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Faith… Again!

Il 14 giugno va in onda il secondo giorno dell’atteso Rock in Idro 2009. Un giorno strano, che subirà una sospensione irreale e poi un’accelerazione emotiva improvvisa con l’arrivo sul palco degli headliner, star assolute, Faith No More. E questo, a posteriori, non potrà che lasciar sbiadire – non ce ne vogliano le altre band – ogni evento precedente alle ore 23:00. Perché, lo si nota subito, da magliette, frammenti di discorsi captati qui e là, elettricità di fondo, la band di Mike Patton catalizza l’attenzione generando un’attesa spasmodica che francamente sorprende, anche a discapito dello status ormai acquisito di cult assoluto. Insomma, il Rock In Idro, di fatto, è un concerto dei Faith No More. Il resto è contorno.

Dopo le esibizioni iniziali, sostanzialmente dei piacevoli warm up, il festival entra nel vivo con gli All That Remains. Metalcore veloce e tecnicamente valido: la band soffre un po’ della sindrome da gruppo spalla, nel senso che il sound generale non è sempre chiarissimo, ma a queste latitudini si è sentito decisamente di peggio. Esibizione onesta, che ben mette in luce la buona verve melodica del combo, in grado di pigiare sull’acceleratore quando necessario, tanto quanto di offrire hook melodici e accattivanti in concomitanza con gli immancabili refrain da cantare sottopalco.

Altro discorso, invece, con i Parkway Drive: qui di melodia ce n’è molta meno, e la band si muove con abilità e precisione su riff spezzati che sostengono energicamente un cantato realmente spaventoso, con il frontman che passa in scioltezza dallo scream al growl più cupo e gutturale. Promossi a pieni voti, la performance è squassante e violenta.

La prima sorpresa della giornata, invece, giunge con i fantastici britannici Gallows.
Praticamente una versione ipervitaminizzata e incazzatissima degli Stooges. Un punk/rock/core fatto di cori selvaggi, velocità, un’attitudine autenticamente antagonista, tra strali al papa e modi sprezzanti, e carisma da vendere. Giovani, e pur si muovono come veterani assoluti: assolutamente impagabile, poi, il girone dantesco inscenato dal singer che si cala nel pit, aizza il pubblico, lo spinge a formare un grosso cerchio attorno a lui, per poi lanciarlo in una forsennata corsa circolare con l’attacco della musica. Un vortice infernale che, a vederlo dalle tribune, lascia esterrefatti e anche piacevolmente ammaliati. Insomma: una notevole scoperta. Da non perdere, di certo, quando torneranno a farci visita per un club tour a novembre.

Chiusa la performance dei Gallows, tocca agli attesi Bring Me The Horizon, e si tratta di un chiaro passo indietro. La band è un po’ imballata, e non precisissima, peraltro è penalizzata da numerosi problemi tecnici che si diradano solo lentamente, nel corso dell’esibizione. La carica c’è, gli scream anche: manca però il tiro, e il paragone con la band precedenti non sta in piedi.

Nel frattempo, il pubblico sta crescendo a grande velocità, anche perché è il turno della prima big band del lotto, i nostrani Lacuna Coil. Che, giocando in casa, tirano fuori una prova di grande precisione, sciorinando un repertorio di brani, da “Closer” a “Fragile”, passando per l’immancabile “Heaven’s A Lie”, ormai classici del genere. E i palati più inclini alla melodia apprezzano, sostenendo con trasporto il combo di Cristina Scabbia. Piace constatare, in primis, il costante miglioramento di Andrea Ferro, divenuto con il tempo una vera colonna del sound della band almeno tanto quanto la più glam Cristina, mentre rimangono giusto un paio di perplessità relative alla varietà delle canzoni e al potenziale spettacolare del gruppo, che non riesce ancora a garantire spettacoli di presa, veramente indimenticabili. Insomma: bravi, bravissimi, ma del carisma di certe star internazionali, ancora, non c’è che un’ombra.
[PAGEBREAK] Il gioco si fa duro, siamo ormai nella fase serale del festival, e tocca agli headliner. Aprono i giochi i Limp Bizkit, band alla reunion in formazione originale, con il ritorno nei ranghi dell’istrionico e imprescindibile chitarrista Wes Borland. Il concerto, guidato da un Fred Durst ammirevolmente inguainato in una t-shirt dei Faith No More, alza decisamente il livello di adrenalina. Il pit, finora animato soltanto da brevi fasi di pogo (salvo che con i Gallows) si trasforma improvvisamente in una specie di sala da ballo, e il pubblico, incitato dalle telluriche e cadenzate ritmiche dei Bizkit, salta e si agita con piacere. La setlist è un po’ annacquata, in effetti, e la fase centrale, in cui tra l’altro Durst accenna un verso di “Epic”, mentre Borland cita prima i Guns’N’Roses e poi “Sanitarium” dei Metallica, è più che altro un momento di riposo per il gruppo, che dà il meglio in apertura e soprattutto in chiusura, con la strepitosa “Take A Look Around” vissuta con grande coinvolgimento da tutta la platea. Ma l’attesa, si sente, è tutta per i Faith No More. Tanto che al primo spegnimento delle luci sullo stage, il pubblico, più che chiedere un bis a Durst e soci, secondo consuetudine, comincia a chiamare a gran voce l’atteso ensemble californiano.

E si capisce subito che si sta per assistere a un concerto indimenticabile. Sul palco vengono montati, a mo’ di quinte teatrali, dei drappeggi rossi, mentre l’attesa si fa sempre più elettrizzata. Si spengono le luci, puntuali, alle 23. E sulle note di “Reunited”, brano praticamente sconosciuto del duo Peaches & Herb, fanno il loro trionfale ingresso Roddy Bottum, Bill Gould, John Hudson, Mike Bordin e infine Mike Patton, elegantissimi, come fu nel tour di “Album Of The Year”.
Da quel momento, si entra in un’altra dimensione. Poche storie, i Faith No More sono di un altro pianeta, e a dimostrarlo c’è un repertorio che chiarisce oltre ogni dubbio come, nella musica, ci sia un abisso tra i solidi mestieranti e i geni innovatori, quelli il cui nome è destinato a rimanere iscritto nella storia al di là di qualunque statistica di vendita.

La scaletta è da urlo, e si apre con “The Real Thing”, un brano di bellezza e atmosfera commoventi. La band non sembra soffrire la lunga inattività (il solo Bordin sbaglia a più riprese, attirandosi i divertiti sfottò di Patton che, in perfetto italiano, a un certo punto si chiede se là dietro il drumset, il batterista non si stia magari facendo una sega) e il singer, in particolar modo, pare richiamare in se stesso tutto ciò che lo ha caratterizzato inequivocabilmente negli anni.
Tra eleganza e istinto selvaggio, tra violenza e grottesco, Patton mostra doti vocali che stupiscono a ogni piè sospinto. Il concerto va avanti con intensità crescente. “From Out Of Nowhere”, “Land Of Sunshine” (da “Angel Dust”, disco più omaggiato della serata, e non è un caso), la stupenda “Caffeine”. Poi è il turno di “Evidence”, cantata in italiano, e di una chicca assoluta, “Chinese Arithmetic”, aperta da una breve citazione di “Poker Face” (!!) della popstar Lady Gaga. Non c’è tempo di riprendersi dallo stupore, che si ritorna alla storia assoluta, con “Surprise, You’Re Dead!” e “Easy” (boato!), seguite a ruota da “Ashes To Ashes” (sorprendentemente, boato ancora più grande), “Midlife Crisis”, il cui ritornello è cantato interamente dal pubblico, con gli strumenti che tacciono, e l’adrenalinica “Introduce Yourself”. Manca praticamente all’appello, ancora, la produzione più recente della band: ecco allora “The Gentle Art Of Making Enemies”, terremotante, e la toccante “King For A Day”.
In mezzo, una performance meravigliosa nella cover di “I Started A Joke”, impreziosita da un Patton che lancia la sua voce su intensità inarrivabili, giungendo a riempire il Palasharp come un’onda di piena.
Il concerto sembra giunto alla conclusione, ma è d’obbligo almeno una rentrée: la scelta dei brani, allora, ricade su “Stripsearch”, aperta dal tema di “Momenti Di Gloria”, “Chariots Of Fire” di Vangelis, e sulla finale (stavolta davvero) “We Care A Lot”, un brano la cui magia non pare minimamente intaccata dagli anni.

E cala il sipario, con il rammarico di un pubblico estasiato – ancora assetato di Faith No More – conscio di aver assistito a uno di quei concerti che vanno a incastonarsi per sempre nella memoria di ogni appassionato del grande Rock. Quello che da sempre regala a chi lo ama scintille emotive e una magia che rendono la vita inequivocabilmente più ricca, più bella, unica.

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