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  • Festa del Cinema di Roma 2017 – Last Flag Flying

    Diretto da Richard Linklater

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Richard Linklater è un cineasta ossessionato dallo scorrere del tempo, dai cambiamenti della società e dei rapporti umani legati alle diverse stagioni della vita, dall’amicizia virile. Il suo ultimo lavoro “Last Flag Flying”, nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2017, è una riflessione sull’America e sui traumi che i vari conflitti nei quali il Paese si è trovato impelagato nel corso dei decenni hanno provocato nelle generazioni di giovani che hanno dovuto indossare una divisa e partire per gli antipodi del pianeta. Una divisa che significa principalmente appartenenza, ad un corpo giuridico e politico prima ancora che militare (“Full Metal Jacket” di Kubrick metteva in scena proprio questo), che non si può abbandonare davvero, mai, nemmeno dopo il trapasso o anni dopo la sua dismissione. Linklater, prendendo come spunto di partenza il romanzo omonimo di Darryl Ponicsan (anche cosceneggiatore insieme al regista), seguito di quel “Last Detail” che aveva già ispirato nel 1973 “L’ultima corvè” di Hal Ashby, con la mirabile fusione che gli è consona tra dramma e commedia, tra calde e amare lacrime e risate di gusto, realizza l’ennesimo felicissimo capitolo di un corpus cinematografico tra i più coerenti e compatti del cinema statunitense degli ultimi trent’anni.

Trent’anni dopo aver servito insieme in Vietnam, l’ex medico della marina Larry “Doc” Shepherd (Steve Carell) incontra di nuovo i suoi ex compagni, l’ex marine Sal Nealon (Bryan Cranston) e il reverendo Richard Mueller (Laurence Fishburne), e si fa accompagnare da loro a dare degna sepoltura a suo figlio, un giovane marine rimasto ucciso nella guerra in Iraq. Con l’aiuto dei suoi vecchi amici, Doc intraprende un viaggio verso la East Coast per riportare il figlio a casa. Nel tragitto, i tre ricordano il loro passato componendo un mosaico di memorie comuni e riflessioni sul passare del tempo.

Struggente, deliziosamente ironico, con una struttura narrativa e metaforica calibrate al millesimo, il film è semplicemente uno dei migliori provenienti dagli Usa in quest’annata non proprio strepitosa, ed è l’ennesimo mattone sull’acquisizione dello status autoriale da parte del regista texano, per quei pochi a cui non è bastato “Boyhood”, o la trilogia con Hawke/Delpy, o il dittico “Waking Life”/”A Scanner Darkly”.

Siamo nel passato recente, nel 2003, Internet e i cellulari non sono ancora presenti in tutte le case e in tutte le tasche come oggi, gli Stati Uniti hanno invaso prima l’Afghanistan e poi l’Iraq in risposta agli attentati dell’11 settembre di due anni prima, George W. Bush sta portando a termine il suo primo mandato alla presidenza. L’ennesima generazione di giovani sta combattendo in terre lontane e inospitali ma, questa volta, è vietato per i media mostrare l’arrivo delle bare dal Medio Oriente, per evitare l’effetto rigetto che contribuì ad infiammare la contestazione contro l’intervento in Vietnam. I morti sono tutti eroi, tutti caduti dopo aver salvato i compagni in azione, tutti insigniti di medaglie al valore postume.

Questo è il contesto, le fondamenta di un racconto nel quale tre uomini si rivedono dopo più di trent’anni per portare a termine un’ultima missione, per riedificare da zero quell’amicizia e quello spirito di corpo che li aveva legati in Vietnam, principalmente legato ad un’azione incresciosa compiuta da tutti e tre della quale Doc, il più giovane, si assunse la colpa. Linklater inquadra il Doc di Carell spesso ponendolo al centro del fotogramma, con il “diavolo” Cranston e l’ “angelo” Fishburne ai suoi fianchi, consiglieri di volta in volta saggi o scriteriati, solidali o opportunisti, uomini comunque sui quali contare. Perchè è questo il vero senso dello spirito di corpo: “noi eravamo lì per guardare le spalle ai nostri compagni”. Un film che demolisce la retorica militarista e (soprattutto) antimilitarista, riportando tutto all’origine, alle emozioni di uomini sbattuti nel fiore della giovinezza in condizioni di estremo disagio. Disagio che può essere combattuto in tanti modi, droga in primis …

La regia di Linklater scivola sui corpi e negli ambienti leggiadra e invisibile, sottolineando stilisticamente i momenti chiave (segnaliamo su tutti lo splendido piano sequenza a seguire una bara, impacchettata come un pacco postale) e ottiene una prova magistrale da tutti e tre i suoi protagonisti: Carell trattenuto ma pronto ad esplodere, Cranston debordante e gigione, Fishburne che recita con il corpo e fa dell’immobilismo motorio la rappresentazione plateale del suo credo (forse poi non così) monolitico. Personaggi di cui scopriamo sempre di più, tassello per tassello, tre anime orgogliosamente popolari. Sono proprio i figli del popolo ad essere mandati a morire, gl’incolti, la classe media, la spina dorsale di ogni Paese: è sul loro benessere e senso di appartenenza che si gioca il residuo fantasma di quel Sogno ormai assurto a luogo comune per il suo essere divenuto incubo, utopia invece che opportunità.

Nell’ultima sequenza (se siete rimasti “dentro” il film fino a qui non potrete impedire a qualche lacrima d’inumidirvi gli occhi) tornano le divise, impeccabili o sgualcite, torna la bandiera: che non sventola ma è lì, materica e simbolica. E Bob Dylan, sui titoli di coda, canta “It’s not dark yet, but it’s getting there”, non è ancora buio ma presto lo sarà: ora è iniziata l’era Trump, e le tenebre sono fittissime. Applausi, applausi a scena aperta.

 

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