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Festa del Cinema di Roma 2017 – Commento finale

Le luci dell’Auditorium si sono già spente da un paio di giorni, ma noi vi siamo debitori della seconda parte dei commenti che vi daranno conto dell’imponente mole di pellicole (sì, ci piace chiamarle ancora così) contenute nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2017. 

Una Selezione che si può definire ricca o inutilmente dispersiva, dipende dall’approccio, con qualche gemma e tanti prodotti di medio livello con pericolose tendenze verso il basso, sui quali ci sembra inutile perdere troppo tempo. Ci concentreremo maggiormente sui non pochi lungometraggi da consigliare, sperando non rimangano sepolti nella marea di uscite cinematografiche, home video, digitali e su qualsiasi altro supporto possa venirvi in mente. Chiuderemo con un’impressione finale sull’intera manifestazione e su cosa aspettarsi dal futuro prossimo di questa festa/festival che sembra aver trovato un’identità al terzo anno della direzione di Antonio Monda, appena confermato per un ulteriore triennio: non proprio la strada più allettante per il cinefilo di stretta osservanza, ma di sicuro il ponte di comunicazione con il grande pubblico potenziale che offre la città è stato edificato e comincia ad essere attraversato da un numero sempre più grande di spettatori, perlopiù occasionali.

Cominciamo con i film di finzione, per poi concentrarci sui documentari, che occuperanno la parte preponderante di quest’articolo.  “Los adioses” di Natalia Beristain  è un biopic dedicato alla scrittrice messicana Rosario Castellanos (1925-1974), al suo impegno politico nel movimento femminista e alla sua vita privata. Il soggetto è interessante, gli stralci degli scritti di Castellanos che trovano spazio nel film ci fanno venire voglia di approfondire, ma la produzione si attesta su un livello medio (soprattutto per quanto riguarda messa in scena, ambientazione e direzione degli attori) che non raggiunge mai la qualità necessaria al grande schermo. Trascurabile.

“Tormentero” di Rubén Imaz, coproduzione Messico/Colombia/Repubblica Dominicana, è un ambizioso tentativo di unire suggestioni provenienti dal cinema di Tarkovskij e Weerasethakul con un uso del sonoro vagamente lynchiano: vista l’eccellenza degli ispiratori, il tonfo è di sicuro più clamoroso. Un film cerebrale e inutilmente ingarbugliato, che indovina lo stile registico (e quindi non tutto è da buttare) ma non offre appigli allo spettatore per entrare nella testa di don Romero, uomo anziano che, anni prima, aveva scoperto un giacimento petrolifero in alto mare rovinando, da quel momento, il futuro economico del suo paesino costiero indissolubilmente legato all’attività della pesca. Ragazze violentate a rappresentare Madre Natura, piattaforme di trivellazione incombenti sullo sfondo, flusso di ricordi senza soluzione di continuità tra passato e presente. Potenzialmente una bomba, ma la sua irrisolutezza irriterà anche lo spettatore più formalista.

Solo qualche parola sul progetto potenzialmente più interessante della Festa, rivelatosi poi una delusione assoluta tendente al disastro. L’artista bergamasco residente negli Usa Andrea Mastrovito ha preso attori ed animali direttamente dalla pellicola del “Nosferatu” di Murnau del 1922, uno dei massimi capolavori della storia del cinema e primo approccio autoriale all’horror e al racconto fantastico/metaforico, li ha ricoperti con un rotoscopio da mal di mare e li ha inseriti in sfondi (questi di sicuro più riusciti) digitali ma che restituiscono l’effetto della china di una matita, rigorosamente in bianco e nero. Spudorata e non disprezzabile l’intenzione: aggiornare le tematiche psicologico/sessuali del film originale trasformando il conte vampiro Orlok nell’animo ferito del popolo siriano e di ogni vittima dell’imperialismo americano. Non funziona, semplicemente: non c’è inquietudine, non c’è emozione, non c’è nemmeno il vuoto ma seducente formalismo di un “The Artist”. “NYsferatu – Symphony of a Century”, insomma, non ci è proprio piaciuto.

Iniziamo l’ampia parte dedicata ai documentari, con incursioni nel “cinema del reale”, come meglio si definisce il sempre più labile confine tra rappresentazione e registrazione della realtà. “Ferrari: Race to Immortality” di Daryl Goodrich racconta l’epopea della Formula Uno degli anni Cinquanta, epoca di folli sempre a un passo dalla morte violenta, attraverso le tragiche morti di quattro piloti ferraristi di quegli anni. Filo conduttore un’intervista al “Drake” Enzo che, con cinismo pari alla lucidità, contrappunta gli eventi, spiega e giustifica. Per appassionati dei motori e non solo. “Scotty and the Secret History of Hollywood” di Matt Tyrnauer racconta una storia succosa e inedita, una delle miriadi che si potrebbero estrapolare dietro le quinte della Hollywood della Golden Age, quella di Scotty Bowers. Reduce di guerra, inizia a Los Angeles come benzinaio per poi trasformarsi in amante di uomini facoltosi (tutto inizia con Walter Pidgeon, andate a vedere sulla rete la sua sfolgorante carriera) e tuttofare capace di rimediare ragazzi e ragazze per rapporti omosessuali con le star. In questi giorni di pruriginosi e spesso sconfortanti scandali sessuali, una finestra su un’altra epoca, un’altra moralità, un altro rapporto con il sesso e le dipendenze. Consigliato.

Diamo velocemente conto di “Da’wah” di Italo Spinelli, segnalato alla Festa niente meno che da Bernardo Bertolucci, che ha scomodato paragoni illustri (Roberto Rossellini) che francamente non abbiamo ritrovato sullo schermo durante la visione dell’oper(in)a. Poco più di un’ora sintesi di due settimane di riprese, un approccio superficiale e puramente votato al messaggio (nobile) dell’Islam come religione di pace universale, contro luoghi comuni e diverse interpretazioni dei testi sacri. Spinelli trova qualche momento compositivo e contenutistico interessante, ma l’impressione è che tutto il lavoro avrebbe avuto (e potrebbe ancora avere) bisogno di maggior riflessione e “labor limae”.

Chiudiamo con un documentario davvero gigantesco, visto l’ultimo giorno e che piomba dritto dritto sul podio delle visioni della Festa (per inciso, insieme ai film di Linklater e Bigelow, scalzando Soderbergh di un’incollatura): “Promised Land” di Eugene Jarecki. Strutturato come un road movie, è un viaggio attraverso le Highways della nuova America trumpiana a bordo della leggendaria Rolls Royce che Elvis Presley acquistò nel 1963. Lo spunto è tanto semplice quanto geniale: il percorso che ha portato Elvis da una folgorante ascesa, ad un inevitabile e pietoso declino (a causa di scelte sbagliate e contraddittorie) è messo in connessione con quella dell’America tutta, connessione che appare prima un po’ forzata (e il film ha l’onestà intellettuale di ammetterlo nel primo terzo del percorso) poi sempre più calzante ed aderente. Grandi artisti e grande musica ospitati/a a bordo della fiammante Rolls (che ogni tanto si ferma per problemi meccanici , utile espediente per guardarsi un po’ intorno, ed ecco il “cinema del reale”), la parabola di Elvis raccontata in tutta la sua tragicità. Elvis era terribilmente solo, come gli Usa sul trono del mondo nell’ultimo trentennio. Da vedere e rivedere.

In chiusura, non possiamo non fare nessun cenno al format più identificativo della Festa, gli incontri con personaggi del mondo dello spettacolo (e non, quest’anno hanno raggiunto l’Auditorium anche coach Phil JacksonChuck Palahniuk) che registrano puntualmente il tutto esaurito. Sembra che Monda sia un direttore adatto soprattutto a questo, con un’agenda fitta di numeri telefonici che magari non riattaccano quando compare il nome del giornalista sullo schermo dello smartphone.

L’organizzazione di questi eventi assorbe una parte non specificata del budget totale, che il direttore ha quantificato in 3,8 milioni di euro: forse sarebbe meglio spargerlo più a pioggia su tutto il programma, piuttosto che concentrarsi su ospiti e film americani attesi già presentati prima in altre parti del mondo, una manifestazione non attrattiva in alcun modo per la stampa internazionale. Ma il catastrofismo che avvolge questo appuntamento, nei discorsi di tanti addetti ai lavori, è perfino eccessivo: per dieci giorni abbiamo comunque vissuto respirando cinema da mattina a sera, guardando film in sale quasi sempre piene (e di non sempre facile accesso, ma ora non c’è il tempo di parlarne a fondo), e una ventina di film almeno ce li portiamo a casa, con le loro immagini davanti agli occhi ancora per un po’. Abbiamo cercato di farvi vivere la Festa come se foste lì con noi, speriamo di esserci riusciti. All’anno prossimo.

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