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Festa del Cinema di Roma 2015 – Grandma, l’incontro con Paul Weitz

A Alice nella Città è il giorno della masterclass di Paul Weitz, il regista della commedia divertente e socialmente impegnata “Grandma“, presentata giovedì 22 ottobre (qui la nostra recensione). Weitz ha incontrato la stampa proprio ieri, e ha risposto alle tante domande e riflessioni che il suo film, seppur comico, pone agli spettatori.

Questo è evidentemente un film costruito su Elle, il personaggio di Lily Tomlin. Quanto ha influito l’attrice sulla sceneggiatura?

Non l’ho detto subito a Lily, ma era a lei che pensavo mentre scrivevo la sceneggiatura. E questo ruolo è quasi una biografia, simile alla storia della sua vita; è stata un’esperienza nuova per lei. Inoltre lei è famosa per essere una caratterista, ma io avevo in mente soprattutto il suo personaggio in “Nashville” (1975) di Robert Altman.

Nel film si mostrano tre generazioni (Lily Tomlin è la nonna del titolo, Marcia Gay Harden sua figlia e Julia Garner sua nipote, ndr). Lei appartiene alla generazione di mezzo, quella dei baby boomer. Quanto ci si rispecchia?

Il film è anche, in parte, un film sul rapporto fra i cambiamenti culturali, sociali e personali di queste tre generazioni. Il personaggio della madre, la donna in carriera che è stata cresciuta da due madri in una società molto più ostile alla comunità omosessuale rispetto a oggi, e ha dovuto sviluppare un carattere forte sia per resistere alla società sia per tener testa al carattere forte della madre Elle. I cambiamenti culturali sono come la marea, vanno e vengono, non seguono una linea prevedibile come vorremmo.

In questo film lei capovolge spesso gli stereotipi e include molti temi controversi (l’omosessualità, l’aborto, il fine-vita, ndr). 

Non ho pensato davvero alle conseguenze del trattare questi temi; anzi, ho avuto un approccio ingenuo, che poi secondo me è l’approccio migliore per affrontare certe questioni. Penso che l’orientamento sessuale, il genere, l’età di una persona non ne definiscono l’umanità. Anzi, se fai un film, a volte il tuo personaggio è meglio che non sia umano; non lo vuoi perfetto. Era importante che Lily avesse difetti; è allo stesso tempo la più intelligente dei personaggi e anche la meno intelligente, perché è iraconda; però lotta per sopravvivere e alla fine, quello che fa, lo fa per la nipote.

A un certo punto della storia la nipote chiede alla nonna se è una slut perché si è fatta mettere incinta, ma la nonna le dice di no e che non vuole che usi quella parola. Ecco, questo è un film sull’identità, la ricerca della propria identità. È questo che conta, non se un personaggio è lesbica, o il fatto che siano tre donne, o che la protagonista sia anziana.

Più che dirigere le attrici lei sembra averle “seguite”, ha lasciato un ampio margine di spontaneità.

Perché il film funzioni non deve esserci distanza fra il personaggio e il pubblico. È interessante perché con tutti gli aspetti politici del film, avevamo paura di confondere il pubblico americano, ma non è stato così: al momento di ascoltare questa storia il pubblico si apre e rinuncia ai suoi preconcetti. Non so se accadrà così anche in Italia. Ma no, non volevo fare imposizioni sulle attrici. Questo è il mio decimo film, e se ho imparato qualcosa, è quello che NON devo fare come regista. Ho cercato di essere il più semplice e meno invadente possibile. Ma nonostante ciò, devo rivelare che fra i miei film questo è quello che a mia suocera è piaciuto meno (ride).

È interessante che un regista uomo abbia colto nel segno la personalità di queste donne forti, persino quella della bambina anti-abortista!

Guardate: è un mito che bisogna scrivere solo di ciò che si conosce. Conosco molti che non fanno così, ma scrivono sulla base dell’empatia. Lo stesso vale per il casting: io ho bisogno che gli attori influiscano sulla definizione del ruolo, anche se non fossero i migliori interpreti. Ad esempio per il personaggio di Laverne Cox (l’attrice transessuale nota per la serie “Orange Is the New Black”, ndr): una volta mi ha intervistato una giornalista transessuale che mi ha detto chiaro e tondo che un mio film non le era piaciuto; ho apprezzato quell’onestà e da allora mi ha ronzato in mente l’idea di un personaggio transessuale da inserire nel film.

Ne sono stato molto soddisfatto, anche per il fatto che è l’unico dei personaggi visitati da Elle a non litigare con lei. Ma, di nuovo, nell’economia della storia non ha importanza l’orientamento sessuale di questo personaggio. Credo che l’azione più politica del mio film sia proprio questa: essere farcito di grandi temi che, seppure controversi, non hanno a che davvero rilevanza nella storia, che vuole invece parlare d’altro.

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