto pop e plasticoso. Mancano proprio le basi, non c’è un’emittente che ti aiuta! Anche la stessa Rock Tv, per la quale io lavoro, ha delle lacune nel rock che presenta, passano sempre le solite cose. Grazie al cielo c’è, ma ti rendi conto che comunque manca un’informazione molto chiara per chi sta crescendo ora. In Germania c’è molta più scelta di posti, di gente e forse la voglia di musica là è maggiore.
Un’altro fatto è che noi italiani volgiamo sempre andare a cercare all’estero l’idolo, non cerchiamo mai a casa nostra! Se Kurt Cobain fosse nato a Busto Arsizio a chi sarebbe importato?
Vogliamo trovare gli idoli fuori, ma se ci pensi Giacomo Leopardi era italiano, Pavarotti era italiano, abbiamo un sacco di grandi nomi del passato. Perché cercare fuori? Ci sono un sacco di musicisti talentuosi qui in Italia!

Forse è il rock che è nato altrove!
Sì, forse è nato altrove e lo vogliamo cercare altrove; questo può essere vero, però penso che in questo momento ci sia tanta gente brava, anzi più brava di quella che sento all’estero, ed è un vero peccato! Manca la determinazione ai ragazzi italiani. Io insegno in due scuole rock e screaming, cose particolari, e noto che devo sempre spronarli!

Ti piace insegnare?
Sì, è una cosa che mi ha cresciuta tanto! Insegnare è un mezzo che ti fa conoscere te stesso, che ti fa misurare con tante cose. Alcuni allievi ti fanno domande splendide e tu devi trovare risposte, quindi cerchi di capire anche cose strane che non conoscevi.

Il tuo percorso da cantante com’è iniziato?
A dieci anni ho iniziato a suonare la chitarra, poi ho iniziato a cantare senza sapere tante cose; mio padre mi fece subito una sala prove in garage! Poi ho conosciuto Elio, quando avevo 16 anni, e abbiamo formato una prima band, con la quale abbiamo fatto roba rock, metal. Da lì ho cominciato a fare i primi live e fin da subito mi è piaciuto scrivere musica.
Ho fatto anche piano bar, per me è stato utilissimo e mi sono fatta un grande background.
Sono state tutte esperienze che mi hanno permesso di apprendere molto.
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Qual è stata l’esperienza più bella degli Exilia?

Sicuramente è stato il tour con i Rammstein, perché non capita tutti i giorni di trovarsi 50.000 persone davanti! È stata una grande esperienza, nonché una guerra durissima; io adoro le guerre perché sono l’unico modo per crescere. Quando mi trovo davanti una difficoltà dico “Bene, vedremo come risolverla!”. È stato interessante trovare un metodo per convincere 50.000 persone che non fanno altro che gridare “Rammstein” sin dall’inizio. Convincere parte di quella gente che valeva la pena di ascoltarsi 30 minuti di una band italiana era veramente complicato e quindi ti dici che ci devi credere tu per 50.000 persone, che devi avere veramente fegato da vendere!
La band era in formissima e ci siamo presentati agguerriti sebbene i Rammstein ci abbiano lasciato un pezzettino di palco minuscolo. Il loro management ci ha fatto mangiare solo una volta al giorno perché avevano bisogno dell’arena a loro disposizione; alcune volte i posti erano particolarmente sperduti e nelle prossimità delle arene di solito non c’è nulla. Era dicembre e si gelava, e andavamo in giro a cercarci i bar, ma non c’era mai niente! Mangiavamo una sola volta dopo aver suonato, dopo una battaglia difficile. Quest’esperienza mi ha insegnato che anche quando raggiungi qualcosa (gli Exilia in Germania avevano già raggiunto uno status NdR) la battaglia non è finita. Preferivo che mi trattassero così perché questo scatenava in me qualcosa che non si poteva prevedere. Ed è stata la mossa che ci ha fatto “vincere” in quel tour.

L’uscita del nuovo album è prossima, dicci qualcosa al riguardo.
Il 20 febbraio uscirà il nuovo album “My Own Army”. Abbiamo già registrato anche il primo video. Questo titolo è importante perché c’è una canzone dedicata a mia madre nell’album che si chiama appunto “My Own Army” che significa in italiano “la mia armata”. Dopo la sua morte io mi sono sentita come leggermente più protetta. Con lei non avevo un bel rapporto, tanto che sono andata via di casa. Ma dopo la sua morte mi sono sentita come se avessi davvero qualcuno dalla mia parte questa volta e da qui nasce il titolo.
Quando perdi qualcuno di così importante, una delle tue radici, ti ritrovi a scoprire che non ci sarà più nessuno di così importante. Mi sentivo come se non avessi più un riferimento e quindi, a quel punto, ho scoperto che o si è forti veramente, o bisogna avere un’armata dentro di sé, altrimenti è veramente difficile.
Per me è una delle canzoni più belle dell’album perché non segue uno schema, il chorus arriva solo dopo 3 minuti e 30 secondi. In più ho fatto delle voci liriche perché a mia madre piaceva molto la lirica, mentre odiava il rock! Ho fatto tutto io, ed è stata una sfida bellissima. Ho tentato di fondere le due voci che ci sono in me in un insieme innovativo.
Spero che a qualcuno piaccia!

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