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Festa del Cinema di Roma 2015 – Pixar: “Il viaggio di Arlo” e l’incontro con Kelsey Mann

La ciliegina sulla retrospettiva Pixar è un’assaggio di pro-spettiva Pixar: la Festa del Cinema di Roma ha invitato lo story supervisor del prossimo film Pixar “Il viaggio di Arlo” Kelsey Mann per mostrarne in anteprima 30 minuti (non consecutivi) e per discutere degli studios e della lavorazione del film.

Cominciamo con una spoilerosissima descrizione delle immagini mostrate. Le prime scene costituiscono il contesto da cui sono tratte le immagini già viste nel full trailer (appena uscito anche in versione italiana): il giovane brontosauro Arlo si ritrova sciaguratamente separato dalla sua famiglia dopo aver assistito per altro alla morte del padre; è in balia della corrente del fiume e quando riesce finalmente a spiaggiarsi si accorge di essersi perso. Qui incontra (ritrova?) un bambino, probabilmente figlio di cavernicoli: ci viene accennato che è stato lui a causare la sciagura di Arlo, ma ciononostante questo bambino diventa in qualche modo il suo “cucciolo”, molto più adatto alla vita selvaggia del fifone Arlo. Seguono vari momenti di meraviglia di fronte alle bellezze della natura incontaminata (risultato tecnico di purissimo fotorealismo), e altre esperienze naturalistiche di effetto spesso comico: uno scontro con un rettile velenoso; un incontro con uno stralunato triceratopo e i simbiotici animaletti che gli vivono appollaiati sulle corna (in questa scena Arlo “trova” il nome del suo nuovo compagno umano: Spot); la tristissima scena al tramonto quando Arlo cerca di comunicare a Spot la tragica storia della sua famiglia, e Spot sorprendentemente capisce e “risponde” con la sua storia altrettanto tragica. Queste scene riassumono molto probabilmente tutto il grosso del primo atto del film.

Brusco salto tonale con l’introduzione delle spalle comiche: tre tirannosauri che invece di correre galoppano in maniera innaturale (ma non abbastanza innaturale da essere divertente), e galoppano perché praticamente sono dei cowboy. Sì, qui arriva la sorpresa: “Il viaggio di Arlo” nel secondo atto è un vero e proprio film western, come confermato anche da Kelsey Mann. Con questi tre tirannosauri Arlo e Spot (che si limita a stargli in groppa e ringhiare all’occorrenza) devono difendere una mandria di bisonti dagli attacchi di predatori di specie non meglio identificata (buffi e spaventosi allo stesso tempo).

Nella conferenza stampa che è seguita alla presentazione delle clip, Kelsey Mann ha risposto ai giornalisti e al curatore della retrospettiva Mario Sesti, commentando, fra le altre cose, proprio le clip appena viste.

Un critico americano ha detto che ci vogliono tre dottorati per lavorare in Pixar.
Se fosse vero non lavorereri lì. Non ditelo alla Pixar! (ride)

Questo è un film sull’amicizia, come molti film Pixar, ma anche sul rapporto fra gli umani e il mondo animale.
Cerchiamo di fare sempre qualcosa di diverso, perché le nostre storie nascono spesso dal tipico “what if”, “cosa succederebbe se”. In questa storia abbiamo invertito lo schema di quelle storie del tipo “un ragazzo e il suo animale”, rendendo ragazzo l’animale e animale il bambino. Così è diventato qualcosa di molto diverso dal solito eppure familiare a tutti. Inoltre abbiamo ipotizzato che l’asteroide che provocò l’estinzione dei dinosauri non avesse mai colpito la Terra. Ma mentre costruiamo la storia, facciamo tantissimi tentativi, e tante altre folli idee le rigettiamo, perché a volte ci facciamo davvero prendere la mano: ad esempio qui, a un certo punto, immaginammo un mondo dove i dinosauri guidassero automobili! Invece alla fine non abbiamo voluto rinunciare a quel feeling da epoca remota, senza riempire quel mondo di eccessiva tecnologia, e volevamo dare la sensazione di un mondo di frontiera, di scoperte.

In quasi tutti i film Pixar c’è un momento in cui i personaggi si allontanano dalle loro case, o dai loro quartieri generali, come nel recente “Inside Out”, e si ritrovano abbandonati a loro stessi a volte per tutto il film. A quanto pare accade lo stesso anche per Arlo. Cosa c’è di così interessante in questo tipo di dinamiche?
Questo film riguarda proprio un viaggio, che è anche il viaggio di transizione dall’infanzia all’età adulta. Volevamo rendere visiva questa transizione, ecco perché la trasformiamo in un viaggio, e allontaniamo i personaggi dalle loro zone di conforto.

La preparazione dei film Pixar richiede sempre lunghi periodi di lavorazione e di ricerca. Vista l’ambientazione preistorica di “Il viaggio di Arlo”, questa volta che ricerche avete fatto?
Spesso la ricerca per una storia si traduce in un viaggio per esplorare le location reali che ricreiamo nel film. Io per esempio non sapevo assolutamente nulla di come si alleva il bestiame, come facevo a disegnarlo? Poi io e Pete Sohn (il regista, ndr) eravamo convinti che una storia di mandriani meritasse un film intero dedicato all’argomento, ma nessuno dei due è un cowboy. Noi del dipartimento “Storie” quando andiamo in questi luoghi cerchiamo piuttosto le sensazioni, a differenza dei tecnici (scenografi, programmatori) che vanno a scoprire i colori, la consistenza del terreno, dell’aria, eccetera. Possiamo dire che noi addetti alle storie facciamo ricerca per prima cosa dentro di noi, nelle nostre vite; ricordiamo come ci siamo sentiti da piccoli, all’età dei nostri personaggi, o come si sentono i nostri figli che oggi hanno quell’età. I miei film preferiti sono quelli dove si capisce che i realizzatori hanno espresso i loro veri sentimenti e non dei sentimenti finti.

I film sui dinosauri in questo periodo sembrano avere ritrovato molto successo, pensiamo alla recente uscita di “Jurassic World”.
Noi cerchiamo comunque di fare film particolari. Questo in fondo non è davvero un film sui dinosauri, ma un film sui ragazzi.

Questo film è praticamente un western classico! È stata una scelta concepita subito o si è sviluppata durante la lavorazione?
No, non era l’intenzione originale, cinque anni fa. Ma quando sono intervenuto io, due anni fa, è stata la prima cosa del film che mi ha raccontato Pete (Sohn). Da quel momento il film è diventato completamente, follemente western. Con le cavalcate, i saloon… “cosa stiamo facendo!?”. (ride)

Quali passi in avanti avete compiuto dal punto di vista tecnico? La scene nell’acqua sono stupefacenti.
Beh, per me è stato facile. A me basta disegnarla, l’acqua. (ride) Ma per chi la deve realizzare in computer graphics è un inferno. I tecnici cercano sempre di farci ridurre il numero di certe scene complicate. Ma alla fine ci riescono sempre. Per esempio con il fiume hanno usato lo stesso stratagemma tecnico del film “Duel” di Spielberg: per girarlo riutilizzavano sempre lo stesso pezzo di autostrada, e per il nostro film, allo stesso modo, hanno riutilizzato gli stessi modelli e gli stessi effetti a ogni ripetizione di quelle scene. La squadra degli effetti speciali è stata straordinaria. Di solito in un film gli effetti speciali fanno solo da supporto, ma qui in certe scene gli effetti sono i protagonisti della scena.

È stata una sfida creare una storia di amicizia fra due personaggi nell’impossibilità di comunicare a parole?
Sapevamo da molto presto che il film avrebbe avuto pochi dialoghi, e questa sì è stata una sfida, soprattutto per un film per bambini, che di solito viene infarcito di azione. Noi l’avremmo fatto anche interamente muto, ma forse sarebbe stato eccessivo.

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