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  • Faith No More: The Real Thing

    Faith No More

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FeNoMenali

A volte, nella carriera di un band, capitano grandi colpi di fortuna. Ai Faith No More tocca Mike Patton, un ventenne stralunato e istrionico che canta negli improbabili Mr. Bungle (una band che mescola jazz, funk, death, rap e molto altro) e si presenta sui palchi vestito da sommozzatore e a cui tocca sostituire l’uscente Chuck Mosely, silurato per “instabilità comportamentale” (qualche abuso di troppo). I Faith No More, quindi, sfornano “The Real Thing”: la perfetta risultante dell’incontro tra un gruppo sull’orlo dell’esplosione creativa ed un interprete dotatissimo e soprattutto in possesso della sottile follia che contraddistinuge ogni vero genio – oltre ad una sensibilità culturale di grande spessore. Patton regala una prova da applausi, nonostante la voce leggermente acerba e l’imperfezione della sua preparazione tecnica e qualche perdonabile citazione di troppo (siamo intorno ai ’90 e qualcuno cerca di trasformare tutto l’hard e l’heavy in qualcosa di simile ai Guns: si osservi il video di “From Out of Nowhere”); la band, dal canto suo, prepara una manciata di brani terrificanti. Si parte dalla movimentata e coinvolgente “From Out of Nowhere”, traccia fortemente metal segnata da un melodico ed anthemico refrain; si continua poi con brani memorabili come la schizzatissima “Surprise! You’re Dead” e con la divertente “Falling to Pieces”. Notevole la tagliente ironia che permea ogni aspetto della proposta della band, in questo senso è decisamente emblematico l’impianto testuale della citata “Surprise…”. Non è da meno il prosieguo, con la lunga “Zombie Eaters”, in cui ancora una volta emerge l’afflato epico della band, o con la magnifica title track, teatro di una prova sublime da parte del singer, fino alla spensierata “Undervater Love”, groovy ed accattivante. In coda al disco la lenta “Edge of the World”, indecifrabile e ricca di feeling, “Woodpeckers from Mars” e “The Morning After” ad incorniciare l’ottima cover della sabbathiana “Warpigs”, brano storico della band di Birmingham magistralmente interpretato da un Jim Martin in stato di grazia e da un Mike Bordin che sfoggia il solito tocco squassante dietro le pelli.
Discorso a parte merita infine la leggendaria “Epic”, se non altro pel la risonanza che il pezzo avrà in futuro: al di là dei numerosi premi vinti (tra cui un MTV Award), questo brano rimane storico per l’incredibile naturalezza con cui convivono, in una cangiante trasfigurazione continua, strofa rap, puro metallo dalle tinte epiche, heavy ed un epilogo ai limiti della classica: una specie di sortilegio musicale, per una canzone totalmente perfetta. Perfetta come un album grandissimo, assolutamente unico per ciò che ha rappresentato, fondamentale per ogni amante del grande rock.

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