Home > Recensioni > Festa del Cinema 2018 — Sangre blanca

Può un volto umano racchiudere in sé il senso e gli scopi di un’operazione cinematografica? Secondo Tsai Ming-liang (il suo “Your Face”, a Venezia 2018, era uno studio sul primo piano, sul volto e sull’orografia che gli anni gl’impongono, strepitoso) assolutamente sì; ci prova anche Barbara Sarasola-Day, chissà quanto consapevolmente, con “Sangre blanca”, nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2018. Il cinema che si occupa di traffico di droga da un confine all’altro è ormai diventato un sottogenere vero e proprio, con il nume tutelare “Maria Full of Grace” (che consegnò addirittura una nomination all’Oscar e un Orso d’Oro alla protagonista Catalina Sandino Moreno) a tirare le fila. Qui, invece, lo spunto di partenza tende ad esaurire presto la tensione narrativa, e tutta la seconda parte gira intorno ad un rapporto umano consunto e senza speranza di ricomposizione, almeno all’apparenza. Il primo piano, si diceva: sul volto della protagonista Martina, sul suo dolore trattenuto, sull’empatia che trasmette, il film gioca molte delle sue carte, non portando a casa pienamente il risultato.

Martina (Eva De Dominici) e Manuel (Rakhal Herrero) attraversano il confine tra Bolivia e Argentina come corrieri della droga. Dopo essersi rifugiato in un albergo, Manuel muore con i pacchetti pieni di cocaina all’interno del suo corpo. La morsa dei trafficanti si stringe allora su Martina, che deve consegnare in un’altra città la merce che sta trasportando e quella rimasta nel cadavere di Manuel. Sembra non esserci via d’uscita. C’è solo una persona a cui Martina può chiedere aiuto, suo padre Javier (Alejandro Awada), che però non l’ha mai riconosciuta. Impantanati nel fango del degrado, padre e figlia cercano una strada per far nascere un legame che non c’era: questa potrebbe essere la loro unica e ultima possibilità.

Sudata, pallida, preoccupata, isterica, le emozioni di Martina sono tutte in campo, mentre ogni uomo intorno a lei la abbandona, per i motivi più disparati. Alternando decisione e indecisione, la regista immerge nel contesto e isola allo stesso tempo la sua protagonista, non certo un punto di forza per un film che si struttura, nella parte centrale, come un thriller, senza però possederne nessuna delle caratteristiche. L’arrivo di papà Javier, almeno sulle prime, porta di nuovo in alto la soglia dell’attenzione: un personaggio dall’oscuro passato, e questo, di solito, nel cinema argentino vuol dire solo una cosa, complicità e connivenza con la sanguinosa dittatura dei colonnelli. Qui il legame non è esplicitato, ma non può bastare la sola professione di medico a spiegare la padronanza nell’allucinante situazione in cui è precipitata sua figlia, né quel reiterato “la nonna mi ha detto tutto” con cui lei lo ricatta per farsi aiutare.

Qualche momento “forte”, ma proprio il minimo indispensabile per un racconto di questo tipo, la sorpresa (relativa) di scoprire l’aspetto e la condizione sociale del boss che ingaggia la coppia di amanti, un finale irrisolto che non prende posizione: se i singoli elementi non funzionano molto, la tenuta generale è buona e l’opera, casomai dovesse arrivare in sala, potrebbe anche non dispiacervi. Il cuore del film, però, risiedeva nella ricomposizione di un rapporto padre/figlia, desiderato disperatamente anche se rigettato all’apparenza, e qui la cineasta argentina disperde in fretta un patrimonio di fascino e mistero costruito faticosamente.

Il solito, medio, prodotto argentino che troviamo ogni anno qui lla Festa di Roma sotto la direzione Monda, senza particolare infamia, ma anche senza molte lodi.

 

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