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  • Festa del Cinema di Roma 2018 — Halloween

    Diretto da David Gordon Green

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Qualche giorno fa ho rivisto al cinema “Halloween” di John Carpenter, l’edizione restaurata in 4k uscita nelle sale per celebrare il 40esimo anniversario. Ora, chi mi conosce sa quanto per me Carpenter, che sono solita chiamare il Baffo con un certo affetto familiare che non nutro verso nessun’altra personalità del mondo dello spettacolo, sia la pietra angolare della mia passione per il cinema. Andare a vedere in sala lo slasher che ha codificato le regole del sottogenere, per me era quasi un rituale, un pellegrinaggio. Ma sto divagando.

Dicevo, al cinema ero circondata da adolescenti che non lo avevano mai visto, cresciuti con ben altro tipo di horror e, soprattutto, di ritmo. Abituati a farsi un giro sull’ottovolante dell’orrore e tornare a casa felici. Non li biasimo e non voglio fare la parte del nonno Simpson che agita il pugno al cielo e grida contro le nuvole, o in questo caso, verso gli horror mainstream. Anche quando una di loro ha esclamato: «Domani però guardiamo un horror vero, d’accordo?». Capisco che non siano abituati a film di paura costruiti esclusivamente sul lavoro di regia, come in questo caso, ve lo assicuro. E non è questo il punto.

Perché, devo ammettere, che quando lo slasher di Carpenter ha raggiunto l’apice della tensione, in sala è cominciato il dibattito, quasi come se si trattasse di una proiezione di un un film di William Castle dei tempi d’oro. Uno di questi ragazzi, nel momento in cui Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) lascia la stanza dopo aver accoltellato Michael Myers (Nick Castle) nella scena dell’armadio, ha esclamato a voce altissima: «Girati, controlla che sia morto!». Girati, Laurie, controlla. Probabilmente l’abbiamo pensato tutti, la prima volta che abbiamo visto “Halloween” e, in seguito, con qualunque slasher venuto dopo. Ma è proprio per questo che il personaggio di Laurie è diventato un’icona. Quello dell’adolescente ingenua e solare, con ben poca esperienza della vita, che si trova improvvisamente faccia a faccia con la negazione di tutto quello che rappresenta. Il Male e la Morte. Non ha idea di cosa stia facendo, e tutto quello che fa, lo fa per disperazione, mentre Carpenter gioca con lei e i nervi del pubblico. 

Ho pensato a questo episodio subito dopo essere sono uscita dalla proiezione del nuovo “Halloween”, quello di David Gordon Green che, idealmente, dovrebbe essere il vero seguito del capostipite, ignorando gli innumerevoli capitoli, remake e prequel che si sono susseguiti in quesi 40 anni. Perché la Laurie ripensata da Green, interpretata ancora una volta da una Jamie Lee Curtis estremamente in parte, è un personaggio completamente diverso, ribaltato rispetto a quello della giovane babysitter del 1978.

Trasfigurata dall’esperienza traumatica, si è trasformata in una una survivalista meticolosa al limite della patologia. Michael Myers, tenuto sotto chiave per 40 anni, lontano da Haddonfield, ha continuato a perseguitarla, minando i suoi rapporti sociali. Rubandole, di fatto, quella vita che non aveva preso negli anni ’70. Esattamente come farebbe un vero e proprio Boogeyman. Perché, tradizionalmente, è la paura irrazionale che arrivi l’Uomo Nero a tenerci svegli la notte, non il fatto che sia effettivamente lì a guardaci dall’armadio. 

Laurie, negli anni, si è rinchiusa in una casa fortezza, con un bunker sotto i piedi. Ha perso la custodia della figlia Karen (Judy Greer), ora adulta, e sta cercando faticosamente di riallacciare un rapporto con la nipote adolescente Allyson (Andi Matichak). Ma rimane in attesa e sempre in allerta. Spera che Michael evada per poterlo finalmente uccidere.

È uno sviluppo interessante e coerente della storia originale, molto più coerente del rendere il Michael e Laurie fratello e sorella (cosa che non è mai piaciuta nemmeno allo stesso Carpenter). È forse per questo che ho apprezzato “Halloween” (2018), al di là degli evidenti difetti. 

Classe 1975, il regista americano arriva da drammi e commedie indipendenti e forse è meno avvezzo a dirigere un film di horror. Tuttavia, sembra proprio uno di noi, cresciuto a pane e John Carpenter. Credo sia difficile trovare una propria voce quando si è innanzitutto un fan. Si è portati a replicare il modello in modo maniacale, citarlo. Si crea così un dialogo tra regista e pubblico che fa sentire entrambi parte della stessa cerchia.

Partono i titoli di testa, appare la zucca sullo schermo nero e l’iconico font arancione, accompagnato dalle note di John Carpenter (autore, insieme al figlio Cody e il figlioccio Daniel A. Davies, con cui da qualche tempo collabora abitualmente, di una colonna sonora impeccabile basata su quella originale) e ed è come sentirsi a casa. È autoreferenziale, sbagliato, la negazione nel cinema originale? Non lo so, ma funziona a livello emotivo. 

In seguito, le scelte di Michael, i suoi movimenti, tutto rimanda al film di 1978, con qualche riferimento anche ai capitoli che questo film dovrebbe ignorare. E allora ti ritrovi a dare gomitate al tuo vicino quando Green cita espressamente una famosa sequenza di “Halloween II” (che ha dichiarato di amare, nonostante la rivelazione della parentela tra i due personaggi). Oppure a pensare, nel momento in cui vedi dei bambini indossare le maschere Silver Shamrock di “Halloween III”, «chissà se nel corso della serata gli usciranno insetti e serpenti dalla faccia». A proposito, “Halloween III”, al di là dell’essere un mio cult personale, rimane tutt’ora il miglior sequel possibile del film di Carpenter. La strada antologica avrebbe aperto un milione di possibilità e ancora mi dolgo che non abbia funzionato.

Il vero problema del film di David Gordon Green è che, seguendo le regole codificate da quell’inimitabile capostipite e infarcendolo di riferimenti, è difficile non risultare estremamente manierista, sorprendere il pubblico. Il nuovo “Halloween” è ben girato e divertente, ma si muove all’interno di una dimensione – quella dello slasher – con poca possibilità di manovra.  Usa stereotipi del sottogenere e a volte li ribalta in molto azzeccato, ma anche abbastanza prevedibile. Almeno nel modo con cui gestisce gli omicidi di Michael. Più violento del predecessore e incline a mostrare il sangue, non ha il polso per replicare quella tensione che rende l’originale un capolavoro indiscusso del cinema di suspense. 

Anche qualche elemento narrativo non convince del tutto, soprattutto nel momento in cui il regista e gli sceneggiatori  Danny McBride e Jeff Fradley provano a innovare il modello. Lo si coglie nella figura del Dr. Sartain (Haluk Bilginer), “il nuovo Loomis”, come lo chiama anche Laurie, e nel tentativo di renderlo più sfaccettato, capovolgerlo rispetto al personaggio interpretato da Donald Pleasence. Ma la sua forza stava, all’epoca, nella semplicità del ruolo. Quello del vecchio del villaggio delle vecchie storie gotiche, che riconosce il Male e cerca di avvertire del pericolo imminente. 

Nel finale, tuttavia, questo “Halloween” del 2018 stupisce in positivo e si mostra finalmente figlio dei suoi tempi. Quando si arriva al confronto finale, ci sono tre generazioni di Strode coinvolte nella lotta contro il “Male assoluto”. Tre final girls molto diverse da quell’ingenua babysitter di 40 anni fa, tre donne che hanno smesso di scappare.

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Contro

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