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Blackbird, ferita d’amore

Nel 2005 il Festival Internazionale del teatro di Edimburgo commissiona un nuovo testo al drammaturgo scozzese David Harrower. Nasce “Blackbird“, parzialmente ispirato a fatti di cronaca. La storia è stringata: Una torna da Ray, l’uomo con cui quindici anni prima ha avuto una relazione d’amore. A quel tempo lei aveva dodici anni e lui quaranta. In mezzo, il carcere per lui, psicologi e terapie per lei.

“Blackbird” al debutto viene messo in scena da Peter Stein e poi gira il mondo. In Italia arriva la scorsa primavera (tradotto da Alessandra Serra) con una produzione del Piccolo Teatro di Milano diretta da Lluís Pasqual che ha appena concluso la tappa romana al Teatro India.

La scrittura di Harrower è dettagliata, indica le pause, i gesti, le azioni e le mutazioni del tono di voce. Descrive sommariamente persino gli abiti. La tenerezza nascosta e il senso di colpa che portano ad aggredire l’altro, la rabbia maturata prima di tutto contro se stessi, il dolore di sentirsi rovinati e di vedere rovinato senza rimedio l’oggetto del proprio amore, le imperscrutabili oscillazioni tra bugie e verità sono elementi che emergono già dalla lettura del testo: ciò che la regia di Pasqual va a fare, tra quelle parole, è prendere una posizione, non per esprimere un giudizio ma per rispondere con gli strumenti del teatro – spazio e luce, in particolare – alle domande dei personaggi e soprattutto alle domande di Una, alla sua ferita aperta di bambina innamorata, abbandonata e derubata d’ogni cosa.

Una chiede un risarcimento che Ray non è in grado di darle e allora solo la parola può risarcirla, solo il diritto di parlare che il teatro le dona con quella luce forte tutta per lei durante il monologo e – ancor più importante – può risarcirla l’assemblea degli spettatori che la sta ad ascoltare. Non l’ha fatto la madre, non l’hanno fatto i medici né i giudici. Lo facciamo noi, insieme a Ray al buio e in silenzio, per la prima volta.

È tutto qui “Blackbird”, un’esperienza di compassione, una vera e totale messa in comunione della sofferenza di un uomo che non è mai riuscito a spiegarsi ciò che ha fatto e di una bambina diventata adulta senza capire. Dentro questa camera della tortura la recitazione di Anna Della Rosa e Massimo Popolizio possiede una chiarezza ambigua, molto fisica, che suggerisce senza (quasi mai) enfatizzare e sa emozionare attraverso un calore umano struggente.

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