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Festa del Cinema di Roma 2015 — Incontro con Jude Law

A portare Jude Law alla Festa del Cinema di Roma come protagonista di uno degli Incontri Ravvicinati proposti da questa edizione è una circostanza fortunata: l’attore britannico si trova infatti in città da alcuni mesi per girare “The Young Pope“, la miniserie diretta da Paolo Sorrentino per HBO.

Sul progetto naturalmente vige il più assoluto riserbo, ma Jude Law ci tiene comunque a precisare che ammira molto il nostro Sorrentino e si considera davvero fortunato a poter vivere per un po’ qui a Roma: «Dopo aver visto “La grande bellezza” dicevo a tutti che mi sarebbe piaciuto lavorare con lui, e così quando mi è arrivata la sceneggiatura di “The Young Pope” non potevo proprio dire di no. Siamo a Roma da agosto, giriamo soprattutto in centro».

L’affollato incontro in Sala Sinopoli è stato condotto dal neo-direttore della Festa Antonio Monda, prendendo spunto da una serie di clip tratte dalla lunga filmografia di Jude Law, che ha solo 42 anni ma è sugli schermi da quasi venti.

Si parte da “A.I. – Intelligenza Artificiale“, il film girato da Steven Spielberg nel 2001 e nato da un progetto incompiuto di Stanley Kubrick nel quale l’attore interpretava il mecha Gigolo Joe; si passa poi a “Il talento di Mr. Ripley” (1999, tratto dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith) e “Ritorno a Cold Mountain” (2003), entrambi diretti da Anthony Minghella.

«Quand’ero più giovane lavoravo in maniera istintiva sui ruoli, mentre ora credo che uno degli aspetti più belli del mestiere d’attore sia la ricerca, a volte anche storica, che si fa per costruire il personaggio», riflette l’attore ricordando queste sue prime esperienze.

La carrellata lungo la carriera di Jude Law prosegue con tre personaggi legati alla letteratura: Watson in “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie (2009), Karenin in “Anna Karenina” di Joe Wright (2012) e Bosie in “Wilde” di Brian Gilbert a fianco di Stephen Fry (1997).

È più divertente incarnare un personaggio simpatico o antipatico?, domanda Monda. «Mi diverto sempre. Se non mi divertissi svolgendo un lavoro così bello dovrei farmi qualche domanda. Per quanto riguarda i personaggi, non riesco a giudicarli. Credo si debba trovare un equilibrio, indagando nei lati oscuri dei personaggi positivi, e viceversa».

La clip tratta da “Road to Perdition – Era mio padre” (2002) di Sam Mendes apre la discussione alle differenze tra i registi di origine teatrale, come appunto Mendes, e quelli dediti invece esclusivamente al cinema: «Dipende — riflette Law — Ho girato da poco “Genius” con Michael Grandage e il suo metodo di lavoro è in effetti influenzato dalle sue esperienze teatrali. Mentre con Sam Mendes non l’avevo notato. Forse perché al tempo aveva già girato “American Beauty” e quindi aveva già affinato uno sguardo cinematografico. In “Road to Perdition” ricordo che lavorammo sulla definizione del mio personaggio soprattutto da un punto di vista fisico: volevamo che avesse spessore sullo schermo, anche se lo spazio che gli dedicava la sceneggiatura era ridotto».

Jude Law non nota neanche grandi differenze tra lo stile di lavoro degli autori inglesi o americani: «Quello che conta è quanti soldi puoi spendere. Non tanto la nazionalità del regista. Nei progetti con budget e tempi di lavorazione limitati le cose si fanno per amore, e chiedono molta energia, perché non puoi permetterti sprechi».

Agli ospiti della Festa del Cinema quest’anno Antonio Monda chiede infine di scegliere un film de cuore da condividere con il pubblico: quello di Jude Law è “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton («uno dei più grandi attori di tutti i tempi che con un solo film ha dimostrato di essere anche un grande regista», osserva Monda).

«È stata mia madre a farmi scoprire questo film quand’ero ragazzino — ricorda Law — E lo amo perché mi ha aiutato a capire il potenziale dell’elemento di teatralità in ambito cinematografico, e per teatralità intendo ciò che fa appello all’immaginazione e non ricorre necessariamente al realistico. Nel caso di “La morte corre sul fiume” abbiamo un equilibrio esemplare tra una storia reale e una cornice infantile, quasi fiabesca».

Una nota finale: la formula degli Incontri Ravvicinati è pensata per accontentare i fan che vogliono vedere un personaggio amato dal vivo, ma è un peccato — almeno nel caso di Jude Law — non concedere alcuno spazio alle domande dal pubblico (né a foto e autografi, alla fine).

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