Home > Recensioni > Exit Marrakech

Correlati

In concorso al Giffoni Film Festival nella sezione Generator + 16, il nuovo film della cineasta tedesca Caroline Link, che con il suo “Nowhere in Africa” si aggiudicò nel 2003 l’Oscar per il miglior film straniero. Ed è ancora l’Africa la protagonista del suo nuovo lungometraggio “Exit Marrakech“, una terra che non si limita a fare da sfondo in questa, abbastanza convenzionale a dir la verità, storia “on the road” di riconciliazione tra padre e figlio.

Il Marocco, teatro della vicenda, viene mostrato senza patinature da cartolina, con uno stile da reportage che fa ampio uso dello zoom all’indietro, partendo dai personaggi per poi mostrare l’immensità paesaggistica in cui sono immersi. Stile documentaristico che viene via via abbandonato con il progredire della narrazione, quando il viaggio lascia il posto allo scontro generazionale.

Ben, 17 anni (ancora e sempre un protagonista della stessa età dei giurati chiamati a giudicare il film), va a trovare suo padre, Heinrich, un famoso regista teatrale che è a Marrakech per presentare ad un festival il suo ultimo spettacolo. Dopo il divorzio dalla madre, i due hanno avuto ben pochi contatti. Ben s’immerge in quel Paese dal fascino esotico, si allontana dall’albergo dove il padre vive come un recluso, e si addentra nell’esplorazione di un mondo nuovo e sconosciuto. Alle soglie del deserto, Heinrich parte alla ricerca del figlio; si perderanno per sempre o si ritroveranno?

Il film vuole parlarci soprattutto del colonialismo culturale europeo, mai riuscito a fondersi con una realtà con cui è in contatto da sempre. Heinrich mette in scena un classico dramma borghese in un teatro di Marrakech, una rappresentazione totalmente incomprensibile per gli autoctoni, dai costumi sessuali e sociali completamente diversi (e lo vedremo spesso nel corso della narrazione).

Caroline Link mette subito in chiaro i suoi modelli di riferimento: nel lussuoso albergo di Marrakech si legge Paul Bowles, autore di quel “Tè nel deserto” da cui Bernardo Bertolucci trasse un film che ha fondato l’immaginario occidentale nei confronti della quotidianità marocchina, usandone per larghi tratti le stesse locations. È sicuramente l’aspetto più interessante di un film che, nella ricomposizione di un rapporto compromesso da padre e figlio, non si scosta da artifici retorici ormai abusati. Ma i villaggi, il caos cittadino tra suk e sale da thè, il deserto, non si dimenticano. Come lo sguardo dolente e bisognoso d’affetto della prostituta per necessità Karima, un’eccellente Hafsia Herzi.

Pro

Contro

Scroll To Top