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Fab (e i fiori): “Nonmiscordardite”, l’album d’esordio raccontato brano per brano

Si intitola “Nonmiscordardite” l’album d’esordio della band romagnola Fab (e i fiori). Nell’album i vari brani illustrano i rapporti di coppia da angolature diverse. Si può parlare di una sorta di concept-album sull’amore (mancato).

“Nonmiscordardite” presenta sei coppie di “canzoni – sorelle”, tematicamente affini ma affrontate con accenti diversi, e una canzone a sé stante (la chiusura) che in un certo senso tira le somme:

– pose (la regina del telefono) e bambola (crepacuore);
– bianca (e il moralista) e margherita (la belletà);
– bye bye (la canzone d’amore più stupida che c’è) e così (bacinutili);
– purché sia (elena) e ugo (la luna sposta la marea);
– nora (la notte scalpita) e massì (non mi scordar di te);
– barbara (un femminicidio) e spara (la canzone d’amore più tragica che c’è);
– ario (e il burrone)

 

A seguire “Nonmiscordardite”, brano per brano

pose (la regina del telefono)
La regina del telefono è una ragazza che vive di pose, una tutto fumo e niente arrosto –  per intenderci: provocante, eclettica, “pazza”, disinibita… ma solo virtualmente. Il protagonista della canzone la desidera (attratto – ingannato – dall’apparenza seducente di lei), ma la regina del telefono è brava solo con le parole e con le fotografie: nella realtà non si lascia andare e si dimostra ben diversa da quella che appariva. Un amore (forse esclusivamente sessuale?) che viene solo annusato, a causa della  disparità che oggi si crea fra l’idea che possiamo dare di noi (tramite i mezzi tecnologici) e la nostra reale identità, nascosta da maschere e scuse.

bianca (e il moralista)
La prima canzone-ritratto dell’album descrive una persona che “con il cuore da puttana, vive come una bambina”. Una ragazza/donna indipendente e ambiziosa, ma allo stesso tempo leggera ed entusiasta. Ha una “vita da cicale” che agli occhi del moralista del testo risulta sicuramente frivola e troppo disinibita, soprattutto quando lei mostra “il suo sedere a chi vuole giudicare cosa è bene e cosa è male solo per curiosità”. Bianca è sfuggente, impertinente e ambigua, trionfo femminile di contrasti.  (“Menti non sapendo di mentire, o per farti perdonare? Pochi grilli per la testa, tu vivresti in riva al mare, e maledetto il paradiso che risplende sul tuo viso”) Infatti, il nostro moralista (noi?) finirà poi con l’impazzire per lei.

bye bye (la canzone d’amore più stupida che c’è)
Questo brano – dietro a un impacchettamento musicale giocoso e quasi frivolo – nasconde uno dei testi più duri. E’ la storia di due persone dal passato turbolento (“fra i baci un occhio nero in più”) che finalmente trovano la loro serenità assieme, ma al prezzo di perdere la vitalità e la passione. Un amore inquieto ma vitale che viene diluito dalla voglia di stabilità e sicurezza – sterminatrici di passione – e dalle paure (“di osare di nuovo, di un giorno che piove, del mio malumore, di farci del male”) che inevitabilmente sopraggiungono. “L’amore più stupido e sicuro, brutto e triste che c’è”

purché sia (elena)
Questa canzone descrive un’ossessione. Elena è una ragazza che trasforma “amore in crudeltà”, che si prende gioco del protagonista con i suoi “chissà” e lo fa rimanere in un limbo d’attesa che col tempo diventa ossessione. La ripetizione ostinata del nome di lei nei ritornelli e i veri e propri flussi di coscienza nelle strofe mi ricordano un po’ – forse anche per l’immaturità egoista o semplice noncuranza giovanile della protagonista – la storia narrata  in Un amore di Dino Buzzati, dove emerge quanto i sentimenti “puri” possano sporcarsi fino a diventare tossici se non ricambiati. La scelta del nome non è casuale: nella mitologia greca Elena (ritenuta la fanciulla più bella del mondo) scatena la guerra di Troia quando – già moglie di Menelao – viene “rapita” da Paride; Elena Muti è invece l’ossessione di Andrea Sperelli ne Il Piacere di D’Annunzio, ed è proprio quel nome “Elena” – pronunciato inconsciamente durante l’amplesso con Maria Ferres – che lo porta alla rovina amorosa e al “dissolvimento del suo cuore”.

bambola (crepacuore)
Il tipo umano descritto in bambola è simile a quello di pose (la regina del telefono), ma è preso da un’angolatura diversa: qui il nostro protagonista non desidera la ragazza. Lei – a una festa, o in discoteca – cerca di instaurare un dialogo con lui in modo banale, aumentando ancora di più la misantropia del protagonista, a disagio nei luoghi del divertimento obbligatorio (“non ci dovevo venire qui a queste feste infami: dove la gente si diverte, giuro non lo faccio apposta, ma mi assale la tristezza a stare come state voi”). Un amore che non nasce (o “nasce male e poi però non muore”) a causa del conformismo che dobbiamo subire per poterci relazionare con gli altri e che – omologandoci nella massa – ci anestetizza dalle passioni forti (“qual è la moda da desiderare, che ci addormenti senz’appassire e che ci ammazzi ma non di crepacuore?”)

margherita (e la belletà)
La seconda canzone-ritratto che troviamo descrive un’adolescente. Come Bianca è sfuggente, leggera e noncurante, ma – mentre Bianca è una donna che vive da bambina – Margherita è una bambina che sta diventando donna. Pigra e annoiata come solo le studentesse sanno essere, i suoi problemi principali sono la dieta da seguire e i vestiti da comprare per essere originale. Margherita però è nell’età in cui sta scoprendo l’amore (soprattutto nella sua forma più immediata) e a scompigliare emotivamente il nostro protagonista è proprio quel suo modo di fare ancora giocoso ma non meno provocante. (“Margherita mi prende già la mano sotto alla sua gonna, e mi sorride come la Gioconda” / “Ma che follia, qui in casa tua? Fare la cretina è tutto quello che vuoi!”) La canzone è stata scritta in una biblioteca, mentre osservavo la ragazza liceale inafferrabile che studiava davanti a me, e fantasticavo sui dettagli della sua vita che trapelavano dalle poche informazioni che riuscivo a captare.

nora (la notte scalpita)
Sotto forma di canzone-ritratto troviamo anche nora, che – assieme a massì (non mi scordar di te) – rappresenta il lato romantico-nostalgico dell’album, incentrato su quel tipo di rapporti (più o meno) conclusi che però lasciano strascichi nella vita dei due protagonisti. Nora è una ragazza la cui storia d’amore è naufragata per permetterle di seguire la propria strada in autonomia e diventare donna scoprendo la sua vera identità. I fiori, in questa canzone, rappresentano i ricordi  (“che profumano il vento per farci ancora respirare armonia e condannarci a non trovare la via”) – mentre la notte (che “scalpita e – dio mio – tu la seguirai”) invece rappresenta la nuova vita (incerta, rischiosa ma affascinante) verso cui è diretta Nora (che “passeggia, a luce spenta, su sentieri a volte allegri e spesso densi di risate utili ma vuote”). Troviamo anche qui il passaggio da bambina a donna, che si manifesta nella paura e nella confusione di chi affronta un cambiamento fondamentale per sè stessi lasciandosi alle spalle emozioni e ricordi.

ugo (la luna sposta la marea)
Mentre purché sia (elena) pone l’attenzione sull’aspetto dell’ossessione dovuta a una persona che non c’è e che non vuole esserci, in ugo il centro tematico del pezzo è l’attesa.  La situazione descritta è molto simile (“ma quanto male che gli fai? non ti vergogni? lo fai morire però poi gli dici aspetta!”), ma qui non c’è traccia di ossessioni distruttive, anzi: la vera protagonista della canzone è la speranza nell’attesa o l’illusione che un giorno, col tempo, con la luna che “sposta la marea”, tutto si sistemi. Il brano è nato da una “umanizzazione” di una vicenda capitata al mio gatto – Ugo, per l’appunto – che tutte le notti alla stessa ora e vicino allo stesso lampione andava a incontrarsi con una gattina. Un giorno la gattina non venne più, ma lui continuò tutte le notti per settimane ad andare vicino a quel lampione ad aspettare per ore che tornasse, fino a che una notte si stancò di aspettare e partì per andare a cercarla. “Ma ti ritroverà, e lo sai che nei tuoi sogni c’è lui e non vi lascerete mai.”

barbara (un femminicidio)
La nona traccia dell’album descrive l’amore di un folle per una prostituta d’alto bordo. E, come si può capire dall’orrendo termine giornalistico fra le parentesi del titolo, è una canzone di cronaca. Barbara è un tipo di donna antica ed elegante (“di quelle sottovesti di pizzo non se ne trovano più”, il “lusso di un abito porpora”), usa un profumo degli anni ’50 (Cabochard di Grès), parla in francese. Il protagonista ne è soggiogato a tal punto da impazzire di gelosia per lei: la segue ovunque e un giorno – mentre lei sta aspettando qualcuno – la rapisce (“pensarla fra le mani di un altro mi scatena la malattia, e allora l’ho afferrata di colpo e me la sono portata via”.) Facendo collassare amore e gelosia nei suoi deliri di folle, la uccide e si uccide. Gli inquirenti troveranno poi il cadavere di Barbara completamente spogliato, in un letto pieno di petali di rose rosse sotto il quale c’è un biglietto lasciato dall’assassino-suicida. La canzone è stata scritta nel periodo in cui questi casi di omicidi-suicidi erano continuamente trattati dai media, e vesto i panni del”mostro” carnefice – maschio e assassino – talmente pazzo di questa donna da ucciderla per gelosia, ma anche così dipendente da lei da togliersi la vita a sua volta.

così (bacinutili)
Il tipo di rapporto descritto in così (bacinutili) è simile a quello di bye bye (la canzone  d’amore più stupida che c’è), ma – mentre in quest’ultima la causa dell’indebolimento emotivo era da rintracciare nella voglia di stabilità e sicurezza affettiva interna alla coppia – qui il problema è creato dal sistema socio-economico in cui la coppia vive (“ma quale amore è amore, se tutto gira così?”) I due sono una coppia “borghese” o, meglio ancora, imborghesita dalle comodità e dalle ritualità consumistiche. Il protagonista – che nelle strofe palesa tutta la sua insofferenza a questo modello – nei ritornelli si rivolge a Dio in quella che è a tutti gli effetti una sorta di preghiera per “salvare” la ragazza (“discendi su di lei e dalle ciò che sai per vivere di batticuore e non sfiorire mai, non la lasciare mai a corto d’euforia”) Un amore che quindi viene indebolito (e forse distrutto) dal divano, dalla passività, dalle distrazioni e dalle pubblicità con la filosofia del “tutto è intorno a te”.

spara (la canzone d’amore più tragica che c’è)
Questa è la canzone-sorella di barbara (un femminicidio): sempre di amore che sfocia nel crimine si tratta, ma qui il protagonista viene ucciso dalla sua donna (forse si porebbe parlare di “maschicidio”?) Il brano è una descrizione dell’attimo prima del delitto dal punto di vista di chi sta per essere ammazzato, una sorta di dialogo fra la vittima e la carnefice. Lei è piena di rancore per un amore ormai esasperato, e lui – appena prima di essere ucciso – ha (“in questo attimo di mille ore”) un momento di lucidità rassegnata, una sorta di serena accettazione degli eventi (“Ora guarda, non ho più paura di ogni sole e di ogni luna, e ogni errore l’ho pagato già: li prendo tutti e mi ci fermo qua”). Il rapporto che un tempo fu trascinante ed entusiasmante ora sta per concludersi nella tragedia, con un riferimento testuale (“i tuoi vecchi sentimenti non ti stanno più, così mi uccidi e poi mi appendi a testa in giù”) che ricorda le sorti di Benito Mussolini – prima idolatrato dalle stesse masse che poi (finita la “storia d’amore”, se così si può dire) gli si rivoltarono contro arrivando a infierire sul suo cadavere appeso a Piazzale Loreto. Questo amore muore “in diretta nazionale”, “con tutte le persone che vorranno curiosare” e con la donna assassina che chiama il 113 e in lacrime si consegna agli agenti, ma – subito dopo i colpi di pistola – il protagonista si perde in un pensiero per la sua amata, un sogno o forse un rimpianto: “ti porto su una stella, se aspetti un po': lì sarai la più bella fra ciò che ho. Tieni pure le ragioni che non chiesi mai, ora muoio d’emozioni come tu vorrai”.

massì (non mi scordar di te)
Mentre nora (la notte scalpita) descrive una ragazza nel suo tentativo di lasciarsi alle spalle un’emozione senza perdersi, massì è una sorta di dialogo del protagonista con quella che un tempo fu la sua donna. Tra flashback (“ricordi quel giardino con i fiori?”) e tardive considerazioni rassegnate (“più il tempo passa avaro e più mi accorgo che non avrei potuto amarti meglio”), al centro rimane il dubbio sul futuro: “massì, ma dai, lo sai che forse un giorno…” E’ – come nora – una canzone sul tempo (che passa, consuma e diluisce) e sul passato (che lascia tracce), ma tutto questo si traduce qui in un finale sconosciuto riguardo al futuro, che lascia aperte più prospettive di senso opposto (“forse un giorno mi rivivrai” / “forse un giorno mi perderai” / “forse un giorno…” ) In sintesi è una canzone che descrive quella situazione in cui l’amore è ormai andato ma continua ad aleggiare su chi l’ha vissuto, lasciando aperte porte o rifiutando di chiuderle definitivamente.

ario (e il burrone)
La chiusura dell’album è affidata a un brano a sé stante, slegato dalle precedenti sei coppie di canzoni ma che ne è allo stesso tempo una sintesi e un superamento: è l’unico brano che parla di un amore davvero vincente perché ricerca l’essenzialità. Il testo è stato scritto a poche ore (i ritornelli a pochi minuti) da un incidente automobilistico che mi ha portato molto vicino alla morte (in bilico su un burrone): questo rischio improvviso si è tramutato in un fortissimo istinto vitale che mi ha fatto rivalutare molte cose (superflue) con la chiarezza di chi stava per perdere tutto in un attimo. Ed è così che “rischio la mia vita, e forse per la prima volta, fra i rottami e le scintille, scopro tutte queste stelle” e che “lo giuro, ti perdonerò per quello che ci hai fatto: me ne starò sdraiato al sole come un gatto e conterò da capo tutti quanti i tuoi capelli, che sono come sempre – dopo tutto – così belli.” E mi torna in mente Ario, un personaggio rozzo e non istruito, ma così saggiamente semplice da divenire un modello nella chiusura della canzone: “vorrei davvero fare come Ario, che lascia sempre tutti a bocca asciutta sul più bello e sorride come un papa anche se c’ha la terza media. E’ l’amore – mi diceva – che ti insegnerà la strada. Tu che invece perdi tempo a imparare le nozioni, a riempire i tuoi libretti e pubblicare citazioni, per amare la tua donna devi chiedere al padrone se ti fa la cortesia di farti aprire le catene”. L’album si chiude con un monito, una critica e un invito (a me stesso) a non perdere tempo con cose che ci imprigionano. Nonostante il testo (soprattutto nelle strofe)  sia più ermetico rispetto al resto del disco, ho inteso ario (e il burrone) quasi come un piccolo inno vitalista sospeso tra la paura della morte e la voglia disperata di vivere (e amare) intensamente.

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