Home > Recensioni > Faceshift: Reconcile
  • Faceshift: Reconcile

    Faceshift

    Loudvision:
    Lettori:

Cambio pelle

Quando una band di death-metal melodico (gli Eternal Oath) splitta e decide di abbracciare la melodia, abbandonando grugniti e (un po’) di cattiveria: i Faceshift e il loro primo “Reconcile”.
Un album dominato da un gothic-dark metal dalle tinte spesso voluttuosamente prog (cfr. la title-track), che finisce per chiamare in causa quasi tutti i mostri sacri del genere. A partire dagli Evergrey, evocati in maniera imbarazzante nell’opener “Reality/Fatality”, proseguendo con gli Opeth in “Live The Lie”, e arrivando ad Anathema, Paradise Lost di medio termine, assaggini di Pain of Salvation (“Greater Than I”) e Lacuna Coil (“The Craving”). I ritornelli piuttosto user-friendly (malizia?) con cui il combo svedese addobba le proprie canzoni, infine, non può che avvicinare i Faceshift alla dimensione artistica, attenta alle chart, di band come gli Him (“Bound”). Richiami che diventano spesso quasi citazioni, peraltro filtrate attraverso una maturità non ancora del tutto raggiunta.
Ma “Reconcile” è un album da non sottovalutare. Troppo efficaci alcune sue idee melodiche (“My Own Demise”, “No Cure Sickness”, “The Dark Domain”), troppo consapevoli le sue sezioni strumentali e i suoi arrangiamenti, troppo equilibrate le strutture delle canzoni, in definitiva troppo consistenti le premesse per pensare che i Faceshift (i cui membri, evidentemente, hanno già una certa esperienza musicale alle spalle), non avranno la capacità di cogliere la possibilità di dire davvero la loro. Solo che, finora, non hanno ancora trovato le parole migliori per esprimere al meglio i loro concetti, tutto lì.

Scroll To Top