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Facebook non più “book” (come Apple, Sky e Diesel)

Ricordo, all’università, il professore di diritto industriale. Per spiegarci il marchio nominativo e le condizioni che ne regolano la registrazione, ci faceva l’esempio della lavanderia. Immaginate – ci diceva – che qualcuno registri la parola “lavanderia” e, in forza di ciò, impedisca subito dopo ad ogni altra lavanderia di usare questa parola sulla propria insegna. Sarebbe un modo per eliminare la concorrenza in un solo secondo, ma anche per cancellare una parola dal vocabolario italiano, che non potrebbe più essere utilizzata senza ledere l’altrui diritto.
Questo ovviamente non è possibile perché, per poter essere registrato, un marchio deve consistere in una parola non di uso comune. In altre parole, esso deve avere capacità distintiva e originalità.

Nella pratica, però, succedono cose strane. Come, per esempio, che una casa di computer registri la parola “mela” (Apple), oppure che una marca di abbigliamento si chiami come un carburante (Diesel), o ancora che un’emittente tv digitale si chiami “cielo” (Sky). Passando ai marchi figurativi, che dire del Rotary che ha registrato la ruota?
Senza qui spiegare le ragioni giuridiche che consentono talvolta di estrarre nomi dal dizionario e farli diventare di proprietà privata, c’è un caso che oggi occupa i riflettori. Quello di Facebook.

A quanto pare, Mark Zuckerberg ha richiesto, in USA, la registrazione della sola parola “Face” (“faccia”) per farne un marchio. Addio quindi alla desinenza “book”. L’U.S. Patent and Trademark Office ha già dato un primo giudizio di ammissibilità e ha richiesto l’invio dell’intera documentazione per poter definitivamente decidere.

Così, il social network più famoso – e ricco – del mondo, dopo aver rubato i dati personali di milioni di utenti, si vuole impadronire anche del linguaggio comune. Come i cani che fanno la pipì ovunque, per segnare il territorio.
La registrazione della parola “Face” si riferirà, ovviamente, al solo uso del termine all’interno di una specifica classe merceologica: quella dei servizi di telecomunicazione attraverso chat e social network (campo, tuttavia, che mi pare tutt’altro che ristretto). Per cui ciò non impedirà che domani, sulla scorta di questo esempio, un rivenditore di creme anti-età registri la stessa parola (“Face”) nell’ambito della propria categoria merceologica.

Insomma, si è aperto un varco in un principio che, invece, doveva essere preservato gelosamente. Soprattutto perché oggi, avendo acquisito il nome commerciale più importanza dello sesso prodotto, fioccano migliaia di richieste di registrazione anche per prodotti che un tempo restavano confinati in realtà strettamente locali. È una conseguenza della società globale, che consente anche al piccolo imprenditore di interfacciarsi col mondo intero e vendere i propri prodotti nell’angolo opposto dell’emisfero.

Affinché da qui a pochi anni non venga ipotecato l’intero vocabolario, gli Uffici Marchi e Brevetti delle varie nazioni dovrebbero porre massima attenzione alle registrazioni che concedono. Non fare, insomma, l’errore che sta facendo l’U.S. Patent and Trademark Office.

Avremo dunque un “face.com“? O forse è solo un sistema cautelativo per non far mettere a nessuno le mani su concetti che vogliono essere da richiamo al solo portale blu?
Di fatto, Zuckerberg sta per comprare una parola e, quando avrà ottenuto l’approvazione, Facebook potrà finalmente vantare i diritti sulla parola “Face”, dimostrando che col denaro è possibile tutto. Sin’anche acquistare l’interpretazione della legge.

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