Home > Interviste > Fabrizio Cammarata torna con ‘Of Shadows’: “è il disordine la mia essenza da artista” [INTERVISTA]

Fabrizio Cammarata torna con ‘Of Shadows’: “è il disordine la mia essenza da artista” [INTERVISTA]

Un gradito ritorno quello di Cammarata con “Of Shadows”, uscito venerdì 17, in cui in undici tracce riesce a mettere a nudo le sue ombre tracciate da amori finiti, che segnano un percorso che è una costante in ogni terapia d’urto: accettazione e poi guarigione, in fondo a ogni ombra c’è sempre una luce. E proprio questo tema che decidiamo di affrontare con Fabrizio durante la nostra intervista.

Ciao Fabrizio, benvenuto su LoudVision. E’ appena uscito il tuo nuovo album “Of Shadows”, un album che racconta ombre e amori infranti. Ti racconti o a raccontare queste storie è la tua fantasia?
Ciao Fabiana, grazie a voi per l’ospitalità. Ovviamente mi racconto, ma lo faccio come chiunque fa il cantautore. In questo disco, in particolare, mi racconto con quell’impressionismo tale da raccogliere luci e ombre delle mie fantasie, non sono un realista puro. Mi piacerebbe che ognuno riuscisse a familiarizzare con le sensazioni che descrivo e riuscisse a rendere sue le mie parole, a ritrovarcisi.

Il tuo disco suona come maturo sia nella scelta delle sonorità che nei testi,come nasce la sua produzione?
Mi fa piacere che tu lo abbia percepito e riconosciuto come un disco maturo essendo esso il primo disco che faccio da  solista dopo cinque lunghi anni. In questi anni mi sono spesso chiesto se fosse il momento giusto per entrare in studio e, fortunatamente, riuscivo sempre a rispondermi di no. A un certo punto il percorso è diventato molto più fluido e quando l’occasione arriva, col tempo impari anche a riconoscerla. In questi cinque anni sono nati molti testi, alcuni brani hanno alle spalle davvero anni di gestazione, altri brani sono nati in poche ore quando l’album era già in produzione. Non ho un metodo per fare la mia arte, non seguo un protocollo, è il disordine la mia essenza da artista.

Sei un giramondo, in passato hai tradotto in italiano dei testi di una artista messicana e ne hai fatto un cd, hai inciso un album a Portland, anche questo nuovo disco trova una genesi  diversa in ogni canzone. Quanta italianità conservi quando, come adesso, scrivi in inglese e produci all’estero?

Cos’è l’italianità innanzitutto? Se esiste e la si può anche definire, io non me la sento per niente addosso. Io mi sento mediterraneo, non appartenente a un solo stato. Mi piace il Mediterraneo, mi emozione il suo mare e i suoi scambi, etnici, culturali, oltre che commerciali.

La canzone che ho percepito come più autentica è “In The Cold”. Come è nata quella canzone?
Ecco, lei è una delle canzoni nate in poche ore, che hanno conquistato il loro posto nell’album a produzione già avviata. Il discorso della fluidità di cui parlavamo poc’anzi è proprio in questo, quando il percorso è fluido lo senti come appropriato e diventa anche produttivo, questa canzone nasce da una storia vera, tutto quello che descrivo l’ho vissuto, quindi la sua gestazione non ha richiesto mesi.

Se dovessi inserire il tuo cd in uno scaffale di un negozio di dischi, in che genere lo collocheresti?
Ti posso piuttosto dire dove non lo inserirei. Nella musica italiana, nella musica indipendente, nel cantautorato. Lo metterei, secondo un democraticissimo ordine alfabetico, sotto la C di Cammarata.

In passato hai ammesso di non sentirti un musicista, al massimo uno scrittore, e questo ti permette ogni giorno di imparare sempre qualcosa in più. Adesso, con una carriera ben avviata e tante esperienze fatte nell’arte, rimani dello stesso avviso?
Esatto, continuo a non sentirmi musicista, l’importante per me è esprimermi. La mia espressione risiede nell’arte, e non riesco a rinunciare a nessuna delle sue forme per potermi vincolare in una sola delle sue sfaccettature. Mi mancano proprio le basi del musicista, la tecnica, il modo di rapportarmi con gli altri musicisti, se mi metti su un palco e mi chiedi di improvvisare io mi raggelo. Io sono solo uno che usa la chitarra per esprimersi, così come usa la penna o la macchina fotografica.

Sei un cantautore siciliano che scrive in inglese, come si colloca questo modo di fare nell’hype italiano?
Non so proprio risponderti, sono completamente all’oscuro dell’hype italiano e della discografia nazionalpopolare.

Se dovessi riassumere tutto il disco in una sola frase quale sarebbe?
Bella domanda. Non so perchè ma mi viene in mente la frase con cui termina la Divina Commedia: “Uscimmo a riveder le stelle”. Questo disco è una eclissi, e l’eclissi è un’ombra che rivela come è fatta la Terra o la curvità della Luna. Questo disco, come una eclissi, è un’ombra che rivela nell’oscurità del dolore una luce. Insegna che il dolore oscuro esiste, lo  proviamo tutti, ma ci si abitua, bisogna familiarizzarci e così che ritorna la luce.

Al di la dell’ascolto emozionale di questo album, se dovessi indicare una diversa destinazione d’uso di una o più tracce quale potrebbe essere?
La cosa che mi piacerebbe di più è che un grande regista usasse una mia canzone per un suo film. Mi piace il pensiero  che in questa mia schizofrenia di paroliere nasconda immagini visive che si presterebbero bene nella filmografia.

Come ti vedi tra dieci anni?
Tutto quello che faccio lo faccio sempre chiedendomi “Quando avrò sessant’anni potrò ancora cantare questa canzone?”. Fra dieci  anni, anche con qualche capello bianco in più, vorrei continuare a cantare “Of Shadows” senza sentirmi ridicolo vocalmente e senza dover pensare che i testi fossero adolescenziali.

 

Scroll To Top