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Fantascienza intimista

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Ci aveva sorpresi tutti con la sua bellissima opera prima, “Moon”, fantascientifico-metafisico interamente ambientato su una navicella spaziale in missione sulla Luna e del tutto incentrato sull’introspezione psicologica di un solo protagonista: Duncan Jones, giovane regista figlio del mitico David Bowie, ha dimostrato anche con “Source Code” di avere un’idea di cinema, e di fantascienza soprattutto, decisamente appetibile e coinvolgente, oltre che originale rispetto al panorama odierno riguardante spesso orientato sulla spettacolarizzazione, sull’azione e sugli effetti speciali.

Stavolta il talentuoso figlio d’arte si è affidato ad una produzione più massiccia e si è assestato, anche se non banalmente, sul mainstream per attirare un numero più alto di spettatori, ma, pur basandosi su una sceneggiatura altrui, quella di Ben Ripley, è riuscito a mantenere ben salda l’anima del suo film d’esordio, e dunque la sua stessa concezione del genere fantascientifico.

Siamo di fronte a un plot apparentemente usurato, con il protagonista-eroe che evitare una catastrofe a bordo di un treno in corsa, raccontato però con un’attenzione particolare al rapporto che si viene a creare tra la condizione del personaggio, imposta o meno, e le “forze superiori” che lo guidano. Jones ci propone insomma l’ennesima, e tuttavia brillante, riflessione sull’ingerenza eccessiva della scienza nella vita dell’uomo e una serie di considerazioni, meno approfondite, questo sì, rispetto al film d’esordio, sul senso di alienazione, solitudine, inadeguatezza e claustrofobia dell’essere umano.

Se si mette da parte l’improbabile e fuori luogo “storia d’amore” inserita a forza e un finale che sembra quasi imposto (laddove si sarebbe invece potuto concludere con un particolare fermo immagine che starebbe stato una chiusura perfetta), “Source code” resta un ottimo film di fantascienza; malgrado l’assunto di fondo della pellicola consista nel ripercorrere ripetutamente, dal punto di vista del protagonista, gli ultimi otto minuti di vita di un passeggero al bordo del treno sul quale è stato posizionato un ordigno, l’opera di Duncan Jones riesce a non essere ripetitiva né ridondante e sa parlare in modo stimolante di viaggi nel tempo, di realtà parallele, di libero arbitrio e della coscienza in lotta contro la determinatezza.

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