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Ferzan Ozpetek al Giffoni Film Festival

Una conversazione informale più che una conferenza stampa, e che ha toccato i temi più disparati, dal cinema, alla cucina, alla politica, ai diritti civili. Questa l’estrema sintesi dell’incontro stampa al Giffoni Film Festival con il turco naturalizzato italiano Ferzan Ozpetek, regista di celebri film come “Le fate ignoranti”, “La finestra di fronte” e l’ultimo, arrivato nelle sale qualche mese fa, “Allacciate le cinture”.

Un regista che non amo molto, è bene essere chiari, ma che è riuscito a creare intorno a sé un nucleo di fan fedeli e affezionati, risultando una garanzia di recupero dei costi per il produttore che decide di finanziare (o, come succede sempre più spesso, di mettersi in cerca di sponsor, tax credit e contributo del Ministero) i suoi progetti.

Lo si è visto anche qui tra colleghi o semplici curiosi, in febbrile attesa del suo arrivo: pochissimo considerato, invece, dai ragazzi delle giurie che, probabilmente, non hanno avuto ancora modo d’imbattersi in una sua opera.

Prima di arrivare in sala conferenze, Ferzan firma decine di copie del suo esordio da scrittore, “Rosso Istanbul”, rivelatosi un sorprendente (ma forse nemmeno poi tanto) successo editoriale con più di cinquantamila copie vendute, numeri di rilievo in questi tempi di totale disaffezione verso la parola scritta. Si parte proprio da qui:

Il suo romanzo d’esordio, “Rosso Istanbul”, è diventato un caso editoriale, ed è un esempio originale di qualcosa a metà tra la finzione e l’autobiografia. È contento del risultato?
Sì, posso dire di essere contento. Questo libro mi ha riempito la vita, sia per la sua lunga genesi, sia ora che mi “costringe”, ma è sempre un piacere sia chiaro, a girare l’Italia per presentarlo nelle librerie. Ho accompagnato anche il mio film “Allacciate le cinture” in giro tra festival e anteprime, ho diretto una “Traviata” al teatro Petruzzelli di Bari che è stata un grande successo di pubblico con oltre tredicimila ingressi nel periodo di tenitura. È un periodo molto impegnativo ma, naturalmente, non mi lamento.

Ieri è stato reso noto il programma del Festival di Venezia. Che rapporto ha con Venezia?
Venezia mi mette molta paura. È una manifestazione con un pubblico molto passionale e competente, ma anche con molte persone che vanno lì appositamente per massacrare gli italiani in concorso. Io, ai tempi di “Un giorno perfetto”, arrivai in Laguna in pompa magna, su una barca insieme ad Isabella Ferrari, e commisi un grosso errore. Bisogna mantenere un profilo basso, rifuggire la grandeur. Faccio i miei migliori auguri a Saverio Costanzo, Mario Martone e Francesco Munzi che sono stati selezionati per partecipare quest’anno.
Venezia è il festival con più storia al mondo, ma ormai Cannes da molto tempo ha effettuato il sorpasso. Cannes ha sorpassato Venezia anche per la disastrosa gestione del comparto culturale di questo Paese. Qui si potrebbe vivere solo di arte e di cultura, ma abbiamo una incredibile capacità autolesionistica.

Una delle sue capacità è sempre stata quella di far rendere al meglio attori affermati o esordienti.
A questo proposito ci tengo a dire una cosa. Sono stato violentemente attaccato per la scelta di Francesco Arca (ex “tronista” di Maria De Filippi, n.d.r.) nel mio ultimo film, con dei pregiudizi che io ritengo incredibili. Mi successe anche ai tempi di Luca Argentero e Ambra Angiolini, ma la cosa si sgonfiò in breve tempo, soprattutto per la loro bravura. Molta gente, anche amici, mi ha detto che non sarebbe andate a vedere il mio film perché non avrebbe sopportato la sua presenza. Cosa devo dirvi? Mi dispiace per voi.

Le ha provocato più tensioni e paure il suo esordio da regista nel 1997, o quello letterario attuale?
Il mio esordio con “Il bagno turco” lo ricordo ancora. Devo ringraziare Marco Risi che ha creduto in me, il film non aveva un grosso budget. Mia madre portava la roba da mangiare sul set. Nessuno lo voleva, ricevette i rifiuti di Venezia e Berlino. Poi, uno dei selezionatori di Cannes venne in Italia per visionare un po’ di opere e, con mia grande gioia e sorpresa, lo prese. Da lì tutto è partito, il film è stato venduto in tanti Paesi e andò benissimo anche in Italia. Per il mio esordio letterario è stato diverso, non è il mio mestiere, io scrivo sceneggiature. Sono ipercritico con me stesso, ho scritto una ventina di pagine di un nuovo libro e mi sembrano orribili. Ma ora che anche il libro sta andando abbastanza bene, ho la responsabilità di un giro d’affari attorno al quale vivono parecchie persone, parecchie famiglie, quindi devo stare attento e acquistare maggiore consapevolezza e convinzione.

Lei è stato assistente sul set per Massimo Troisi e ha quindi avuto modo di conoscerlo di persona. Cosa ci può dire di lui, del suo lato umano?
Persona meravigliosa e umanissima. Io, da giovane, facevo interviste a vari registi, e ad ognuno chiedevo di farmi fare un’esperienza di set. Lui fu l’unico a richiamarmi inizialmente. Ho cominciato portando i caffè.

Non ha mai pensato al fatto che l’Italia non fosse pronta per le tematiche omosessuali presenti nei suoi film?
No, non ci ho mai pensato. Ai tempi de “Le fate ignoranti”, la produzione era convinta che il film sarebbe stato visto solo da omosessuali, ma si sbagliavano. Sono state tante le famiglie a cui è piaciuto, penso abbia segnato un cambiamento culturale. Da Matteo Renzi mi aspetto che faccia qualcosa per i diritti delle persone, per regolamentare le convivenze, senza concentrarsi obbligatoriamente su quello che avviene dalla cintola in giù.

Perché scelse Roma e non gli USA per studiare cinema quando partì dalla Turchia?
Non lo so, ma non rinnego la mia scelta. Noi italiani ci buttiamo giù, ma siamo un Paese forte, uno dei più belli al mondo. Non dobbiamo dimenticarlo mai. Per gli immigrati, ad esempio, per tutti questi barconi che arrivano sulle coste siciliane, stiamo facendo un lavoro meraviglioso agli occhi del mondo. (ne sei proprio sicuro, Ferzan?, n.d.r.). Non so se in Svizzera, ad esempio, farebbero lo stesso, non vogliono nemmeno i lavoratori italiani…

Ma lei, oggi, si sente più turco o più italiano?
I registi, secondo me, non hanno nazionalità, io sono un cittadino del mondo, né turco né italiano, ma vivo benissimo in entrambi i Paesi.

Ci parla dei suoi progetti futuri? Cosa ha in cantiere?
Farò un film tratto dal mio libro. Si chiamerà “Red Istanbul” e del libro resteranno solo l’ambientazione (sarà girato nella capitale turca) e il personaggio principale, perché non voglio ripetermi. Ho da poco iniziato a scrivere anche il mio secondo libro, come vi ho già detto. Infine, ci sarà una ripresa delle mia “Traviata” a Napoli per una ventina di repliche.

Con quali attori con cui non ha ancora collaborato le piacerebbe lavorare?
Con tantissimi ma, di primo acchito, mi viene in mente Sabrina Ferilli. Ci conosciamo da tempo, ero aiutoregista su molti dei suoi primi set. Poi Nicole Grimaudo, che ritengo una grande attrice. E Virna Lisi, sono anni che ce lo promettiamo. Io non faccio provini, con un attore mi piace chiacchierare, gli chiedo il più e il meno, parliamo dell’oroscopo, dei gusti culinari, se vanno a Messa la domenica. Col casting io costruisco già il film, poi ne parlo per ore nelle mie lunghe cene con i miei collaboratori abituali Ivan Cotroneo e Gianni Romoli. Mi piace, poi, invitare tutto il cast in una pizzeria al taglio di Roma, sempre la stessa, e osservarli mentre mangiano. Mi ricordo, ad esempio, che Ambra, per mantenere la linea, piluccava per ore sempre lo stesso minuscolo pezzettino di pizza.

È di ieri la notizia che il premio Bresson a Venezia sarà assegnato quest’anno a Carlo Verdone. Andrà quindi, per la prima volta, ad un autore di commedie, genere che lei frequenta abitualmente. Pensa che possa servire a ridare dignità artistica ad un genere di cui una volta eravamo i maestri indiscussi, e che oggi è un po’ relegato a semplice veicolo d’incassi?
Sono contento per Carlo, che è soprattutto un grandissimo attore. Ecco un altro con il quale mi piacerebbe molto lavorare.

Glissando un po’ sull’ultima domanda (la mia, tra l’altro), Ozpetek si alza impaziente ed annulla anche tutte le interviste televisive e radiofoniche successive, tranne quella obbligatoria con il media partner regionale LiraTv. Sarà che sono le tredici passate, la voglia di andare a pranzo diventa impellente. Come avete capito da questo incontro e dalla visione dei suoi film, che hanno sempre un momento conviviale al proprio interno, il cibo per Ferzan è una cosa maledettamente seria.

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