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Fast Animals And Slow Kids: La nostra intervista ad Aimone Romizi

Per chi crede ancora agli inni generazionali, alla musica che segna le epoche e le fasi di vita, oppure alla semplice e liberatoria passione di poter urlare a squarciagola  tutto quello che che si sente dal cuore; per chi crede in tutto questo e in molto altro; per chi si sente pieno di furore giovanile; a tutti voi che credete in queste cose, il mio consiglio è: correte ad ascoltarvi una delle più grandi rivelazioni del rock made in Italy: i Fast Animals  And Slow Kids: Alessandro Guercini, Alessio Mingoli e Jacopo Gigliotti. Infine lui, il timoniere della nave dall’equipaggio perfetto: Aimone Romizi. Noi di Loudvision lo abbiamo intervistato, settimane successive ad “Alaska”, l’ultimo lavoro in studio. Ecco quello che ci ha detto.

 

Ciao Aimone, intanto come stai?

Ciao! Sto benissimo, tutto alla grande!

Per cominciare, volevo partire da Alaska, il vostro ultimo lavoro in studio (già primo nelle classifiche iTunes Store): come è nata l’idea? E come è stato registrato?

“Alaska” si è sviluppato mentre stavamo suonando, durante il tour di “Hybris” (l’album precedente uscito nel 2013, ndr). Noi suonavamo e tra un concerto e l’altro c’era sempre del tempo, tra i momenti che passavi in furgone piuttosto che in albergo prima di uno spettacolo. Capitava che ci portassimo dietro le nostre chitarre e che cominciassimo a cantare dei motivetti. Quella è stata l’ossatura iniziale del nostro album. Le stesse tematiche all’interno del disco si riferiscono a quel preciso arco temporale. Per quanto riguarda il processo di registrazione, a differenza del passato, abbiamo avuto molto più tempo a nostra disposizione. Siamo stati in studio di registrazione per circa un mese e abbiamo avuto occasione di provare strumentazioni migliori che ci hanno permesso di sperimentare una gamma molto più vasta di suoni. In generale, abbiamo avvertito, rispetto in precedenza, una serenità legata anche al successo che avevamo avuto con “Hybris” e che quindi ha caratterizzato l’intero ciclo di lavoro.

Per quanto riguarda le tematiche dell’album, ho avuto come l’impressione che, come nel precedente “Hybris”, tendano ad essere molto simili da canzone a canzone, quasi abbiate voluto impostare un unico filo conduttore. Possiamo considerare Alaska un concept album?

In un certo senso è così. Come detto prima, l’album si è sviluppato in un arco temporale molto preciso caratterizzato da alcune peculiarità  legate a momenti del quotidiano che vivevamo e che quindi ci hanno influenzato. Se una linea guida esiste, è proprio legata a questo fattore tempo a noi molto caro. Tuttavia, come spesso accade, anche nell’arco di pochi giorni, capita che un  momento vuoi elaborare una tua idea e il momento successivo provi stati d’animo completamente opposti. Il discorso è un po’ complicato, ma, per certi versi, considerare il nostro disco un concept non è un’analisi fuori luogo.

Ed ora una piccola curiosità: il titolo. Come mai avete scelto Alaska? Che cosa rappresenta per voi?

Il momento della scelta del nome è sempre abbastanza critico. Generalmente, ogni volta che arriviamo in questa fase, cerchiamo di parlarne dentro un contesto che sia per noi familiare . Per farti un esempio, ci sono delle cose su cui noi siamo molto abitudinari. Nella scelta del titolo, ma questo vale per molti altri argomenti di discussione, siamo soliti riunirci in un ristorante cinese che ormai è lo stesso da anni. Perché “Alaska”? Ci siamo principalmente concentrati su quello che emanava il disco. Eravamo tutti d’accordo che per noi suonasse molto gelido, quasi straniante e cupo. Nel mezzo del brainstorming su tutti i possibili titoli dell’album, è venuto fuori “Alaska”, un luogo reale, dove nessuno di noi è mai stato, che in qualche modo riassumeva tutti i significati che volevamo attribuire al nome. Un luogo dove la luce filtra poco.

E di qui anche l’artwork del disco, dove si intravede quello scorcio di paesaggio da una finestra buia…

Esatto! Quello scorcio di paesaggio, per noi, rappresenta l’Alaska stessa. La luce che si intravede da quella piccola finestra è un simbolo di speranza che può spingerti ad uscire dall’oscurità.

Tra i brani dell’album, uno dei miei preferiti è “Il Mare Davanti”. Detesto fare domande sui significati delle canzoni, visto il loro alto grado di soggettività. Tuttavia non riesco e trattenermi e te lo chiedo lo stesso. Che cosa volevate comunicare con quel pezzo?

“ll Mare Davanti” è stata la prima canzone composta dell’album. Parla di un forte disagio interiore, che ognuno di noi avverte, e dell’incapacità di riuscire a cavarsela da soli. Non a caso, l’invocazione iniziale è proprio “aiuto”. E’ forse la canzone più cupa dell’album e la scelta di porla all’inizio del disco (dopo “Ouverture”) non è casuale. “Alaska” può essere interpretato come un viaggio dal buio dell’oppressione fino alla luce della speranza, la quale è forse incarnata nel brano “Grand Final”.

Cambiamo argomento. Nel corso degli anni avete avuto la possibilità di conoscere molte band del panorama rock italiano. Quali sono le vostre opinioni sulla scena rock del nostro paese e di tutti quelli che ne fanno parte?

Io non penso che si tratti di una vera e propria scena. L’errore secondo me consiste proprio nel relegare tutte le band alternative italiane in una stessa realtà. Purtroppo è vero che sono pochi i gruppi che riescono a riempire i locali. In quelle occasioni, poiché i nomi sono (quasi sempre) gli stessi, hai l’occasione di conoscere nuove band e di stringere delle belle amicizie. Qui in Italia, secondo me, avviene questo. Per “scena” io intendo più un fenomeno radicato un determinate città (penso a Washington DC e ai Fugazi, per farti un esempio). A noi è capitato in questi anni di fare da spalla a molte band, come Ministri e Zen Circus, con  i quali abbiamo molto legato. Alla fine i palchi sono sempre gli stessi e prima o poi, quando cominci a suonare in maniera costante, incontri veramente tutti.

Parlando invece delle influenze musicali nel vostro sound, c’è qualche band che prediligete?

Su questa domanda sono in genere abituato a delegare il chitarrista, nonché guru, della band. Quel che ti posso dire è che molto di ciò che ascoltiamo, e che normalmente ci influenza, avviene in furgone. C’è quindi una profonda esperienza di condivisione che spesso ci spinge ad uniformarci, invece che litigare,quando dobbiamo comporre i pezzi. Visto che comunque me l’hai domandato, posso citarti qualche artista che ultimamente abbiamo ascoltato. Il più noto penso sia Bruce Springsteen. “Nebraska” l’abbiamo divorato. Un’altra band sono i Titus Andronicus, secondo noi molto bravi. Poi, ovviamente, ognuno ha i propri gusti personali. A me capita di ascoltare del cantautorato, ma, alla fine, è proprio la musica rock che mi lega agli altri componenti del gruppo. Una cosa positiva , e che garantisce coesione all’interno della band, è proprio la compartecipazione di tutti noi nel processo creativo. Se qualcuno ha voglia di proporre un’idea nata dall’ascolto di una canzone, ha la possibilità di farlo liberamente.

Parliamo di Perugia, la città nella quale siete cresciuti e vi siete formati musicalmente. Che importanza riveste nel disco (il video di “Come reagire al presente” è girato lì) e quale significato ha per voi?

Guarda, Perugia è collegata al disco in tutti i suoi aspetti. E’ la città in cui viviamo ed è sinonimo di quotidianità. Ti posso dire che, come band, siamo soliti parlare molto di noi stessi nelle nostre canzoni. Non siamo bravi a fare delle analisi oggettive del mondo.  Perugia ha la particolarità di non essere una grande città, come Roma o Milano, in cui moltissime differenze si mescolano tra di loro. Perugia è molto più provinciale e molto più quotidiana. Frequentiamo gli stessi locali che conoscono tutti e andiamo a mangiare nello stesso ristorante cinese. E’ la realtà dove siamo cresciuti, dove abbiamo coltivato le amicizie più belle. Nel video di “Come Reagire al Presente” questo legame è ancora più sottolineato dal fatto che abbiamo voluto mostrare determinati luoghi della città che per noi sono stati importantissimi. Ciò che volevamo fare passare era proprio l’importanza dei luoghi in cui vivi, perché ognuno ha il suo piccolo mondo del quale sente la mancanza solo quando si allontana da esso.

Avete stabilito un termine per il tour di presentazione del nuovo disco?

Il nostro termine è quello di fare più date possibili. Per presentare Hybris abbiamo superato il numero cent0. In fin dei conti, noi siamo una band che dà il massimo del rendimento con le prestazioni live.

Allora vi auguro buona fortuna e ci si vede presto. Vi aspetto al Locomotiv.

Grazie a te. Ciao!

 

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