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Fastway: Il ritorno di Fast Eddie Clarke

“Fast” Eddie Clarke è entrato a far parte della storia del rock come chitarrista dei Motörhead, con cui ha suonato dal 1976 al 1982, realizzando album fondamentali come “Overkill”, l’acclamato live “No Sleep Till Hammersmith” e il leggendario “Ace Of Spades”.
Uscito dalla band, formò i Fastway l’anno seguente con Pete Way, e rimase l’unico membro stabile della formazione, che annoverò tra gli altri un insospettabile David King, fino allo scioglimento nel 1990.
Nel 1994 pubblica un album solista, non molto ben accolto, poi Clarke si ritira dalle scene fino al 2007, quando resuscita i Fastway con una nuova formazione e intraprende un tour.
Dopo qualche cambio la formazione si stabilizza con Toby Jepson al basso e alla voce e Matt Eldrige alla chitarra e nel 2010 i Fastway registrano l’album “Eat Dog Eat”, che uscirà il 14 novembre di quest’anno per la SPV.
Lo abbiamo intervistato e ne è venuta fuori una lunga e interessante chiaccherata, in cui Eddie Clarke si è rivelato un interlocutore cordiale, alla mano e pieno più che mai di entusiasmo e amore per la musica e la chitarra.

L’ultimo album dei Fastway uscì un bel po’ di tempo fa, nel 1990, seguito poi solo da “Ain’t Over Till It’s Over”, il tuo album solista del 1994.
Cosa ti ha spinto a registrare di nuovo e nello specifico un nuovo disco dei Fastway?

Non avevo intenzione di registrare di nuovo, pensavo che la mia carriera fosse finita sotto quell’aspetto perché “Ain’t Over Till It’s Over” non fu ben accolto e non vedevo più motivo di continuare, ma nel 2007 feci alcuni concerti con i Fastway e in quell’occasione ho conosciuto Toby Jepson e finalmente ho incontrato qualcuno con cui sentivo di poter lavorare e scrivere canzoni.
È sempre così: ho bisogno di qualcuno con cui lavorare assieme, alla Page e Plant, come con David King nei Fastway oppure con Lemmy nei Motörhead.
Quindi il fatto che io e Toby lavorassimo così bene insieme- scrivemmo un sacco di canzoni nel 2008- mi ha davvero spinto a riprovarci, è stato proprio un colpo di fortuna.

Come venne fuori l’idea di riformare i Fastway nel 2007?
Steve Strange, un mio amico batterista, aveva smesso di suonare per diventare un agente, e ne era diventato anche uno piuttosto importante. Nel 2007 mi propose di riformare i Fastway, con lui stesso alla batteria, e suonare in po’ di festival, visto che in poteva rimediare gli ingaggi, io gli risposi che era un’idea fantastica e così lo abbiamo fatto.
Al basso c’era John McManus dei Mama’s Boys, abbiamo fatto qualche prova e ci siamo divertiti abbastanza, poi abbiamo anche trovato un cantante, ma viveva in Irlanda del Nord ed era troppo difficile per lui volare avanti e indietro ogni volta, dato che avevamo bisogno di provare spesso. Così se n’è andato dopo qualche settimana e Steve mi ha telefonato dicendo che c’era questo suo amico, Toby Jepson, che avrei proprio dovuto incontrare, perché al momento non sta facendo niente e avrebbe potuto essere un buon cantante. Gli ho detto di portarlo alle prove, lui è venuto, abbiamo provato ed è andata alla grande.
È un ottimo cantante, è professionale,ed è un tipo simpatico, senza problemi

In che festival avete suonato?

Hyde Park, Donnington, Sweden Rock, Wacken, uno in Belgio e poi uno in Giappone, il che è stato fantastico perché non c’ero mai stato e pensa che mia moglie è giapponese! Lì abbiamo suonato al LoudPark con gli Heaven & Hell ed è stata davvero una bella soddisfazione perché i Motörhead ci andarono dopo che io ero uscito dal gruppo e i Fastway avevano il viaggio in programm ma saltò perché le vendite del terzo album non erano andate bene.

Poi che è successo?
Io e Toby, che siamo due musicisti professionisti e viviamo per la musica, abbiamo deciso di metterci a scrivere canzoni nell’estate del 2008.
Io ho un piccolo studio a casa, ci siamo messi lì e abbiamo lavorato per un mese, in tre o quattro sessioni, scrivendo le undici canzoni che sono sull’album; poi però le cose si sono complicate: John aveva dei problemi personali molto seri ed ha dovuto lasciare i Fastway e Steve aveva dei lavori molto importanti da seguire, come i concerti australiani dei Coldplay.
Eravamo rimasti io e Toby e lui doveva lavorare per guadagnare, anche perché aveva messo su famiglia, così quando ha ricevuto un’offerta in America è andato lì e sono rimasto solo io. Pensavo fosse davvero un peccato che alla fine non si facesse niente.
Nel 2009 intanto Toby tornò dall America e si unì a una band scozzese, i Gun.

E quando e come è tornato nei Fastway?
L’anno dopo provammo a organizzare qualche show per i Fastway ma non se ne fece niente, però gli proposi di usare le canzoni per un mio progetto, un album blues; lui fu d’accordo e si offrì anche di cantarle.
Riascoltandole mi resi conto che c’era più materiale di quanto pensassi, dieci canzoni finite e una che era una buona idea, e quindi ho proposto a Toby di usarle per fare un album dei Fastway. Gli dissi che avrei pagato lo studio e organizzato il tutto, insomma che sarei stato il produttore esecutivo, mentre lui l’avrebbe prodotto artisticamente, visto che aveva già prodotto i Virginmarys, una giovane band di Manchester. Gli chiesi se conoscesse un batterista adatto e lui portò Matt Eldrige. Provammo con lui per tre settimane, poi a settembre registrammo l’album.
[PAGEBREAK] Dove avete registrato? Quanto tempo ci è voluto?
Abbiamo registrato ai Chapel Studios nel Lincolnshire.
Le tracce le abbiamo registrate in tre settimane e poi abbiamo mixato per otto giorni, così a fine ottobre era pronto. In tutto ci sono volute sei settimane direi, comprese due di pausa.
È stato piuttosto eccitante tornare in studio, cosa che non avevo più fatto da “Ain’t Over Till It’s Over”: mi sono accorto di quanto in realtà mi piaccia, mi sono ricordato di come sia fantastico stare in studio con una band. È stato veramente un piacere per me.

“Eat Dog Eat” è un album di solido hard rock/blues, come hai scelto questa particolare direzione musicale?
Il sound è come quello degli inizi dei Fastway, quello del primo album, e per me “Eat Dog Eat” suona come avrebbe dovuto suonare il nostro secondo.
“Fastway” penso sia un album grandioso, ma dopo quello accadde che Pete lasciò la band e i Fastway dopo non furono più ciò che avrebbero dovuto essere; anche se andammo avanti per me non fu più la stessa cosa e “All Flying Up” avrebbe potuto essere migliore. Non era un brutto disco, c’erano delle buone canzoni, ma ci furono molti problemi sia col produttore che con la line-up.
Quest’album quindi per me è davvero il seguito del primo; so che può sembrare sciocco ma a me da davvero questa sensazione.

Che chitarre hai usato?
Ho usato le chitarre che uso da sempre: la mia Strato, che mi porto dietro dai tempi dei Motorhead, e la mia Les Paul Blonde, che ho comprato nel 1972: l’ho usata molto nei Motorhead per le registrazioni e poi come mia unica chitarra con i Fastway.
Ho anche una nuova Telecaster, che ho usato per il materiale per l’album blues. È un modello Nashville, made in California, e ha quel sound pulito e sottile che era perfetto per ll’album blues. Su “Eat Dog Eat” l’ho usata solo per la ritmica di “Love I Need”, che è una canzone lenta e bluesy; in effetti forse avrei potuto usarla un pochino di più.

Ne hai anche altre che non hai usato sull’album? Che pedali usi?
Ho l’Epiphone che ho comprato da John Henry nel 1982. Anche quella me la sono sempre portata dietro tutti questi anni e tuttora viaggia sempre con me.
Come pedali uso ancora il mio Six Cry Baby Wah Wah che ho dai tempi dei Motörhead e l’OT1 che ho da quando ho formato i Fastway, e basta!

Quando hai scritto le canzoni con Toby ne avevi già qualcuna completa o le avte tutte scritte insieme partendo dalle vostre idee?

Io avevo un bel numero di riff che avevo accumulato negli anni, ma erano solo riff sciolti. Li ho portati e abbiamo costruito le canzoni con quelli, quindi sono tutte scritte ex novo, anche se molte idee le avevo già.

Delle canzoni dell’album c’è n’è qualcuna in particolare di cui sei particolarmente orgoglioso? A me per esempio ha colpito molto “Sick As A Dog”.
“Sick As Dog” è figa, una gran bella canzone, sicuramente una delle mie preferite. Mi piace molto anche “Deliver Me”: ha un ritornello fantastico. Probabilmente sono queste due le mie preferite, anche se ce n’è un’altra che salta fuori ascoltando con attenzione, ed è “Loving Fool”, perché nel finale è grandiosa. È una di quelle canzoni che ti catturano col tempo.

Alla fine sull’album avete messo dieci canzoni, più una disponibile solo per il download.
Sì, sono un po’ contrariato dalla cosa. Avevamo le nostre dieci canzoni e la SPV ce ne ha chiesta una da usare come extra; noi ne avevamo una che non era ancora finita, “Leave The Lights On” così siamo tornati in studio due mesi per finirne le chitarre e la voce e mixarla.
All’inizio pensavamo che dieci canzoni bastassero; a me piace come si faceva una volta, quando gli album contenevano più o meno questo numero di pezzi: non puoi metterci troppe canzoni, è dispersivo.

Alla fine però “Leave The Lights On” è finita sull’album.
La casa discografica voleva a tutti i costi questa canzone da usare come esclusiva per il download, cosa che ho trovato terribile, perché a me piacciono tutte quante e sceglierne una da togliere è stato davvero difficile. La nuova canzone infatti gli piaceva così tanto, e “Leave The Lights On” in effetti è un buon pezzo, che l’hanno voluta sull’album e così ne abbiamo dovuta togliere un’altra.
Alla fine abbiamo scelto “Only If You Want It”, una canzone che ha un grande riff, un riff avevo lì da circa vent’anni e che finalmente Toby era riuscito a usare trovando la linea vocale adatta.
Penso comunque che se proprio devi avere una canzone esclusiva per il download debba essere una buona, perché la gente potrebbe ascoltarla per prima e se ne metti una schifosa la gente penserà che il disco sia da buttare.
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Il titolo “Eat Dog Eat” ha un significato o è solo un gioco di parole sulla frase “Dog Eat Dog”?

È solo un gioco di parole, in studio avevamo una lista di possibili titoli per l’album e “Eat Dog Eat” era uno di quelli; continuava a rimanerci in mente rispetto agli altri e così l’abbiamo scelto.

Anche la copertina non è niente male.

Sì, è di James Flames, che ha curato tutto l’artwork. E anche in lui ci siamo imbattuti per caso. Eravamo ai Chapel Studios e Toby stava sfogliando una rivista e c’erano alcuni suoi lavori, che ci sono piaciuti un sacco. C’era l’indirizzo e-mail, così gli abbiamo scritto per sapere se voleva curare l’artwork e quando lui ha saputo che si trattava di me e dei Fastway era entusiasta di farlo, mi ha detto che aveva il nostro primo album nel 1983.

Ci sarà un tour di supporto all’album? Se si passerà dall’Italia?
Sì, speriamo proprio di sì! Ho parlato con Steve, l’agente/batterista, per chiedergli se riesce a prenotarci per i festival europei della prossima estate e lui ora si sta muovendo, visto che questo è il momento in cui vengono organizzati.
Quanto all’Italia, mi hanno detto che ce ne sono un paio che meritano! Ci piacerebbe davvero girare l’Europa, dalla Spagna alla Scandinavia, passando anche per i paesi in cui non siamo stati l’ultima volta.
Per il tour Toby ha già detto che vorrebbe concentrarsi solo sulla voce, ci mette così tanto impegno che sesuonasse anche il basso la sua performance ne risentirebbe e sarebbe un peccato, perché è davvero un ottimo cantante: quando abbiamo fatto i concerti del 2007 interagiva alla grande col pubblico, lo faceva scatenare, lo teneva davvero in pugno. Abbiamo già delle idee su chi potrebbe suonare il basso, la scleta definitiva la faremo nei prossimi mesi.

Bene, ora volevo farti qualche domanda riguardo alla tua carriera. Prima di tutto quali sono le tue influenze come chitarrista e come musicista?
Le mie prime influenze risalgono al 1963, quando Eric Clapton si unì agli Yardbirds e fecero l’album “Five Large Yardbirds”, lì è cominciato tutto per me.
Dopo Eric si è unito ai Bluesbreakers di John Mayall e hanno fatto l’album “Beano”, che per me è il migliore di tutti i tempi: lo presi il giorno che uscì ed è semplicemente fantastico. Poi ha formato i Cream e il primo album mi piaceva, così come alcune canzoni del secondo, ma da lì in poi si sono allontanati rispetto ai miei gusti, hanno cambiato stile, hanno cercato di fare cose diverse. E ovviamente nel 1966 è arrivato Jimi Hendrix e ha spazzato via tutti, era grandioso; l’ho visto tre volte dal vivo, era incredibile, per me rimane ancora oggi il miglior performer di tutti i tempi. Non ho mai voluto suonare come lui, perché nessuno poteva, era unico, fantastico, probabilmente il più grande chitarrista di tutti i tempi.

Altri ancora?
Un altro caposaldo delle mie influenze era “Rockin’ At Fillmore” degli Humble Pie; era il 1970 e io ormai stavo già definendo la mia strada, avevo vent’anni e il mio stile era ormai plasmato partendo da queste influenze.
“Live At Leeds” è un altro grande album per me, perché in studio gli Who mi sembravano scarsi, mentre quel live invece era un grande album, non riuscivo a credere che fosse lo stesso gruppo: su disco sembravano un trio pop!
Jeff Beck invece non era il mio genere. Ha cominciato con gli Yardbirds ma non si è distinto particolarmente con loro. “The Truth” non era male, ma gli altri album non mi sono mai piaciuti.

I primi album dei Motörhead, in cu hai suonato, sono stati e sono una grande influenza per molti generi e moltissime band e musicisti, ma quella fama può anche essere un passato ingombrante da portarsi dietro una volta uscito: com’è dunque il tuo rapporto col tuo passato nei Motörhead?
Quelli nei Motörhead sono stati probabilmente i migliori anni della mia vita, almeno dal punto di vista musicale: è stata la migliore musica che abbia mai suonato, perché era unica, c’era dietro un duro lavoro che però dava davvero dei grandi risultati.
Guarda anche la storia dei Motörhead: siamo partiti dal nulla e non piacevamo a nessuno all’inizio ma continuavamo ad andare avanti e avanti e alla fine contro ogni probabilità ce l’abbiamo fatta e abbiamo fatto tutti quegli album fottutamente grandiosi: Overkill, Bomber, Ace Of Spades, anche Iron Fist. Iron Fist è stato un po’ scendere un gradino in basso rispetto agli altri, ma questo è perché per noi è stato un album davvero difficile da comporre, stavamo un po’ esaurendo le idee all’epoca.
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Secondo te è una fase obbligata nella vita di un gruppo?

Le band vanno sempre bene per i primi due o tre album, dopodiché cominciano le difficoltà, cominciano a riciclare le vecchie idee, magari non apposta, semplicemente gli succede.
Le buone idee sono difficili da ottenere, specialmente quando sei sempre nella stessa formazione. Prendi ad esempio i Pink Floyd: hanno fatto quei primi album, che a me non piacevano, poi hanno fatto “The Dark Side Of The Moon”, “Wish You Were Here”, “Animals” poi più niente di nuovo per me. Chiunque tu sia, alla fine finisci sempre per declinare perché l’entusiasmo e la freschezza dell’inizio si esauriscono. A meno che tu non sia Mozart o Beethoven hai un quantitativo limitato di materiale valido dentro di te, se suoni e componi col cuore.

Quindi sei contento di questo nuovo inizio per i Fastway?
Il motivo per cui quest’album mi piace così tanto e per cui ne sono così orgogliosi è che l’ho aspettato per così tanto tempo, mi ha rigenerato e mi ha ricordato il primo album, e quello era un nuovo inizio, perché era qualcosa di completamente diverso dai Motörhead.

In che rapporti sei con loro, a proposito?
Suono ogni volta che capita, ogni volta che siamo nella stessa città. Lemmy ne abbiamo passate davvero un sacco insieme, forse non saremo migliori amici, ma siamo come fratelli.
Mikkey Dee e Phil Campbell sono sempre stati gentilissimi con me e siamo sempre andati molto d’accordo, ed è bello che abbiano permesso ai Motörhead di continuare, perché se non si fossero uniti magari i Motörhead sarebbero potuti finire.
Insomma, sono contento che Lemmy abbia continuato con la band perché quella è un’eredità musicale per cui ne vale la pena!

Parlando dei Fastway, quali furono le ragioni dello scioglimento del gruppo nel 1990? Fu una separazione amichevole o amara?

I primi tre album furono una situazione a parte, poi Dave andò in Irlanda e si unì a questa vecchia band irlandese.
Io continuai col gruppo ma intanto avevo perso gradualmente il controllo dei Fastway, cosa che era già iniziata col secondo album. Nel terzo album avevo completamente perso il controllo. Con “Trick Or Treat” riguadagnai un po’ di controllo perché ne lo produssi io col mio vecchio amico Wil Reid Dick, insieme al quale avevo prodotto Iron Fist, e riuscii a riportare un po’ i Fastway nella direzione in cui sarebbero dovuti andare.
David King disse che non voleva più suonare hard rock, voleva fare musica irlandese – cosa che alla fine ha fatto con i Flogging Molly – e dopo la sua partenza ci siamo sentiti molto raramente.

E dopo?
Io rimasi, ma poi la casa discografica e il management ci mollarono, lasciandomi con un mucchio di conti da pagare e una carriera azzerata, e nel frattempo bevevo molto. Fu allora che incontrai Lea Hart e facemmo l’album “On Target”. Alcune canzoni le scrivemmo insieme ma in studio lui prese in controllo, mise tutte quelle tastiere e tutto il resto. Io ero in uno stato così pietoso che non riuscivo a fare niente: delle parti di chitarra su quell’album non ne ho suonata quasi nessuna!
Fu un periodo terribile, alla fine delle registrazioni era a un passo dalla morte, passai cinque di quelle settimane in ospedale, avevo delle ulcere perforanti allo stomaco ed ero quasi morto di avvelenamento alcolico, e stetti in studio per soli due giorni per l’album “Bad Bad Girls” e di nuovo non suonai praticamente niente, forse giusto una canzone. Così una volta in ospedale ho deciso di lasciarmi tutto alle spalle, avevo bisogno di tornare in salute, e i Fastway per me era inequivocabilmente finiti.

E infatti poi facesti l’album solista.
Mi ci vollero tre anni per riprendermi completamente e registrare di nuovo. Stavo scrivendo canzoni già all’uscita dall’ospedale ma mi ci volle un po’ per guarire completamente e alla fine registrai “Ain’t Over Till It’s Over”. Avevo avuto delle esperienze così brutte coi cantanti che non ne volli uno, e cantai io, e fu un errore. Lemmy mi aiutò cantando in una canzone,che penso sia un ottimo pezzo, suonava proprio come i vecchi Motorhead. Quando e io Lemmy ci mettiamo sotto, è così che suoniamo, fottutamente bene, quella canzone funziona, funziona davvero.
L’album venne accolto non molto bene, a nessuno piacque davvero e non se ne fece niente e così continuai a suonare per conto mio, registrando in casa, mi trasferii in campagna comprai una casa in Cornovaglia e mi dedicai a ristrutturarla,e me ne andai anche a pesca!
[PAGEBREAK] E da allora fino al ritorno dei Fastway?
Continuai suonare, ma non pensavo avrei più fatto niente, pensavo fosse tutto finito fino al 2007.
In realtà nel 2000 ho suonato a Brixton coi Motorhead e quello show mi ha riavvicinato alla musica, è stato grandioso e mi ha fatto pensare di fare di nuovo qualcosa, ma ci sono voluti sei anni prima del ritorno dei Fastway. Ci vuole tempo per ritornare alla musica ma sono fortunato ad aver avuto una seconda chance.

Nel corso della tua carriera hai asistito al cambiamento delle tecniche di registrazione. Ti trovi bene col digitale o preferisci l’analogico?

Mi piace l’analogico ma devo ammettere che il digitale ormai è il modo attuale di fare le cose: ho una track machine a casa che uso ogni tanto, ma adesso è difficile trovare i nastri!
Per il digitale uso QBase, perché è un po’ più facile di ProTools. Dal 2000 al 2005 ho passato il tempo chiuso nel mio piccolo studio a imparare a usarlo. Quest’album comunque è stato fatto con ProTools e credo che suoni bene, sono soddisfatto del risultato; non penso che registrarlo in analogico avrebbe fatto molta differenza, visto che comunque avremmo usato nuovi microfoni, anche per registrare gli amplificatori.
Penso comunque che il sound sia abbastanza simile a quello di una volta.

Pensi quindi che le nuove tecnologie facciano suonare l’album in modo più attuale?
Secondo me, a meno che non presti molta attenzione, non si nota la differenza; comunque finirebbe su un cd, quindi alla fine sarebbe sempre in digitale. Credo quindi sia meglio abbracciare la tecnologia: invece che usare l’analogico, che magari suona alla grande in studio ma male sul cd, usare il digitale con cui sai già come suonerà il prodotto finito.

Hai altri interessi artistici al di fuori della musica?
No, per me c’è solo quello: suonare la chitarra. Canto ogni tanto, ma la chitarra è la mia vita.

Come mi dicevi prima, preferisci concentrarti sulla chitarra, l’idea di cantare non ti attrae molto?

No, lo faccio solo in certe circostanze. Per l’album blues, che non è finito, cantavo io, ma solo perché era un progetto tranquillo. In alcuni pezzi vado bene, ma ho sempre pensato che se finirò davvero l’album per le registrazioni chiamerò dei cantanti, magari un paio.

Cosa ascolti in questo periodo?
Ascolto ancora la vecchia roba, come “Electric Ladyland” di Hendrix: quello lo ascolto davvero sempre. Non ascolto molto Eric Clapton come solista, perché ha fatto un sacco di roba troppo strana.
In generale secondo me la roba vecchia ha davvero le palle, quanto alla roba nuova, penso che al giorno d’oggi la chitarra abbia perso d’importanza, i chitarristi sono troppi statici, imparano a suonare già nel modo in cui suoneranno.

Pensi che dovrebbero invece sviluppare uno stile personale e diverso dalle loro influenze?
Sì, ai miei tempi non ho imparato a suonare nel modo in cui poi l’ho fatto, ho sviluppato il mio stile, è una cosa naturale.
Negli anni ’80 ad esempio hanno aperto deii college musicali a Los Angeles dove non eri considerato capace di suonare la chitarra se non suonavi come Steve Vai: ma quella non è musica, è imparare una specie di sport olimpico.
Suonare la chitarra per me è qualcosa che devi veramente sentire di voler fare, devi volerlo con una tale intensità da sederti e suonare ogni momento che puoi. Quando ero un ragazzino passavo tutto il mio tempo a seguire le band, andare ai concerti e suonare la chitarra. Mi sono persino costruito la mia chitarra, anche se non era un granché! È questo il tipo di dedizione di cui sto parlando.
E la maggior parte delle persone dimentica che non c’era tutta questa tecnologia allora, non avevamo nemmeno gli accordatori, usavamo dei diapason, perché fino agli anni ’80 non c’erano accordatori elettronici, e poi sono arrivati gli Strobe, che però costavano tipo 500 sterline e non ce li potevamo certo permettere!

È un piacere vedere che Eddie Clarke sia riuscito a evitare di mettere la parola fine alla sua lunga carriera. Nonostante le difficoltà che sembravano averlo messo fuori dai giochi, il suo amore per la musica è stato premiato con un nuovo inizio che promette unicamente bene.
Ora non resta che aspettare e vedere se passerà di qua in tour la prossima estate.

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