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  • Factory 81: Mankind

    Factory 81

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Versatile e discreto

Altro giro, altro regalo. Vi ricordate quando eravate piccini e andavate sulle giostre e l’uomo dei gettoni era solito pronunciare sempre la stessa frase ad ogni partenza, prima di far scendere il “codino”? Bene, la piega che sta prendendo il cosiddetto nu-metal (anche se molti gruppi, ahimè, non hanno davvero niente di Nuovo da dire) mi fa venire in mente quella frase che ha segnato, penso, indelebilmente la mia infanzia. Allora eccoci ad una “nuova ed entusiasmante corsa”, questa volta in compagnia dei Factory 81, gruppo uscito gia da qualche tempo con questo “Mankind” ma solo ristampato ultimamente dalla Mojo/Universal Records, e quindi pervenuto fino al nostro Bel Paese. Non appena ho avuto in mano il cd in questione, un misto di curiosità e di preoccupazione mi ha assalito: sarà qualcosa di nuovo o hanno proprio deciso di pigliarci tutti quanti per il culo con duecentosessantaquattromila uscite mensili di gruppi che da dove saltano fuori sa solo lo Spirito Santo? Bene, fortunatamente non è cosi ed una volta tanto un bel gruppetto che, anche se non del tutto personalissimo, riesce a far smuovere le chiappe facendo trasudare parecchia energia. Se bisogna fare per forza degli accostamenti, io direi che principalmente i Factory 81 si attestano su un rap-metal molto spinto con qualche puntata chitarristica verso territori alla Machine Head di “The more things change” e fraseggi un po’ più alla One Minute Silence. Discorso a parte per quanto riguarda la voce, a mio avviso uno dei punti a favore di quest’album: si passa da screaming tipici del genere, a parti rappate molto DeLaRocha-style, fino ad atmosfere molto intimiste che ricordano il debutto dei Deftones, “Adrenaline”, e qualcosa dei Tool. Le canzoni sono molto lunghe (una media di 4/5 minuti ognuna) ma si lasciano ascoltare tutte senza grossi problemi; da segnalare sono soprattutto “Nanu”, “Peace Officer”, “Cheese Wheel” e “Rotten Strawberries” che ci immerge in un trip sonoro in cui atmosfere indiane e visioni oniriche si inseguono intrecciandosi a stacchi improvvisi di furia controllata. In definitiva un buon album, non un capolavoro, ma che per lo meno tenta di offrire qualcosa di nuovo e che rivela una band con ancora ampi margini di miglioramento ma che sicuramente è già in grado di farci vedere cosa significa “spaccare” e di saperlo farlo con cervello.

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