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Festa del Cinema di Roma 2015 — Incontro con Paolo Villaggio

In occasione del quarantennale dell’uscita nelle sale del primo Fantozzi, i primi due film dedicati allo storico ragioniere partorito inizialmente su carta dalla mente di Paolo Villaggio, che l’avrebbe poi egregiamente interpretato anche al cinema, e diretti da Luciano Salce, tornano al cinema restaurati e rimasterizzati.

La Festa del Cinema di Roma ha colto la palla al balzo e, oltre a proiettare i due film anche qui all’Auditorium, ha organizzato un incontro pubblico con Villaggio a precedere la proiezione de “Il secondo tragico Fantozzi“; presente sul palco anche Anna Mazzamauro (interprete nella saga della signorina Silvani) che però, com’era ampiamente prevedibile, non riesce quasi ad aprir bocca, travolta lei, come tutti i presenti, dal torrente di parole in libertà che fuoriescono dalla bocca dell’attore genovese.

Cinquanta minuti d’incontro che sarebbero potuti essere molti di più: quando il figlio Pierfrancesco arriva a portarlo via, Villaggio (parole sue) si è appena «scaldato». Anche il moderatore Alberto Crespi non riesce a fare altro che presentare l’attore al suo arrivo, Villaggio s’impadronisce subito del microfono e inizia a gettare pessimismo e cinismo sulla platea, ma la forma in questi casi è più importante del contenuto, e le battutine non mancano mai di punteggiare e sottolineare il discorso, battutine difficili da riportarvi qui perché su carta non renderebbero per nulla.

Si comincia a parlare di Fantozzi e dell’età del personaggio: «Fantozzi nasce cinquant’anni fa, il primo libro è stato un successo incredibile, ha venduto oltre un milione e mezzo di copie. Quante copie vende ora Camilleri, con tutto il rispetto? Trentamila? La gente oggi non legge più, guarda la tv. La guardo anch’io eh, mica me ne tiro fuori. Sono un appassionato totale di “Animali pericolosi”, e di notte, quando non riesco a prender sonno, qualche pornetto lo guardo, per puro piacere estetico, perché la mia attrezzatura ormai…».

Interrogato sul perché della scelta di Anna Mazzamauro per il personaggio della signorina Silvani, Villaggio ricorda: «Quando io e Salce cercavamo una donna adatta come grande amore della vita sfortunata di Fantozzi, eravamo alla ricerca di un vero “cesso”. La troupe chiamava Anna “Il cesso”, questo lei non lo sa, non gliel’ho mai detto (la Mazzamauro incassa e ribatte, ironica ma anche un po’ stizzita, «un cesso su cui Fantozzi desiderava ardentemente posare il c..o»). Fantozzi non avrebbe mai potuto innamorarsi di una donna bella».

Si parla di spiritualità, ed esce fuori questo gustoso aneddoto: «Una volta in un mio programma avevo come ospite Margherita Hack, non sapevo come tentare un approccio con lei, e le chiesi cosa pensasse di Dio. S’incazzò come una belva, urlò che tutti le facevano sempre la stessa domanda, si può dire “del cazzo”? D’altronde sono parole della Hack… Aggiunse, sempre urlando, che l’universo è formato da miliardi di galassie che si allontanano progressivamente l’una dall’altra alla velocità della luce, se n’è andata e non mi ha mai più salutato. Ora è mortissima, giusto?».

Riguardo alla nascita del personaggio Fantozzi: «Prima di fare questo meraviglioso mestiere, ho lavorato per quattro anni come impiegato all’Italsider, e lì ho scoperto la vera tristezza e lo squallore della vita da impiegato. Ho visto cose assurde: c’era un certo Bianchi, ora sarà morto quindi lo posso dire, che si vantava di non fare nulla da cinque anni. Ogni tanto si alzava dalla scrivania (meglio dire “si svegliava”) e urlava che le sue dita non toccavano una pratica da cinque anni, e giù applausi scroscianti. Fantozzi nasce da qui. Quando fai un mestiere che ti piace, invece, senti comunque la fatica ma non ti pesa».

Sugli intellettuali italiani: «Gli intellettuali di oggi fanno finta di parlare di cose interessanti, alte, poi alle parole TOTTI e FICA si ridestano, tirano fuori un sorriso, e parlano di quello per ore».

La sua disamina pessimista sull’Italia di oggi: «In Italia nessuno riconosce di essere infelice, sono tutti tranquilli, all’apparenza. Non è più l’Italia della mia giovinezza, gli anni Sessanta e Settanta sono stati il miglior periodo nella storia di questo Paese, si usciva da una guerra sanguinosa e assurda e c’era speranza, ottimismo. Ora ci siamo intristiti, si parla solo di ladri, i giornali sono scritti in sanscrito, i giornalisti parlano solo tra di loro. So che è un discorso trito e ritrito. Torniamo ai giornali: dopo le notizie importanti incomprensibili, arrivano subito le notizie “ghiotte” per la gente, soprattutto coltellate alle donne da parte di imbecilli totali. Quando mi sentono parlare italiano, io dico di essere della Svizzera italiana. Noi siamo molto divertenti, ecco cos’abbiamo, non siamo noiosi. Non produciamo più film interessanti però, scrittori interessanti…».

Il discorso scivola sui tanti amici e colleghi ormai defunti: «Io sono ghiotto di funerali, ai funerali nessuno ti caccia mai, non ti diranno mai che sei un imbucato. Non sono più una persona molto allegra perché non ho molto terreno davanti a me. Non ho paura della morte, e che mi piacerebbe molto vedere il futuro. Si dovrebbe poter chiedere una dilazione, tipo venti minuti di proroga per vedere l’anno Ventimila. Io ho frequentato tutti i grandi del nostro cinema, Fellini, Gassman, Tognazzi, Monicelli. Federico aveva una strana allegria, una totale leggerezza, come se sapesse già che sarebbe stato ricordato per sempre».

Che Villaggio rimanga tranquillo: nel nostro Paese, il personaggio di Fantozzi sarà tra quelli che faranno ridere il pubblico ancora tra cento anni, come i suoi amati Stanlio e Ollio. Villaggio prima o poi morirà come tutti, Fantozzi è immortale.

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