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Fabrizio Moro: Vi racconto il mio nuovo inizio

Molti lo ricordano come “quello che ha vinto Sanremo” o quello che cantava “Pensa”, pochi sanno cosa si cela realmente dietro l’anima musicale di Fabrizio Moro, attraverso il suo passato e nelle collaborazioni presenti e future.
Assente -solo apparentemente- dalle scene da quasi tre anni, lo storyteller romano (l’etichetta di “cantautore”, così come ogni definizione imposta, gli sta un po’ stretta) ritorna sulle scene con un disco dal titolo emblematico e quasi profetico “L’Inizio”, uscito il 30 aprile.
Lo raggiungo telefonicamente a Milano, dove sta tenendo un ciclo di interviste promozionali per l’uscita dell’album.

Ciao Fabrizio, benvenuto su Loudvision! Partiamo parlando de “L’inizio“, il tuo nuovo lavoro. Da dove nasce l’idea del disco?
Premetto che sono molto felice di poter parlare del mio nuovo album e mi sento orgoglioso di quello che ho prodotto, ma andiamo per gradi. L’inizio che dà il titolo al mio lavoro coincide sia con l’idea di punto di partenza, di nuova sfida, sia con l’idea della maturità musicale e non. Anche la mia vita, nel corso di questi anni, ha subito un nuovo inizio: penso alla nascita di mio figlio Libero e all’arrivo a settembre della mia secondogenita. La paternità è qualcosa che ti cambia la vita, ero così pieno di storie da raccontare, che ho iniziato a scrivere “a fiume”, tutto quello che provavo, sentivo. E più scrivevo, più la mia vita prendeva un nuovo corso, nuove svolte. È incredibile, ancora non capisco perché accadano certe cose, ci sono domande che rimangono sempre irrisolte. Ma un inizio molte volte, non è solo fortemente voluto, quanto sofferto. Così è stata la genesi del mio disco. Molte canzoni che ho scritto in questo periodo di lavorazione, non compaiono nella tracklist: le ho conservate nel cassetto, in attesa del momento propizio.

Quindi non è un azzardo, definire “L’Inizio” un album uterino.

Esattamente! Ho vissuto la nascita del disco come una vera e propria gravidanza. Anche nel video del brano omonimo -che non mi piace definire singolo, perché non c’è nessun singolo fra le canzoni che ho scritto, sono tutti pezzi di vita e di musica- ho ripreso quest’idea della vita che sboccia, della gravidanza. Stamattina poi ho preso fra le mani il mio disco e mi sono emozionato, non te lo nascondo. Non l’avevo ancora visto, mi sembrava di accogliere fra le braccia quasi un figlio, questo per dirti quanto voglio bene e sono legato a questo disco.

Solo sentendone parlare, si percepisce l’emozione dietro al tuo lavoro. Anche se non ci sono singoli fra le tracce del tuo disco, c’è un brano al quale sei più affezionato?
Sono un artista e un uomo soddisfatto. Ho scritto una canzone su Andreotti e una dedicata a mio figlio, “Babbo Natale Non Esiste”, che chiude l’album. Ti direi quella, ma sono legato a tutte, indistintamente.

Il tuo è stato un inizio anche a livello musicale, non solo umano: un cambio di sonorità, nel team di lavoro, ora ti autoproduci. È stata una scelta naturale o costretta?
Sì, sono cresciuto anche a livello di sonorità e di scelte artistiche, “L’Inizio”, esce per l’etichetta discografica che ho prodotto, Fattoria del Moro, che pubblica oltre a questo mio lavoro, anche artisti emergenti italiani. La scelta di autoprodurmi è stata un modo per sfuggire ad un mercato discografico gestito da etichette mainstream che impongono una tempistica, un taglio del lavoro e un’immagine che molte volte non rappresentano l’artista o lo vincolano. È stato naturale per me distaccarmi da queste dinamiche così restrittive, anche se certo, più rappresentative a livello promozionale.

A proposito delle dinamiche di mercato, come vedi il panorama musicale italiano?

La situazione ora come ora è in mano alle nuove tecnologie, penso sicuramente alla musica digitale, ma soprattutto alla grande vetrina costituita dai social network, come twitter e facebook. Sono iscritto ad entrambi e tramite quelli riesco a gestire il contatto con i fan, ma soprattutto ad incrementare la mia immagine, facendomi pubblicità gratuitamente. Questo per un artista è molto importante. Se io ad esempio scrivo un post su facebook pubblicizzando un mio concerto, avrò un eco maggiore, paradossalmente alla pubblicità canonica. La mia pagina twitter è regolarmente aggiornata, ma con facebook ho un rapporto privilegiato, rispetto a twitter non ci sono limiti di spazio ed è più dialogico.
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Ad un giovane musicista o una band che si affacciano per la prima volta sul mercato, cosa consiglieresti?

Innanzitutto di sfruttare tutti i canali possibili di diffusione, provando, tentando ogni strada possibile, anche il concerto del Primo Maggio, per dirti! Non è importante tanto il luogo, o il mezzo, quanto dimostrare il proprio valore artistico, far sentire la propria voce.

All’interno del mercato musicale, dal 2007 in poi, hai prodotto tre dischi, sfruttando un po’ (la meritata) onda del successo post festival. Non temi che il pubblico possa ricollegarti solo allo stereotipo di “quello che ha vinto Sanremo” ecc..? Soprattutto non essendo presente sulle scene da qualche tempo.
Guarda, ci saranno sempre quelli che mi definiranno come “quello che ha vinto Sanremo” e mi giudicheranno solo basandosi su quello, sta a me, e più in generale ad un musicista dimostrare il proprio valore a prescindere dall’etichetta che si porta addosso. Sarà un percorso lungo, ci vorrà tempo, perché questo stereotipo possa cadere. Nel corso di questi tre anni, oltre ad aver lavorato al disco, ho collaborato con diversi artisti italiani.

Proprio sulle collaborazioni volevo arrivare: artisti come Emma e Noemi hanno potuto contare sul tuo appoggio nella stesura dei testi, hai collaborato di recente con la band indie “Il Parto Delle Nuvole Pesanti”, sei artisticamente legato a Gaetano Curreri (leader degli Stadio) ma se dovessi scegliere, qual è l’artista con cui ti sei trovato più a tuo agio, con cui hai avuto più feeling?
Hai citato grandissimi nomi, è stato piacevole collaborare con tutti loro, ma con Il Parto Delle Nuvole Pesanti ho forse avuto il rapporto artistico più completo. Ti spiego meglio: Emma e Noemi sono due cantautrici straordinarie, ma dovendo interpretare una canzone scritta da me, c’era sempre il rischio di comporre un brano che non si adeguasse alla loro pelle, bisognava venirsi incontro reciprocamente; Gaetano è un maestro di vita ed è un capitolo a parte, mentre avendo, appunto, a che fare con una band ho potuto mettermi in gioco in maniera differente. Salvatore De Siena, poi è un vero poeta.

Ripercorrendo brevemente la tua carriera musicale, ho avuto l’impressione che tu non sia semplicemente un musicista, quanto uno storyteller. Se tu dovessi definirti con un termine, alla luce di questo nuovo “inizio”, quale sceglieresti?

Mi piace molto il termine che hai usato tu per definirmi, probabilmente storyteller è la definizione più azzeccata per questa fase della mia vita e forse più in generale per tutto il percorso che ho intrapreso nel corso di questi anni.

Posso chiederti qual è stato il tuo primo approccio con la musica in assoluto? E un disco del cuore?

Certo, dobbiamo tornare molto indietro. Allora, immaginati la scena: pullman, gita di quinta elementare, c’era un mio amico con il walkman con le cuffiette che mi fa sentire per la prima volta una canzone in questo modo. Me la ricordo ancora era “Somewhere In Time” degli Iron Maiden. Da lì sono impazzito, ho comprato prima il disco, e credimi, avevo una gioia indescrivibile negli occhi e nel cuore quando sono riuscito ad averlo. Poi è stata la volta della chitarra, perché io nasco come chitarrista, lo sono tuttora. Oltre alla passione per gli Iron Maiden, assolutamente “Appetite For Destruction” dei Guns ‘N Roses.

Ti sento felice ed appagato, ma in conclusione, se potessi, quale sarebbe il tuo sogno più grande, la realizzazione migliore per il tuo futuro?
Ti confesso il mio sogno più grande: mi piacerebbe poter vivere spensierato e di musica in un grande casale, in una fattoria con tutta la mia band e la mia famiglia. Sarebbe davvero la cosa migliore al mondo, non è importante fra quanto o quando, so che prima o poi realizzerò questo mio grande desiderio.

Mentre il tempo a mia disposizione è terminato, ripenso proprio alla prima strofa de “L’Inizio”, capace di riassumere appieno quello che Fabrizio ha voluto trasmettermi nel corso della nostra intervista: “L’inizio è come l’oro, l’inizio di una luce che illumina il futuro”.
Fabrizio Moro, è così: un artista che non ha paura di mettersi in gioco e che umilmente, ma con tenacia sta dimostrando a tutti il suo valore, umano e musicale.
Continua così!

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