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La “renovatio” della malinconia

Basta con le carni in mostra, è tornato il tempo dei capi pesanti. Felpa, aka Daniele Carretti, fa capolino dalle sue notti in bianco con un disco costruito ad anello.

Il factotum (nel reale senso della parola) di Reggio Emilia si mostra per ciò che è stato ed è divenuto, affidandosi a liriche semplici e dirette, tutte in italiano, che si legano senza mai stridere con le fibre sonore degli arrangiamenti. Il fitto ricamo della malinconia viene a volte bucato da spiragli di luce (“Non È Facile” il pradigma).
Rivangare nel passato, così, assume da un lato l’accezione di riscoperta del sé, dall’altro il ripescaggio dei trend anglosassoni che caratterizzavano la musica a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta- shoegaze e lo-fi in primis.

“Abbandono” è un album per chi respira piano e memorizza frame dopo frame ogni istante di vita.

Sarà che son stata marchiata a fuoco dal liceo classico, ma a me questo disco ha fatto tornare in mente (abbestia) il pensiero filosofico di Ficino, secondo il quale la malinconia era una roba ganzissima, concessa da Saturno esclusivamente ai grandi uomini.
Qui non si tratta di piangersi addosso per guadagnarsi pacchette sulle spalle: si va incontro a un’esperienza umana in cui chiunque potrebbe scorgere la propria immagine riflessa. E crescere imparando da lei.

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