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Festa del Cinema di Roma 2018 | Drew Goddard | 7 Sconosciuti a El Royale

In apertura alla Festa del Cinema di Roma 2018 viene presentato il nuovo film di Drew Goddard: “Bad Times at the El Royale” (nella versione italiana “7 Sconosciuti a El Royale”, al cinema dal 25 ottobre).

Già regista di “Quella Casa nel Bosco” e sceneggiatore di “World War Z” e di “Sopravvissuto – The Martian”, Goddard raduna un nutrito cast di stelle – tra cui Jeff Briges, Chris Hemsworth, Dakota Johnson e Xavier Dolan – e racconta alla stampa come e perché ha creato questa storia, accompagnato dalla giovane attrice Cailee Spaeny.

La grande protagonista di questa storia è senz’altro la location: l’hotel che si trova a cavallo tra la California e il Nevada.

Drew Goddard: Ciò che adoro del cinema è la possibilità di costruire mondi dal nulla. In particolar modo qua mi è piaciuto tanto giocare sulla dualità, poiché nessun personaggio è come sembra. Così anche per l’ambientazione ho voluto che riflettesse doppiezza e ambiguità. Anche se non avrei mai pensato che sarebbe stato così complesso girare in due Stati!

Cailee, come hai costruito il tuo personaggio, vittima di violenza e manipolazione?

Cailee Spaeny: Con Drew prima delle riprese abbiamo chiarito la natura di Rosie. Mi sono documentata e ho cercato di entrare nella testa di chi resta vittima di personalità forti, come i leader delle sette molto in voga negli anni ’70.

Come mai una struttura così corale?

D. Goddard:
Per me ogni film comincia con amore ed empatia. Scrivere la sceneggiatura e poi dirigere sono lavori molto differenti, uso anche un abbigliamento diverso in base al ruolo che ricopro. Appena finisco la sceneggiatura inizio a pensare al cast e agli attori. Mi piacciono molto i film in cui non c’è un solo protagonista. Chris Hemsworth, ad esempio, lo conosco da un decennio, sapevo che avesse in sé degli angoli bui ed ero certo che ci avrebbe lavorato bene sopra. Fare una regia significa anche nutrire i propri artisti.

Come mai, secondo lei, oggi sta riemergendo la figura di Charles Manson?

D. Goddard: Sicuramente perché rappresenta una mascolinità cupa, cosa che oggi purtroppo a volte emerge. Ogni epoca è fatta da tempi oscuri abitati da luci. Io credo molto nella speranza di un percorso, ed è per questo che celebro la centralità dell’artista, che è il cuore di “Bad Times at the El Rpyale”. Tra l’altro ho iniziato a scrivere questo film cinque anni fa, quando ancora non c’erano movimenti che difendessero apertamente il rispetto della donna. Questo sta ad indicare che certi mali esistono da sempre.

Questa storia sembra essere un omaggio a Quentin Tarantino. Hai mai pensato di scriverlo per lui?

D. Goddard: Decisamente no. Ma la domanda è molto acuta perché Quentin e i fratelli Coen credo siano gli autori che più hanno influenzato la cinematografia del nostro secolo. È praticamente impossibile sfuggire alla loro influenza. Dico solo che ho fatto vedere “Barton Fink” all’intera troupe.

Come mai nell’epoca del digitale hai scelto di girare in pellicola?

D. Goddard: Perché la amo! I colori su pellicola creano effetti imprevisti, è persino difficile da descrivere. Avevo bisogno di fotogrammi ampi, mi ha molto influenzato Sergio Leone con le sue immagini in “C’era una volta il West”. Quello che va di moda non mi interessa, come i sequel che oggi sembra vadano per la maggiore. Io cerco di scrivere quello che vorrei vedere al cinema come spettatore.

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