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Federico Fellini: Il dolce cinema

Federico Fellini nasce a Rimini il 20 gennaio 1920, da famiglia piccolo-borghese. Risale all’infanzia l’ incontro con il teatro, che provoca in lui una forte emozione. A dodici anni scappa di casa per seguire quel gran baraccone che è il circo, ma probabilmente si tratta di un episodio inventato, come lo stesso Fellini ammette circa altri “falsi” ricordi; tuttavia, l’influenza che il circo esercita sull’immaginario di Fellini, e quindi sul modo in cui la realtà viene modellata dalla sua sensibilità, è notevole. I suoi personaggi grotteschi, buffi, deformi, malinconici, teneri e sempre meravigliati esprimono la parte istintuale e contestataria presente in ciascuno di noi. E cos’è questa, se non la descrizione di un clown?

La passione di Fellini per le caricature risale ai tempi del liceo, quando, assieme al pittore Demos Bonini, apre una bottega artistica, “Febo”, dove realizza ritratti e caricature, firmandosi Fellas. Il gestore del cinema Fulgor gli commissiona ritratti (che l’estro di Fellini trasformerà in caricature) dei divi dei film in programmazione, da esporre nelle vetrine dei negozi come richiamo. Nel ’37 lascia Rimini, ci tornerà solo nel ’46. Per Fellini Rimini è “una dimensione della memoria”, una memoria tra l’altro inventata, alterata, evocata secondo una poetica che risente del neorealismo ne “I Vitelloni”, e in maniera totalmente visionaria, come un carnevale esilarante, gioioso e nostalgico, in “Amarcord”.

Nel ’38 Fellini sviluppa una sorta di collaborazione epistolare con alcune riviste, tra cui “420″ e “Marc’Aurelio”, come vignettista. Nel ’39 è a Roma, ufficialmente per iscriversi a Giurisprudenza, in realtà per tentare la strada del giornalismo, affascinato dal ruolo di reporter, protagonista di numerosi film dell’epoca.. Nel ’41 viene chiamato a collaborare con la radio. Per l’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) scive una novantina di copioni, fra presentazioni di programmi musicali, riviste radiofoniche e brevi scenette. È alla radio che incontra Giulietta Masina, sua compagna di vita e attrice in molti suoi film, che all’epoca interpretava il personaggio di Pallina, all’interno del programma “Terziglio”.

Nei primi anni quaranta conosce Aldo Fabrizi, al quale lo legherà una grande amicizia. Molto probabilmente fa il battutista per alcuni film interpretati da Macario: “Imputato Alzatevi” e “Lo Vedi Come Sei?” del 1939, “Non Me Lo Dire!” e ” Il Pirata Sono Io” del 1940. Secondo Tullio Kezich, quest’ultima pellicola è da ritenersi il suo vero e proprio esordio. Ma la folgorazione per il cinema avviene quando, recatosi a Cinecittà per un’intervista, vede il regista Blasetti dirigere una scena di massa, armato di megafono e di grande autorità, di dispotismo quasi. All’inizio crede di non avere la tempra necessaria, ma l’incontro con Rossellini costituisce una vera e propria iniziazione. È al grande autore neorealista che Fellini riconosce il ruolo di mentore: “Mi piacque il modo che aveva Rossellini di fare cinema come un viaggio piacevole, una scampagnata di amici. Fu quello, mi pare, il seme buono.” Con Rossellini firma la sceneggiatura di “Roma città aperta” e “Paisà”.
[PAGEBREAK] Negli anni seguenti collabora, come aiuto regista e cosceneggiatore, ad altre pellicole come “In nome della legge”, “Il cammino della speranza”, e “La città si difende” di Pietro Germi, “Il delitto di Giovanni Episcopo”, ” Senza pietà”, e “Il mulino del Po”, di Alberto Lattuada. A fianco di Lattuada esordisce alla regia, con “Luci del Varietà”, del 1950. Il film, che mostra l’inclinazione di Fellini per l’autobiografia, in parte inventata, in parte vera, descrive, tra neorealismo e surrealismo, la vita di una compagnia di avanspettacolo. L’anno successivo dirige il suo primo film da solo, “Lo sceicco bianco”, storia di una sposina di provincia che fugge durante il viaggio di nozze per conoscere il suo divo preferito, re dei fotoromanzi, ma riceve una cocente delusione quando scopre che quell’uomo meraviglioso è in realtà un comune farabutto, mediocre e vuoto fino alla volgarità. “Un film ironico e amaro sulle illusioni sentimentali e romantiche di un mondo sognato attraverso i fumetti”, scrive Fellini. Ecco, è questo “mondo sognato attraverso i fumetti” che inaugura uno stile inconfondibile, dove la dimensione sognante (che poi diventerà onirica, in funzione psicoanalitica) dà luogo al grottesco e al meraviglioso, utilizzati in funzione demistificatoria, sebbene Fellini sia stato accusato di essere, paradossalmente, un grande mistificatore. In realtà, i suoi personaggi più sono “esagerati”, caricaturali e grotteschi, come spiriti che ogni tanto l’inconscio rigetta verso il conscio, e più sono reali, veri, specchio di una società analizzata quasi con ferocia!

Nel 1953 scrive (con Pinelli e Flaiano) e dirige “I Vitelloni”: storia di cinque amici riminesi, burloni e perditempo, anticonformisti soltanto a parole, che si sentono imprigionati nella vita di provincia, soprattutto quando la sera, abbassate le saracinesche dei negozi, non c’è più nessuno per strada, ma non hanno il coraggio di prendersi la responsabilità di “fare qualcosa nella vita”. Soltanto uno, Moraldo, lascerà Rimini, in una partenza che ricorda molto quella del giovane Fellini. Il film vinse due Nastri d’Argento a Venezia, come miglior film e miglior attore ad Alberto Sordi. Nel 1953 partecipa anche ad un progetto messo in piedi da Zavattini, un film a episodi intitolato “L’Amore in Città”. L’anno dopo, con “La Strada”, arriva il primo Oscar. Il secondo Oscar lo conquista “Le Notti Di Cabiria”, nel 1957. “La Dolce Vita” vince la Palma d’Oro a Cannes: è la storia di Marcello (interpretato dall’alter-ego felliniano Marcello Mastroianni), scrittore mancato che lavora per un giornale scandalistico e fa incontri nella Roma mondana e intellettuale di via Veneto. Film che evidenzia ancora una volta, e meglio di qualsiasi altra pellicola, il genio di Fellini nel mostrare l’abiezione, la mediocrità e il disgusto attraverso una forma narrativa che sfugge ad ogni canone, avendo per protagonista una città, Roma, che è una vera e propria Babilonia, affascinante e turpe, in un’analisi acuta dell’Italia del boom economico.

Nel 1963 esce “8 e mezzo”, vincitore dell’Oscar come miglior film straniero e per i costumi. Un regista in crisi esistenziale e creativa fa i conti con i suoi fantasmi, reali e fittizi, e con se stesso. L’universo onirico di 8 e mezzo ritorna, questa volta in chiave femminile, ma ormai un po’ troppo inficiato dalla psicoanalisi, in “Giulietta degli Spiriti” (1965). In “Fellini-Satyricon” (1969) l’impianto onirico si trasferisce nella Roma imperiale del periodo della decadenza. Lo special televisivo “Block-notes di un regista” e “I Clowns” (1970), realizzato per la tv, segnano la breve esperienza del regista col tubo catodico. “Amarcord” (1973) conquista il quarto Oscar. A questa gioiosa e visionaria rievocazione della Rimini dell’adolescenza seguono “Il Casanova” (1976), “Prova d’Orchestra” (1979), “La città delle donne” (1980), “E la nave va” e “Ginger e Fred” (1985). L’ultimo film è “La voce della luna” (1990), tratto da “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni, un desolato commento sulla volgarità imperante della società contemporanea, “una fiaba contro il rumore di fondo e sulla necessità del silenzio”. Nel 1993, pochi mesi prima di morire, Fellini riceve un ultimo Oscar, stavolta alla carriera.

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