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Festa del Cinema di Roma 2017 — David Lynch

L’ultimo giorno della Festa del Cinema di Roma 2017 è dedicato all’ospite probabilmente più prestigioso o comunque più atteso dalla maggioranza degli accreditati nonché del pubblico (i biglietti per l’incontro erano introvabili già venti minuti dopo l’apertura dei botteghini): parliamo di David Lynch, immenso autore tornato quest’anno alla ribalta delle scene grazie all’epocale terzo capitolo di Twin Peaks.

Un film di diciotto ore, è questo per lui il ritorno nella cittadina che popolò i nostri sogni e incubi all’inizio degli anni Novanta, non soltanto una serie televisiva, lo ha ribadito più volte anche questa mattina, anche quando il vostro indegno cronista gli ha chiesto di scegliere un momento, una sequenza della quale si sente orgoglioso più delle altre: non c’è o comunque non la rivelerebbe mai, l’opera è un corpus unico dal cuore pulsante, inscindibile nelle sue singole parti.

L’amore che quest’uomo è riuscito ad attirare, nel corso di quarant’anni di carriera, verso di sé e la sua opera ha davvero pochi eguali nel cinema contemporaneo, e l’ennesima dimostrazione si è avuta questa mattina nel corso di una conferenza stampa affollata come mai prima, né in questa edizione della Festa né nelle edizioni precedenti. Lynch, con il suo serafico e posato tono di voce che potrebbe tranquillamente essere utilizzato come training autogeno, ha risposto a tutte le domande, a volte in maniera stringata, a volte più argomentata, sempre cortese, attento a guardare in faccia ogni interlocutore. Occhi chiusi per concentrarsi nell’articolazione di pensieri più complessi, e una tazza di caffè posizionata sul tavolino e sorseggiata con gusto a metà dell’incontro, con una dovuta esaltazione per la bevanda e il cibo italiani.

Un solo momento di leggera tensione stemperato dalla stesso regista con una risposta ironica e tranchant: il giornalista dell’Huffington Post chiede se c’è da aspettarsi un prossimo coinvolgimento del regista negli scandali sessuali che stanno squassando il mondo di Hollywood e Lynch risponde con un sorrisetto e un sapido e lapidario “Stay tuned”, causando l’ilarità di tutta la sala.

In pochi momenti il regista amplia le sue risposte, quando si toccano i suoi argomenti preferiti: la meditazione trascendentale, il collegamento tra le sue metodologie narrative e le nuove applicazioni della fisica quantistica, un commosso ricordo per l’amico Harry Dean Stanton (il racconto di un piccolo aneddoto, una scena nella quale l’attore sciorinava battute a getto continuo con i tempi comici migliori di qualsiasi stand-up comedian).

Per quanto riguarda la sua amata meditazione, Lynch tiene a precisare che il raggiungimento della pace interiore non vuol dire rifuggire gli affanni e i dolori della vita, cosa che sarebbe particolarmente castrante per un artista. Deciso rifiuto anche per la visione romantica del creativo squattrinato, che “soffre la fame in una piccola soffitta di Parigi, con una donna che gli porta una scodella di zuppa calda per pranzo”.

Nonostante la non più tenera età, David Lync è perfettamente sintonizzato sulle istanze e le problematiche della contemporaneità, con l’artista totale ultimo mito ideologico da desacralizzare e umanizzare. Scindere completamente l’opera dal suo creatore, anche quando, come nel suo caso, pare esserci totale consonanza tra l’una e l’altra cosa. La mia salvezza è la meditazione trascendentale. Questo mondo trasuda negatività. Lo stress massacra le idee e serve un porto sicuro per non smettere mai di creare. La depressione e il dolore rappresentano il veleno della società di oggi. Ogni essere umano è unico, e un giorno troverà la sua illuminazione, una sorta di pace dei sensi terrena. Siamo tutti meravigliosi e abbiamo delle potenzialità immense, che in qualche modo dobbiamo esprimere. Si può crescere anche attraverso la sofferenza, ma prima bisogna comprenderla nella sua totalità e accettarla. Le persone dovrebbero essere felici e liberare la loro fantasia“.

Fisica quantistica e modalità di racconto: senza perdersi in complicate ricostruzioni, delle quali capireste (e capiremmo) molto poco, Lynch conferma quello che molti avevano ipotizzato: lo spazio e il tempo nel nuovo “Twin Peaks” sono organizzati secondo le ultime teorie in materia, in particolare quella delle stringhe, base per possibili studi e approfondimenti per i prossimi anni o decenni a venire.

Altre informazioni e spunti emersi dai tre quarti d’ora abbondanti di conversazione? Non si pente di aver scelto di dirigere “Dune” invece di “Il ritorno dello Jedi” affermando di aver optato per il progetto tratto dal romanzo di Herbert “perché le battaglie spaziali non facevano per me, l’ho detto anche a George Lucas. Non ho rimpianti. Ormai si fa tutto solo per i soldi, io credo ancora nella passione”. Le sue serie preferite sono “Mad Men” e “Breaking Bad”, l’idea di “Strade perdute” è nata dall’ascolto di “I’m Deranged” di David Bowie (poi presente nella colonna sonora sui titoli di testa), rifiuta con imbarazzo e un po’ di disagio l’utilizzo dell’aggettivo lynchiano (“Il mio medico dice che non devo pensare a queste cose”).

A fine incontro, la sua firma arzigogolata e attorniata da una miriade di puntini, posizionati ogni volta in maniera leggermente diversa, viene apposta su decine di libri, dvd e semplici fogli di carta, con disponibilità totale. Lynch ama il pubblico, è completamente errata l’idea che alcuni hanno di un solipsista che mette in scena continuamente il proprio ego; non è disposto ad esserne schiavo o a limitarsi ad accontentarlo, ma la sua è un’arte comunicativa a vari livelli, e ognuno, con appena un po’ d’impegno, può trovare la sua personale porta d’accesso. A star dietro a quello a cui abbiamo assistito questa mattina, e al bagno di pubblico che lo aspetta in sala Sinopoli questo pomeriggio, sono in molti che quella porta l’hanno trovata, attraversata e (come anche chi vi parla) non riescono più a uscire. Ma, per fare una citazione alta quanto scontata, il naufragar ci è dolce in questo mare.

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