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Festa del Cinema di Roma 2017 — Incontro con Xavier Dolan

Per il secondo appuntamento della sezione “Incontri Ravvicinati” alla Festa del Cinema di Roma 2017, il direttore artistico Antonio Monda ha intervistato il regista Xavier Dolan.

Il giovane prodigio ha parlato della storia della sua precoce carriera, commentando alcune sequenze, proiettate tra una domanda e l’altra, tratte dai sei film da lui girati a partire dal 2009: “J’ai tué ma mère” del 2009, “Les Amours imaginaires” del 2010, “Laurence Anyways e il desiderio di una donna…” del 2012, “Tom à la ferme” che viene presentato alla 70esima Mostra a Venezia dove vince il premio FIPRESCI, “Mommy” che nel 2014 vince il Premio della Giuria al festival di Cannes, e “È solo la fine del mondo” che l’anno scorso riceve, sempre a Cannes, il Grand Prix Speciale della Giuria.

Preferisci la recitazione o la regia?

Preferisco la recitazione. Anche se quando dirigo un film recito insieme ai miei attori. E imparo tantissimo nell’osservazione di come interpretano i personaggi che costruisco.

Il tuo primo film, “J’ai tué ma mère”, l’hai diretto a ventun’anni. Cosa ti ha spinto?

Il bisogno è stato quello di raccontare e creare una storia. Prima di allora avevo tentato la carriera di attore, ma alla fine ero disoccupato. Così mi son detto: “Racconterò un film con la storia della mia vita”, così non avrei avuto concorrenti. Ma le cose erano più complicate dal punto di vista pratico, di quello che immaginassi.

La sequenza che abbiamo scelto di “Les Amours Imaginaires” hai deciso di girarla con un lungo piano sequenza, come mai?

I piani sequenza, rispetto ad ogni altro tipo di montaggio, hanno una potenza diversa. La tensione è palpabile. Ma per il cast tecnico richiede un’attenzione e una concentrazione molto intensa, il coinvolgimento è molto più alto.

Quali sono i film che ti hanno ispirato?

Io ho visto alcuni film, ma non ne ho visti tanti, cosa che è spesso stata motivo di imbarazzo per me. Nella scena che abbiamo visto di “J’ai tué ma mère”, però, c’è un chiaro riferimento a “In the Mood for Love” di Wong Kar-wai, tanto che credo che se lui avesse visto il mio film potrebbe denunciarmi (ride, n.d.r.)! Comunque è anche una citazione da un libro che ho letto, “Ruba come un Artista” di Austin Kleon. È un testo sull’immaginazione, e dà suggerimenti sulla possibilità di diventare artisti, come ad esempio il fatto che ognuno inizi con l’essere fasullo e lentamente scopra la sua identità creativa. Il furto artistico è spontaneo e naturale. Perché ancora non sai chi sei, fintanto che non crei col tuo cuore e la tua anima. E questo può accadere anche attraverso l’ispirazione che viene da opere d’altri. Ripeti idee altrui finché non diventano tue e le personalizzi. Lo stesso Francis Ford Coppola viene citato in questo libro, e incita i giovani talenti a rubare da loro, inquadrature, modalità, fino a che non saranno altri a rubare da voi.

Poni sempre nei tuoi film, attraverso i tuoi personaggi, il rapporto tra libertà e felicità. E sembra che ognuno di loro lotti per raggiungere la felicità, ma non riesce a raggiungerla.
Sì, è così. Lottano ma ogni cosa sembra andare contro di loro. Io la definisco la “pornografia del povero”: l’uso di certe pellicole di parlare dei reietti, degli emarginati, senza però dargli vera dignità. Io cerco piuttosto di descrivere dei combattenti, per mettere in luce la falsità di quella parte della società di cui fan parte i vincenti.

A che genere di film appartiene “Tom à la ferme”? È un dramma, un melodramma, una storia di formazione sentimentale, una tragedia? Come lo definiresti?
Per me è un dramma psicologico, un thriller. Perché ci sono tensione e suspence Magari prima facevo più drammi familiari. Però non saprei definirlo perché mi manca questo tipo di linguaggio. Se mi chiedessero di che genere è “Titanic” non saprei se dire che è un dramma storico.

Non è la prima volta che ti sento nominare “Titanic”, è vero che lo ami molto?

Beccato! (ride n.d.r.) Sì, “Titanic” l’ho amato molto, lo venero quasi. Penso che sia una prodotto cinematografico stupendo: dagli effetti visivi, ai cotumi, gli attori, tutto meraviglioso. È un capolavoro dell’intrattenimento moderno. Chiaramente, però, quando se ne parla, non tutti sono d’accordo. Un paio d’anni fa, infatti, il mio agente mi ha portato ad una cena dicendomi che saremmo stati solo un paio di persone. Ma quando arrivo mi trovo davanti Sean Penn, Ron Howard, Charlize Theron, e altri nomi di questo calibro. Ad un certo punto uno dei commensali domanda a tutti: “Qual è il film che vi ha ispirato di più?”. In quel momento ho pensato: “E adesso questi cosa diranno quando gli dirò “Titanic”!?” (ride, n.d.r.). Comunque è ovvio che non sia un film che si cerchi quando ci si trova in un contesto intellettuale. Ma la domanda non era quale fosse il film più grande di tutti i tempi, ma quale di questi ti abbia fatto venire il desiderio di fare cinema. Io guardo i film con il cuore, non con il dizionario in mano. Quando a otto anni ho visto “Titanic” quello che stavo sentendo davvero era un invito a volare, a sognare e pensare in grande, senza farmi fermare da nulla, quello è stato il momento in cui ho deciso che sarei diventato regista… E che magari avrei scritto una lettera a Leonardo DiCaprio!

Mi hai rivelato che uno dei film che hai amato di più negli ultimi anni è italiano.

Sì, è “Chiamami con il tuo nome” di Luca Guadagnino. Quando l’ho visto non mi ha più lasciato perché è profondo, tenero, pieno di saggezza che cambia il modo di guardare l’amore. Pochi sono i film che hanno questa possibilità. Anche perché trovo che insegni molto anche sul dolore. Spesso cerchiamo film che ci rendano allegri. Ma quando sperimenti emozioni e passioni forti, nel bene e nel male, apprezzi la bellezza del dolore, e non molti film sono in grado di farlo. È il dolore, in effetti, che apre le porte del cuore e permette di creare. È dal dolore, quando avevo il cuore spezzato, che sono nati i miei film

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