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Far East in Manchuria

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Sin dal titolo il film di Kim Jee-woon omaggia un classico di Sergio Leone, ma se è vero che l’inizio e l’avvio del plot contengono molti degli archetipi del grande regista romano — dal treno come teatro e motore dell’azione alla ricerca del tesoro da parte di tre gaglioffi, dall’ironia a volte anche un po’ caciarona a una certa estetica della violenza, dai costumi di alcuni personaggi (lo spolverino e il fucile del “buono”) all’idea di fare del personaggio più strambo (il “matto”) il vero traino del film — “Il Buono, Il Matto, Il Cattivo“, passato velocemente in sala qualche settimana fa, procede tutto sommato sulle sue gambe, permettendo al suo regista di mostrare i muscoli visivi e cerebrali.

Del resto molti sono i padri putativi del film: la storia in sé anche banale e risaputa ci viene raccontata utilizzando un imperioso numero di filtri diversi, rimescolati funambolicamente tra loro, per cui alcune sequenze contenengono in sé l’omaggio dell’omaggio dell’omaggio.
Ne è un esempio calzante la sequenza più spettacolare e lunga, quell’inseguimento titanico che vede alle calcagna del Matto non solo gli altri due attanti del titolo, ma anche una banda di fuorilegge manciuriani e l’esercito giapponese. Tutti a dare la caccia a questo fantomatico tesoro, perché Est o Ovest, Italia o America, Manciuria o Spagna è sempre la vecchia moneta sonante a far muovere il gioco anche se in questo caso, ancor più che nel prototipo, ha più che altro una funzione di mcguffin, di miccia dell’azione. E così anche la guerra e il contesto storico sono poco più di un un ronzio di sottofondo che mette i bastoni tra le ruote — anche letteralmente — ai nostri gaglioffi (sebbene gli eserciti e la Resistenza qui intervegano anche direttamente… nella caccia).
[PAGEBREAK] Dicevamo della sequenza. Tra jeep, sidecar e cavalli lanciati in corsa, Kim si produce in un gustoso aggiornamento della classica carica degli indiani (o della cavalleria), sulle note di una versione solo musica di Don’t Let Me Be Misunderstood, che scandiva anche la danza di morte tra la Sposa e O-Ren Ishii: è il momento di massima estensione nella manipolazione post-moderna. Ed è qui che Kim sfodera e sfoggia maggiormente la parte muscolare ed epica del suo film magnificata dalla scelta di girare in CinemaScope, snocciolando — bene — i soldi messi a disposizione in un rutilante inseguimento che tiene conto di tutto il cinema action coevo e che si spinge anche molto in là nei limiti del consentito.

Tuttavia, è bene non correre il rischio di catalogare “Il Buono, Il Matto, Il Cattivo” come uno sterile elenco di figure e situazioni derivate, perché la bravura di Kim sta nel declinare quegli stereotipi sciogliendoli dalla loro formazione originaria e rimontandoli a piacimento, magari con diverso segno. Questo non salva il film da qualche lungaggine di troppo, dall’impressione che ci siano più finali che riaprano continuamente la partita, dal fatto che le sequenze di raccordo soffrono di una certa stasi, di un calo del ritmo pericoloso, ma sono tutte sviste che si perdonano, vista la potenza epica sprigionata e la contaminazione con un’ironia forse a tratti un po’ troppo grassa ma che quasi sempre funziona grazie alla presenza scenica del Matto, interpretato da Song Kang-ho, attore feticcio di Park Chan-wook e Bong Joon-ho, cioè a dire il pantheon del cinema coreano contemporaneo.
[PAGEBREAK] E a fronte di un “Buono” (Woo-sung Jung) un po’ sbiadito, il Cattivo ha il volto d’angelo-emo di Byung-hun Lee, già protagonista per Kim Jee-woon nel suo malinconico, bellissimo noir “A Bittersweet Life“, ingiustamente sottovalutato. E nell’incontro/scontro di queste tre personalità si ha un continuo rovescio morale: agli epiteti non sempre (o non per tutta la durata del film) corrisponde la caratura etica del personaggio. E il triello finale — doveroso, imprescindibile omaggio con tanto di inquadrature ravvicinatissime degli occhi dei contendenti — serve proprio a rimescolare e far riesplodere le dinamiche, a ribaltare e colpire con un colpo di teatro l’intera vicenda.

In un momento in cui, dopo il grande exploit della prima metà degli anni Zero, il cinema coreano accusa qualche colpo (sia produttivo che qualitativo), tallonato come qualsiasi altra cinematografia dall’impero hollywoodiano, Kim sceglie di affrontare il Titano sul suo stesso campo da gioco, andando a infilarsi nel genere più americano e codificato e insieme più aperto alla traduzioni. Lo sforzo è apprezzabile, pur nei citati difetti, per come riesce a mantenere il suo racconto su un binario spettacolare senza però tracimare necessariamente nella vacuità dello sguardo.

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