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Fab: Maps for Moon Lovers, il nuovo disco brano per brano

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Si intitola “Maps for Moon Lovers” il nuovo disco di Fabrizio Squillace in arte FAB. Un disco d’amore e di rock, un disco di pop inglese che scivola fin dentro il DNA dell’artista e si fa grido direi quasi strozzato e incatenato alla vita che sembra non dargli retta. Masterizzato agli Abbey Road di Londra, “Maps for Moon Lovers” pare venir fuori dalla Dublino degli U2 o anche da quel post-rock romantico anglosassone che sembra velato di nebbia nella sua leggerezza d’esistere. Scivola la musica di Fab, scivola e si fa carico di forti emozioni e noi siamo contenti di sottolinearlo come si deve. In rete il video di “How high the Moon”, questo dialogo con un alter ego immobile, come a raffigurare l’immobilità di se stessi o forse a rappresentare il muro di indifferenza verso cui impattiamo ogni volta che ci si mette a nudo. L’alto scenario di montagna è dispersione ed è infinito, com’è infinito l’orizzonte se la musica di Fab si potesse guardare. Parola all’autore nel consueto Tracy by Track di LoudVision.

Fab, “Maps for Moon Lovers” brano per brano

The Lazy One

Un uomo nevrotico e apatico, alla spasmodica ricerca del like in grado di destarlo dal torpore quotidiano. Insegue l’ultimo modello di cellulare con la mela e si rifugia sotto il tetto dei genitori nonostante i suoi capelli siano brizzolati. Mira alla fama, anche solo per un minuto, e quello gli basta. Incapace di impegnarsi in una qualunque relazione da cui possa derivare una qualsiasi forma di responsabilità. “Adoro questi tempi febbricitanti” recita il ritornello, e la commistione di elementi elettronici quali lo scratch prodotto da una consolle dj è una chitarra new wave esalta questo surreale contrasto tra un uomo figlio d’un tempo apparentemente maturo e la sua totale mancanza di coscienza e spiritualità.

How High The Moon

Il lato oscuro dell’amore. Quello che sa di urla, di parole non dette, di rancori e bugie. L’amore non si veste solo di luce ma sa indossare anche abiti sgualciti, logori, rappezzati negli anni. Un uomo che urla, intrappolato e impaurito, incapace di gestire una passione smodata e incontrollabile. Le mani legate, l’impossibilità di affrontare quello che prova. Un sentimento smisurato, le cui proporzioni aumentano di giorno in giorno e lo rendono schiavo. Le sue urla si perdono nel vento, nessuno riesce a sentirle. E quando prova a sussurrare qualcosa nell’orecchio di lei incontra solo un essere immobile, con i piedi ben piantati nel terreno, un volto bianco, terribilmente freddo e asettico, che non rimanda nulla se non la sua inespressiva rigidità. Un lento percorso di liberazione che passa per lo smarrimento, la rabbia, l’incredulità, la rassegnazione. E poi, alla fine, l’accettazione dell’unica alternativa plausibile. Uccidere un amore equivale a uccidere se stessi.

Song For Moon Lovers

Il brano si ispira ad un verso di una canzone di Leonard Cohen “c’è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce”. “Tutti gli occhi che hai incontrato si sono sistemati sulle tue mani. Le ferite che sembrano sanguinare ti hanno fatto diventare un uomo”. Un personaggio che mostra sul volto i segni della stanchezza, della fatica di comprendere alcune dinamiche umane. Ferite che, con il tempo, ha imparato ad esporre orgogliosamente come medaglie al valore. Si potrebbe definire il pilota di quel satellite alla deriva che scruta le persone con occhio curioso. Un uomo che invecchiando ha scoperto il valore dell’innocenza e la sbandiera quotidianamente come un vessillo colorato. Un “Pierrot” del nuovo millennio, malinconico e iperattivo. E alla fine del suo lungo percorso scopre con giocosa incredulità che l’amore, quello puro e trascendente, è il senso di tutto, non un segnale di pericolo, ma un semplice “passo di danza all’ora chiusura”. Tutto ciò che ci attraversa, in fondo, ci forma e ci trasforma, ci plasma come creta nelle mani del tempo.

Shoreditch Girl

Un inno ad una città. Un’ode al contemporaneo che muta pelle. Londra, la città che ha dismesso i panni della vecchia signora con il manto regale per diventare la capitale del nuovo mondo, vestita di guglie altissime e vetri luccicanti. Un luogo che rappresenta l’emblema dell’epoca attuale e sublima abilmente il trionfo dell’era digitale. Gente che si cerca nascondendosi su Tinder e viaggia ogni giorno in metro senza nemmeno guardarsi. Musulmani ed ebrei che si sfiorano ogni minuto tra East e West, il mondo in un solo posto, qualcosa di simile a quelle piccole bocce di vetro piene d’acqua che a Natale ti diverti a muovere osservando divertito la neve che cade. ”Sei così brava a vendere i tuoi miracoli mentre allunghi le braccia intorno al mondo, muovi i tuoi stivali intorno alla piazza del mercato vestita come due ossa rotte”. Il quartiere di Shoreditch diventa il crocevia ideale in cui perdersi e ritrovarsi, sospeso a metà tra passato e futuro, tra i negozi vintage di Brick Lane e i grattacieli futuristici di Liverpool Street. Il protagonista parla alla città come fosse una donna, un pò signora e un pò puttana, ammaliante e innovativa, capace però di conservare il suo fascino retro’. Una città che ha il coraggio di distruggere icone per poi inventarne altre, che si stacca dall’Europa senza possedere l’ardire di farlo davvero. E le luci di Shoreditch, mille, che illuminano la notte, che la fanno apparire giorno. Che in fondo non si spengono mai.

Colors

Una ragazza, una ballerina. A ridosso dei trent’anni mille pensieri che affollano la mente. Una domenica pomeriggio che annuncia l’arrivo della primavera e un libro da leggere. Le dita che si agitano nell’aria quasi a voler cercare qualcosa. “Il tempo, alle volte, può essere una cattiva medicina” dice una frase del brano. Chiude gli occhi e ricorda quando era una bambina, sente l’odore dei suoi sogni divenuti troppo grandi e polverosi. Una lacrima le riga il viso, gli occhi che si chiudono. Il ricordo di un padre assente. Il gioco del semaforo, quando non ci sono è rosso, quando ci sono è verde, amava ripeterle. Un brivido lungo una vita, non c’è stabilità senza contatto reale. Ma poi i mille passi di danza, e palchi legnosi a vibrare sotto il suo incedere, e le luci accecanti che di colpo illuminano una sala gremita di gente. Il colpo di tosse dell’ultimo della fila preannuncia l’ultimo atto. Che alla fine, poi, “tutto andrà bene stasera, tutto andrà bene”

The Same Floor

Un incontro casuale voluto da un’antica profezia. Due anime che si ritrovano a distanza di secoli e stentano a riconoscersi. Un luogo qualunque, lo stesso pianerottolo in cui vivono, due porte chiuse che si aprono e svelano un’intimità perduta e improvvisamente ritrovata. Gesti sconosciuti che appaiono familiari, racconti sbiaditi che paiono libri letti e riletti. Un’alchimia potente, un legame indissolubile che ritrova la sua energia e si accende come fuoco nel buio della notte. La batteria elettronica, il pad onirico ed il piano elettrico che tesse morbide trame sognanti dipingono lo scenario moderno in cui rivive una storia antica. L’atmosfera è rarefatta, surreale, i due protagonisti galleggiano nel tempo moderno e rinascono. Echi di guerra, di terrore venuto dall’oriente, televisori accesi all’ora di cena. Nulla è perduto se ci si ritrova sempre, nel vento che sferza la polvere del deserto e nel sole che illumina un palazzo di periferia. Esistono due diverse prospettive temporali per riconoscere sé stessi. Una è quella canonica, cui siamo abituati, quella del tempo che scorre dettato dalle lancette di un orologio, dal passare dei mesi e degli anni. Un luogo in cui ci si perde e non ci si incontra più. L’altra, invece, racconta di un luogo diverso, in cui il tempo assume un valore differente e ritrovarsi diventa terribilmente semplice.

Minuteman


Un missile schizzato fuori dal suo rifugio sotterraneo ai tempi della Guerra Fredda. Attraversa il cielo alla velocità della luce, rompe la barriera del suono e sorvola il pianeta con il suo carico di morte. Osserva i continenti, si sofferma sulle nazioni e ride delle divisioni territoriali. “Anche se galleggio così orgogliosamente nell’aria sto precipitando” urla spingendosi nel cielo. C’è un senso profondo e apparentemente celato nel volo di Minuteman, il nome dato dagli americani ai missili balistici nucleari. Un oggetto costruito per portare distruzione che improvvisamente si anima, riflette, si interroga sul meccanismo del conflitto umano e ne attraversa le falle logiche con estremo sarcasmo e cinismo. A due passi dalla luna osserva i bambini che, ignari, battono le mani e i cardinali vestiti di porpora che smarriscono una fede secolare. La sua missione nasce per delineare un nuovo mondo ma, in realtà, serve unicamente al consolidamento dello status quo. Una riflessione amara sulla guerra, sulla tecnologia applicata ad essa e sulle conseguenze politiche dei conflitti.

Sleep

Una frequenza radio che sibila e distorce. Voci confuse, lingue diverse che giungono da ogni parte del globo. Un padre cerca di addormentare la figlia, lei ha tre anni, conosce poco del mondo degli adulti. Fatica a prendere sonno, ha bisogno di una storia per chiudere gli occhi. L’uomo la osserva, pensa alla notizia in prima pagina, alle immagini sbattute all’ora di cena in faccia ai telespettatori. Una bambina di pochi mesi annegata e ritrovata su una spiaggia siciliana dopo una traversata in barca finita in tragedia. Non riesce a scacciare quell’immagine dalla testa. Osserva gli occhi della bimba, sprofonda lentamente in quell’innocenza e comincia a parlarle. Le racconta del mondo di oggi, di uomini e donne che attraversano il mare in cerca di un porto sicuro. Le parla delle paure degli uomini, le paure che dividono e terrorizzano. Che trasformano il simile in diverso. “Dormi, dammi una ragione per comprendere perché non vogliamo una rivoluzione e siamo così annoiati e divisi” recita una frase della canzone. Una ninna nanna diversa, una lettura fuori dal coro a proposito del tema dei migranti. Il brano ha anticipato l’uscita dell’album supportato dal video diretto dal regista di origini tunisine Hedy Krissane. Girato sul litorale di Briatico, in Calabria, e interpretato da migranti ospiti del locale Centro di accoglienza, il video è stato proiettato al Magna Grecia Film Festival di Catanzaro.

 

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