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Il canto del cigno

I Faith No More affidano il loro canto del cigno ad un album che sancisce definitivamente il loro allontanamento dalle sonorità metal. C’è davvero poco di assimilabile a questo genere musicale, e non è affatto casuale che la band abbia deciso di affidarsi per la prima volta ad un ingegnere del suono come Roli Mosimann, usualmente dietro la console per band elettroniche. Il discorso viene ripreso là dove era stato interrotto con “King for a Day”, ovvero con un nuovo cambio di lineup alla voce chitarrista (viene ingaggiato John Hudson dei System Collapse), e con uno stile che muove ancora un passo in direzione dell’eclettismo totale. Come nella precedente fatica le tracce sono tutte riconducibili a territori musicali abbastanza differenti, anche se fa di nuovo capolino una certa coerenza stilistica tra alcune di esse, cosa che in “King…” era quasi del tutto assente. D’altra parte qui i generi in cui la band si cimenta sono addirittura più atipici per un gruppo di estrazione rock, ma la rilettura che la band dà di questi appare convincente e molto interessante. Semmai il problema è qui inverso rispetto all’ultimo album pubblicato: è il songwriting a mostrare qualche crepa, ed i brani non sono tutti all’altezza – alcuni infatti sono discreti, ma forse un po’ prevedibili o comunque poco efficaci. Quindi si potrebbe dire che su un piano stilistico “Album of the Year” si piazza esteticamente a metà tra “Angel Dust” e “King for a Day” (pur, va ribadito, rappresentando un’estremizziazione dello sperimentalismo), mentre la qualità dei brani appare comunque inferiore rispetto alle prove precedenti. Rimanga chiaro che ci sono ottime song nell’album: “Last Cup of Sorrow” è all’altezza dei vecchi classici, ed è promossa da un video imperdibile che cita “La Donna che Visse due Volte” di A. Hitchcock, “Paths of Glory” (ennesima citazione da Kubrick: si tratta del titolo originale di “Orizzonti di Gloria”) è carica di pathos ed atmosfera, “Pristina”, arcana ed epica, chiude l’album con un tocco di magia, mentre il singolo principale “Ashes to Ashes” mostra nelle sue melodiche e piacevoli spire un Mike Patton ulteriormente migliorato nella tecnica (cosa che gli permetterà, durante il tour, di confrontarsi con brani incredibili come “This Guy’s In Love With You” di B.Bacharach – eseguita in maniera esaltante in Australia). Non vanno dimenticati comunque lo sghembo elettronic-rock di “StripSearch” o lo strambo mix elettrico di tessuti hard e melodie mediorientali di “Mouth to Mouth”. “Album of the Year” ci mostra quindi una band protagonista di un’ulteriore fase del proprio sviluppo artistico: purtroppo sarà anche l’ultimo capitolo di una carriera spesa all’insegna di genio e sregolatezza, sulla scorta di scelte folli e rivoluzionarie che negli anni a seguire rappresenteranno un punto di partenza per molte giovani band di successo.

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