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FELICI senza gli Zu

Erano in molti, giovedì sera, al Magnolia a restare con tanto d’occhi nel vedere che gli Zu non fanno più parte degli Ardecore, che non fan più stornelli romanacci ma, per lo più, accorate canzoncine con accompagnamento di tastiere.
Gli Ardecore de facto sono Giampaolo Felici con due donzelli, la bionda (sembra barbie maestra d’asilo) Sarah Dietrich, e la castana (sembra la zia che sta a Trastevere) Ludovica Valori, il contrabbassista Fabiano Marcucci e il bravissimo batterista Marco Di Gasbarro, con la bocca che puzza di latte.

Il gruppo sale sul palco del Magnolia e fa un lungo check. Non l’ha fatto prima. Per tutto lo spettacolo, ci saranno segni i lamentela e interruzioni perché «Non sento questo» e «alzami la spia», con una generale sensazione di fastidio perché qualcosa – forse la tastiera – stona e i suoni sono fatti malissimo. Non ci sono neanche i CD: Felici spiega che ancora non son pronti. L’impressione generale è che gli Ardecore sian venuti al Nord con la valigia di cartone.

Gli Ardecore sono innocui, oramai. Lo spettacolo, per chi non li ha mai sentiti nella versione con gli Zu, è gradevole. Canzoni carine, arrangiamenti carini, tutto nella norma. Ma chi li ha visti nell’anno dell’esordio, il 2005, resta con un palmo di naso. Le canzoni storte, potenti, caciarone, della tradizione musicale romanaccia sono state pressoché completamente rimosse dal repertorio della band (che ha fatto in scaletta solo pezzi dell’ultimo album, anche perché altrimenti Sarah dove la si mette, se si fanno i pezzi vecchi? Chi se la vede cantare “Fiore de’ Gioventù” o “La Popoolana”?).
È l’eterno problema della band che cambia ma mantiene il nome. Il pubblico della prima ora è smarrito. Perché certamente “San Cadoco”, l’album in uscita degli Ardecore, è scuro e tenebroso ma più ricercato, meno popolano, e questo delude chi invece cercava la vena filologica della band, che in ogni caso ha riproposto pezzi tradizionali, come “La Tentazione” di Meme Bianchi, del ’36 (troppo moderno?).

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