Home > Recensioni > Faith No More: Angel Dust

Polvere di stelle

Il capolavoro dei Faith No More. Il conclamato masterpiece griffato Faith No More dovrebbe a rigor di logica essere “The Real Thing”, e in effetti la critica si divise nel valutare questo platter. Contestualizzando, si comprende come tanto le inflessioni musicali dell’album quanto l’approccio delle riviste fossero a quel tempo influenzate dall’onda di piena del giunge.
Concentrandosi esclusivamente sulla musica, “Angel Dust” contiene indiscutibilmente gemme di grande valore. Semmai discutibile fu la condotta promozionale, con il bombardamento mediatico di cui fu protagonista la (peraltro riuscitissima, ben al di sopra dell’originale) cover di “Easy” (L. Ritchie), ballad ruffiana di sicuro successo, a scapito dei brani propriamente autografi. Volendo poi proseguire subito nella disamina dei difetti, si potrebbe anche rilevare come un paio di tracce non siano effettivamente all’altezza del resto, rimane però una decina di song di assoluta bellezza. L’album è sonicamente omogeneo, le tastiere (ampio il ricorso ai loop e ai sample) occupano un posto di maggior rilievo rispetto al passato ed i ritmi, complice anche un basso davvero roboante, si fanno più cadenzati e groovy. Su questa struttura ritmica più uniforme ma forse ancora più stratificata che in passato (i tempi dispari la fanno da padrone), si installa un feeling generale decisamente dark, in cui l’ironia del passato si stempera leggermente, anche a causa della maturazione timbrica di Patton, il cui colore vocale si fa più scuro. La prova del singer è, manco a dirlo, eccellente, forse la migliore in assoluto della sua carriera, giocata su arrangiamenti molto particolari e variegati. spesso dilaniati da urla isteriche, come da inquietanti e teatrali digressioni parlate. Granitico il trittico d’apertura, con la sarcastica “Land of Sunshine”, la micidiale “Caffeine” (forse il miglior brano mai scritto dalla band) e la groovy “Midlife Crisis” (buona seconda in una all-time chart). Il sarcasmo qui striscia e si trasfigura, tornando a farsi presente ed ingombrante nella sprezzante e pianistica “RV”, brano in cui blues, country e molto altro si fondono per risultare solo ed esclusivamente FnM. La band riprende a picchiare duro con “Smaller and Smaller”, un mid-tempo di grande impatto, per poi giungere alla melodica ed ariosa “Everything’s Ruined”, impennando subito dopo con il thrash obliquo e cattivissimo di “Malpractice”, in cui la band si permette di sposare inserti di Sostakovi (un quartetto d’archi, per la precisione), dilatazioni quasi dark, riffing slayeriano, in un amalgama incredibile. Superata la meno convincente “Kindergarten”, si riprende subito con il veloce heavy di “Be Aggressive” (il cui coro da cheerleaders è stato ampiamente saccheggiato da Marylin Manson nella valida “mObscene”), caratterizzato ancora una volta da un pregevolissimo lavoro di basso, affiancato dal dinamico chitarrismo di Martin, e con la fenomenale “A Small Victory”, fresca e sorprendente grazie soprattutto alla varietà degli strambi inserti campionati. Tocca quindi al punk/funk/metal effettatissimo di “Crack Hitler” (titolo a doppio senso) introdurre la parata finale, che prima delle due magnifiche cover (oltre alla già citata “Easy”, il tema di “Midnight Cowboy”, ovvero “Un Uomo da Marciapiede”, riletto in chiave rock per un risultato esaltante), lascia lo spazio alla lunga e cangiante “Jizzlobber”, velenosa ed iconoclasta, noisy e fragorosa: un notturno concentrato di livore e melodia, per un brano dall’atmosfera assolutamente malata, nel suo fondere metal estremo e partiture liturgiche. “Angel Dust”, insomma, è un lungo viaggio in un oscuro e spiazzante tunnel musicale, illuminato in modo incostante, a volte tenue, altre lancinante, spesso disturbante. Sempre e comunque in modo da colpire indelebilmente la retina del viaggiatore.

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