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Federica Fornabaio: Bellissimo tormento

Giovane e talentuosa. Discreta, ma energica nella passione e nel buon gusto che canalizza nei suoi obiettivi. Di certo ci eravamo resi conto di lei quando Arisa, in lacrime, era andata ad abbracciarla nello scorso Sanremo. Ed avevamo sentito Bonolis pronunciare il suo nome. Di ritrovarcela dietro al pianoforte non ce l’aspettavamo: ad iniziare qualcosa che parte dal minimalismo per poi giocare ad evocare immagini con mood variopinti. Dovevamo assolutamente conoscerla. E l’abbiamo fatto. E abbiamo fatto di più…

Cara Federica, anche se all’occhio attento di qualcuno che ha visto l’edizione 2009 di Sanremo sarai già conosciuta, cogliamo l’occasione per una breve presentazione
Mi chiamo Federica Fornabaio, sono nata ad Andria ma sono ormai romana d’adozione. Mi sono trasferita a Roma nella speranza di avere qualche possibilità in più nel mondo della musica. Non ho mai pensato che questo mondo potesse diventare il mio lavoro, perciò mi sono sempre data da fare per escogitare le famose opzioni B, che sono poi diventate le opzioni C, D, E e F… Fortunatamente nel frattempo la musica ha continuato a bussare alla mia porta fino alla grande occasione; non ho fatto altro che aprire e così… eccomi qua.

Andiamo subito alle cose serie. Hai diretto un’orchestra a 24 anni. Una cosa da guinness dei primati in Italia. L’hai diretta a Sanremo, un ambiente spesso refrattario ai giovani, tranne quando dirige Bonolis. E quindi hai espugnato un altro primato nello stesso round. Ma diremo di più: hai diretto l’orchestra per i due vincitori delle due categorie. Quello che ha stupito tutti è che hanno vinto Marco Carta e Arisa… Tu cosa ne dici, uscita da quell’esperienza e venendo da una gavetta tipica da musicista indipendente, studiando duramente e perfezionandoti attraverso corsi di alta formazione?
A quanto pare sono sempre stata destinata ad essere un record per qualcosa: a undici anni ho partecipato ad un corso internazionale di perfezionamento al pianoforte, in una classe in cui l’età dei partecipanti era tra i venticinque ed i quarant’anni. Il saggio finale era riservato solamente ai pochi eletti o meritevoli, ed ho avuto l’onore di essere tra questi. In base alle esperienze passate, in cui sono stata sempre la più piccola a fare qualcosa, Sanremo è stato un felicissimo momento in cui la regola si è confermata. Tra l’altro mentre ho diretto l’orchestra per Marco Carta e Arisa avevo ancora ventitre anni. L’opportunità è stata meravigliosa: sono riuscita ad entrare in quel circuito grazie alla mia professionalità, ho effettuato dei corsi di direzione d’orchestra sotto l’occhio attento del mio maestro e produttore Bruno Santori, che ha avuto il pregio di avermi sempre guardata come una musicista, e non come una giovane ragazza. Avendo avuto il privilegio di poter dirigere sia Marco che Arisa, ho potuto attirare l’attenzione della nostra comune casa discografica che ha deciso di dar retta al mio curriculum e di darmi la possibilità di realizzare questo album.

Accantoniamo l’esperienza sanremese. Andiamo alla musica di “Federica Fornabaio”. Nella tua musica si può avvertire sia la semplicità del tocco e l’immediatezza della nota piacevole tipica di Einaudi in alcuni brani, sia il tocco della vera pianista che ha studiato al conservatorio. Affermi di comporre dando forma alle sensazioni che hai in mente; ti mantieni spesso fedele all’intuizione originale o investi molto nel ritocco e perfezionamento dopo la vampa dell’idea che muove un tuo brano, quindi nel – come tu ricordi – tormento di Chopin?
Quando inizio a dar vita ad una nuova composizione c’è sempre di fondo un’idea esplosiva. Riesco ad iniziarla nel momento in cui sono completamente estraniata dal mondo che mi circonda e chiusa nella mia interiorità. In quello spazio temporale do vita alle immagini che scorrono nella mente. Il processo di conclusione e chiusura di un brano invece è sempre un tormento infinito perché al momento dell’irrazionale puro (l’Idea) deve sempre seguire il processo della razionalità in cui si crea quel collante che tiene insieme tutte le parti, le idee avute. È lì, quindi, che il brano ci mette qualche giorno in più per essere concluso. L’unico obiettivo per me, in particolare in questo disco, è sempre quello di comporre dall’inizio alla fine un cortometraggio. I miei brani sono un discorso con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione, senza ritornelli o ripetizioni, senza una struttura predefinita; affinché questo non abbia un carattere ostico deve prevedere una coerenza, che io realizzo nella fase razionale. È un po’ come il lavoro dello scrittore, dalla prima stesura fino alla bozza finale; che non è teso all’artificiosità, ma alla scelta delle parole giuste, con il giusto impatto, che traducano fedelmente l’emozione originaria che ha fatto da motore al tutto. Per questo uso il paragone delle poesie per i miei brani: non perché mi consideri poetessa, ma le poesie intese come componimenti brevi e più intensi di un componimento in prosa.

Parlando ancora di comunicare attraverso la semplicità, citi Sakamoto come esempio di chi con genuinità sa trasmettere molto. Raccontaci secondo te qual è il potere di contenere/condensare in poche note delle emozioni complesse; se puoi, ci piacerebbe esemplificarlo su un brano che ritieni in questo senso esemplare, magari svelando l’immagine a cui lo associ e la natura dell’emozione che l’ha fatto suonare in quel modo.
Il motivo per cui ho più volte citato Sakamoto come il mio maestro o guida artistica è semplice: lui possiede quelle caratteristiche che sono alla base della creazione musicale. Possiede quella potenza emotiva, mista ad originalità delle melodie, che lo rende nell’interpretazione paragonabile a un’altra mia guida, Chopin; mentre il tocco setato, che lo contraddistingue da chiunque, lo rende per me assimilabile a maestri come Debussy e Satie. Un brano altamente evocativo di Sakamoto è il tema principale che ha composto per il film “Il Tè Nel Deserto”: poche note, in un tempo lento – quasi rarefatto –, che riescono ad evocare agli occhi questo cielo azzurro attraversato in pieno giorno da vapore e nuvole.

Una caratteristica fondamentale di chi è determinato nella vocazione artistica è la dedizione completa alla propria arte. Che si tratti di allenamento, composizione, perfezionamento. Per questo motivo rappresenti una speranza in quello che oggi è definito “mercato musicale”.Vuoi darci la tua analisi, se ti sei mai interessata ad avere un’opinione su questo aspetto dell’industria musicale? C’è qualcosa della tua esperienza di musicista old school che ti preme condividere con chi desidera oggi cambiare il mondo con la propria musica?
Io mi sento terribilmente fortunata nell’affrontare questo percorso lavorativo nelle modalità in cui lo sto portando avanti. I miei produttori e soprattutto la mia casa discografica mi hanno lasciato grandissima libertà d’espressione. Hanno preso il progetto come gliel’avevo proposto sin dall’inizio, senza cercare di cambiarlo. Ho avuto libertà anche dal punto di vista della mia immagine, cosa che credo incredibile di questi tempi. Mi rendo conto che, infatti, non è così nella maggior parte delle volte, in cui a guidare il progetto è una logica commerciale-industriale che ha delle regole ben precise che non condivido per niente. Da sempre al pubblico, alle grandi masse vengono propinati degli artisti dentro la cornice di stili musicali che si vogliono definire di appeal per il grande pubblico. Ma non il pubblico stesso che decide cosa piace di più; è sempre un qualcosa di indotto, un piacere perché quello è conosciuto grazie al supporto dei mass media. Non trovo giusto, allora, dire che alla maggior parte della gente piace ciò che è di facile fruibilità piuttosto che qualcosa di diverso. Quando si parla di gusti di facile fruibilità spesso si parla di gusti imposti, attraverso i programmi televisivi ad esempio. Quello che mi sento di dire, anche in base alla mia esperienza, a qualsiasi altro ragazzo che voglia intraprendere una carriera musicale è: di credere sempre e tantissimo nel proprio progetto. Prima o poi qualcuno c’è che può rendersi conto del fatto che può funzionare.
[PAGEBREAK] Il pianoforte può essere un prolungamento molto intimista delle mani di un artista. Attraverso sua trasparenza, notiamo che la tua musica non perde d’intensità né quando le tue melodie sfiorano l’accessibilità del pop, né quando esprimono sentimenti gioiosi o positivi. In molti sono persuasi che solo sentimenti malinconici od ipocondriaci favoriscano l’intensità dell’introspezione. Ci piacerebbe che parlassi con noi di come è venuta fuori questa non comune intensità anche laddove sei uscita con pensieri ed immagini positivi. Così sfatiamo anche i miti del romanticismo, a tutti i costi tormentati…
Ogni tipo o forma di esplosione emotiva è fonte di ispirazione. Non ho mai ritenuto condizione sufficiente per esprimere delle melodie incredibili quanto strazianti le esperienze negative, la sofferenza o il dolore. Ne ho avuto la prova mettendomi in gioco. Sebbene nei miei brani ci sia una leggera sfoglia costante di malinconia è altrettanto presente anche quel barlume di luce, quella speranza lontana di poter abbandonare questa malinconia e ritrovare quella serenità da me tanto ricercata. Così capita che alcuni episodi siano ispirati da grandi dolori, perdite o sconfitte personali che hanno saputo ferire valori personali quali la dignità, l’onore o il mio modo di essere; ma capita altrettanto che vi siano episodi di intensa gioia. Ho capito in quel momento che quella condizione da te riportata non era necessariamente vera. Per esemplificare: c’è un brano nell’album che è una mia dichiarazione d’amore. Un altro è un inno alla lentezza, al desiderio di prendersi una pausa da tutto e da tutti per concentrarsi sulla bellezza finché continua a rivivere nei momenti che possiamo ricordare dando un senso positivo al nostro vivere. In quel momento ho capito che anche gioia, serenità e soprattutto la felicità, che puoi toccare in fantastici momenti della tua vita ma non puoi afferrare o trattenere, sono di grandissima ispirazione.

Visto che di momenti di relax e di piaceri della vita hai parlato, scopriamo una delle tue coccole preferite. Il caffè: decaffeinato, macchiato o normale? Zucchero di canna, raffinato, miele o dolcificante? Vero espresso o moka?
Il caffè lo prendo sempre e rigorosamente espresso, quasi ristretto, normale. E tantissimo zucchero perché la vita è tanto amara e quindi bisogna zuccherarlo un po’ di più. Se aggiungiamo alla caffeina anche l’energia dello zucchero riusciamo ad andare avanti un po’ più a lungo durante la giornata (risate, NdR)!

Hai scelto una politica di vendita integrata per questo tuo disco, uscito ormai già da due settimane: in parte su supporto tradizionale, in parte con contenuti aggiuntivi. “Se compri il disco, la storia continua anche online”. La scelta si è rivelata opportuna per i tuoi obiettivi? Ritieni che sia questo “quel qualcosa in più” che riuscirà a giustificare la volontà di un fruitore di musica ad acquistare un originale?
Penso che sia stata una buona idea, quella della discografica. Differenziare l’acquisto online e quello nei negozi di dischi, in modo che chi lo compra online ha un plus, mentre chi lo compra in negozio ha già il pregio del supporto fisico. I brani esclusivi per il download sono due inediti e una cover di Wim Mertens. L’idea secondo me è originale e riesce a creare un contrappeso di valore al tipo di acquisto più alternativo.

La tua consacrazione a direttrice d’orchestra succede ad un tuo grande risultato: l’arrangiamento orchestrale del brano “Madama Fiume”. Ricordando questo traguardo, ad oggi trovi più intensa e motivante la sfida della composizione per orchestra, con tutti gli arrangiamenti che richiedono una scrittura più completa e complessa, o quella che asseconda il tuo particolare rapporto con uno strumento, come può essere il pianoforte?
La cosa strana è che nel comporre per pianoforte solo è come se operassi una riduzione. Nella mia mente i brani nascono sempre orchestrati, eseguiti da più di uno strumento; perciò quando mi trovo davanti al mio pianoforte faccio un lavoro aggiuntivo di riduzione. Mi viene naturale il pensare sempre a più melodie da affidare a più strumenti; è un lavoro che mi piace moltissimo e da sempre nelle canzoni che ascolto non sono mai riuscita a memorizzare solo il testo o solo uno strumento. Tendo ad imparare ogni assolo strumentale che nell’insieme crea la musica come la sentiamo, e credo che sia da questa passione che viene la naturalezza con cui lavoro sugli arrangiamenti e sulle orchestrazioni.

Nella tua scrittura musicale, e nella resa tecnica, sono evidenti le forti immagini che insegui e dipingi mentre esegui un brano. Augurandoci di vederti presto dal vivo, come pensi di proporre la tua musica al pubblico? Userai strumenti multimediali per comunicare anche attraverso immagini, dal momento che sei anche un’appassionata fotografa?
La mia musica credo sia estremamente evocativa. Suscita tutta una serie di immagini che spero possano coincidere il più possibile con quelle di partenza, quelle che ho adoperato per tirarne fuori le melodie. Ciò che considero la mia vittoria è arrivare a far coincidere la mia visione con quella del pubblico che ascolta. Nel momento in cui ci saranno dei concerti certamente tenderò a puntare l’attenzione sull’ascoltato piuttosto che sul visto. Mi piacerà sicuramente giocare con le luci, con effetti di ombre, in modo da suscitare ancor di più questa forza evocativa delle immagini, ma lasciando il primato alla musica.

Si dice di te che sei un’artista eclettica. Oltre alla musica e alla fotografia, sei anche appassionata di moda. Nell’invenzione di uno stile, di un dress code, quali sono per te i fattori fondamentali?
Io penso che l’originalità derivi paradossalmente dalla commistione di stili già esistenti. Così come nella musica si può essere influenzati da musicisti diventati istituzioni o predecessori di un genere, così anche nella moda e nella fotografia ci si reinventa. Insomma, nulla si crea o si distrugge, piuttosto si può portare avanti un proprio stile unendo più forme creative passate o presenti che comunque ci hanno influenzato in qualche modo e ci hanno stimolato nel processo inventivo.

Va bene, sei giunta indenne alla domanda One Louder: suoni bene, componi bene, sei una stylist, hai un carattere forte, la tua determinazione è provata dalla tua bravura e sei pure una brava cuoca. Possiamo dire che sei pure bella, e dichiari di non voler mai pesare sugli stati d’animo delle altre persone. Finora non l’abbiamo mai chiesto a nessuno: vorrai essere tu la nostra testimonial 2010?
Sperando di collaborare ancora con voi e chissà, magari di essere vostra testimonial, vi mando un saluto!

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