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  • Fear Factory: The Industrialist

    Fear Factory

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Circuiti impazziti

Cigolii e stridore di lame: la macchina Fear Factory, parzialmente rinnovata, si rimette in moto.

“The Industrialist” parte acido, con il classico doppio pedale in primo piano, le chitarre bassissime, i rumoretti sintetici e un abrasivo Burton Bell, quasi più tagliente nel clean che in scream. Non c’è nessun passaggio non ortodosso nella tracklist, niente lenti o altri azzardi. C’è il singolo “Recharger” che poteva essere pubblicato 15 anni fa e sarebbe suonato uguale. Staffilate groove e thrash contaminano brani con robuste parentesi melodiche, finanche psichedeliche, concentrate nella parte centrale dell’album tra “God Eater” e “Difference Engine”.

Finite le canzoni, la chiusura è affidata agli inquietanti mormorii dell’automa.

Il nuovo “The Industrialist” è un mezzo passo avanti rispetto a “Mechanize”. Comunica l’impressione della brevità e della compattezza, dello sguardo artificiale e tagliente della macchina sull’umanità. I brani più potenti, a inizio disco, sono anche i più efficaci. I passaggi cantilenanti in altre canzoni, comunque aggressive, contribuiscono ulteriormente alla costruzione di un’atmosfera generale che ha un solo nome: Fear Factory.

Pro

Contro

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