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Festa del Cinema di Roma 2015 — Un bilancio della decima edizione

È tempo di tirare le somme per quanto riguarda questa decima edizione della Festa del Cinema di Roma, la prima del triennio affidato al direttore Antonio Monda che succede all’ottimo lavoro effettuato da Marco Müller dal 2012 al 2014.

Monda ha riportato le denominazione di Festa alla manifestazione, e ha messo su una corposa Selezione Ufficiale (ben 37 film) che conteneva ogni cosa e il suo contrario, diversi generi e diversi codici linguistici, che più che di eterogeneità, a dire il vero, comunicava più un senso di confusione.

L’ultimo film del maestro giapponese Sion Sono (“The Whispering Star“, per me la visione più interessante e stimolante di quest’edizione) e i primi due episodi della seconda stagione di “Fargo“, in onda dal 16 dicembre (un antipasto gustosissimo per una serie che si conferma tra le più attese dopo l’ottima prima annata); tanti documentari (su tutti segnaliamo “Ouragan, l’odyssée du vent” e la prima parte del “Registro di classe” cofirmato da Gianni Amelio) e una sfilata di colossi hollywoodiani (il vertiginoso “The Walk“, già nelle sale, “Truth“, “Room” e i tre gioiellini indie che ci hanno divertito e commosso, e che risulteranno tra i protagonisti dei prossimi mesi, “Mistress America“, “Grandma” e “The End of the Tour“, il più forte pretendente al trono di “cult” grazie alla presenza romanzata di un’icona come D. F. Wallace interpretato da Jason Siegel).

Nessun film in anteprima mondiale, qualche anteprima europea e molte nazionali: una Festa che si rassegna a non essere una prima scelta per le produzioni mondiali ma che, grazie all’accordo con il Festival di Londra, mostra comunque al pubblico una selezione ponderata del meglio di questa seconda parte dell’annata cinematografica.

Bene per il pubblico, meno per la stampa. I film più importanti spesso non hanno avuto una delegazione ad accompagnarli, le loro star ad infiammare il red carpet, i loro registi a disposizione per le nostre domande (una delle poche eccezioni, “Freeheld” di Peter Sollett): una Festa caldissima sugli schermi e all’interno delle sale ma freddissima fuori (al di là del clima mite di una tipica ottobrata romana), nessun giorno è riuscito ad attrarre intorno al red carpet nutrite schiere a caccia di autografi.

Se si esclude, certo, il vero momento trash della rassegna, la presentazione di “Game Therapy“, il film con protagonisti ragazzini e star del web, con l’Auditorium preso in ostaggio per un paio d’ore da giovanissimi scalmanati, ed un film che, per farvi capire il livello, ha perfino causato uno striptease di protesta per la scelta del professionista della rottura di scatole mediatica Gabriele Paolini. Il vero momento dove la surrealtà da terzo mondo mediatico ha incontrato la serie Z cinematografica, si sono annusati, e hanno capito che uno stava togliendo spazio e visibilità all’altro nelle sezioni “colore e costume” dei giornali; meglio essere un filo ironici, e sorvolare su tutto il sottobosco di vip di varia grandezza che affollava la proiezione più glamour, quella delle 19:30 di tutte le sere in sala Sinopoli, e nominarne solo il suo (non)rappresentante più deteriore.

Come mai ancora non si è parlato di premi e vincitori? Perché la gestione Monda ha eliminato le giurie, lasciando al solo pubblico all’uscita dalle sale la responsabilità di assegnare un premio ai film della Selezione Ufficiale. Ha trionfato, assolutamente a sorpresa, l’indiano “Angry Indian Goddesses” di Pan Nalin,una spumeggiante commedia che si trasforma in dramma straziante in corso d’opera, una denuncia contro la realtà della condizione femminile in India, che usa i magnifici paesaggi di Goa per sprofondarci sempre più in una realtà che, ed ecco il perché della location turistica, nemmeno si comprende nei passaggi vacanzieri degli occidentali. Un film da esportazione, accolto a fine proiezione ufficiale da lacrime e svariati minuti di applausi (non porto con me un cronometro in questi casi, il numero preciso tanto di moda nei trafiletti dai Festival più prestigiosi non so darvelo).

Due soltanto possono dirsi le scommesse del Festival da considerare vincenti, i due film che iniziano proprio da qui una strada che potrà (glielo auguriamo) portare lontano loro e i loro autori: stiamo parlando del film italiano più chiacchierato,”Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti, un super-hero movie ben realizzato finalmente anche qui da noi, e “The Wolfpack” di Crystal Moselle, il documentario, già in questi giorni nelle sale, vincitore del premio Taodue della sezione parallela e competitiva Alice nella Città, dedicata al cinema per ragazzi.

La giuria del premio Taodue ha anche menzionato il turco (ma che batte bandiera francese e rappresenterà i transalpini ai prossimi Oscar) “Mustang” un’altra tra le visioni ristoratrici di questo Festival, proveniente dalla Quinzaine di Cannes. La giuria di giovani e giovanissimi ha invece premiato il tedesco “Four Kings“, una sorta d’interessante incrocio tra “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e il teen movie.

Per chiudere con il giudizio sulle pellicole presenti, idea felice quella di portare al pubblico romano opere acclamate in tutto il mondo come “Carol” di Todd Haynes mesi prima dell’uscita in sala, e di selezionare documentari sul cinema di fattura pregevole come “Hitchcock/Truffaut” di Kent Jones, portandoli anche nella novità di quest’anno, la delocalizzazione delle proiezioni in varie sale cittadine, tentando finalmente di far adottare la Festa ai cittadini romani, che paiono subire (o semplicemente disinteressarsi del)la manifestazione.

Non si può non far cenno, infine, ai numeri. Bisogna dare atto al direttore Monda di aver reso pubbliche le difficoltà riscontrate, di aver confermato un calo sensibile nella vendita di biglietti, di aver ammesso che l’elenco delle star presenti è stato scarno come mai in precedenza … Aspettiamo l’edizione del prossimo anno, anche per valutare il lavoro che si farà nei dodici mesi che mancano, con la promessa di una Fondazione Cinema per Roma attiva nell’organizzazione di eventi culturali al di là del periodo festivaliero.

A riconoscimento del lavoro fatto già quest’anno, ricordiamo che il pubblico romano ha potuto incontrare Joen Coen, Frances Mc Dormand, Jude Law, Todd Haynes, Paolo Villaggio e tanti altri. Giusto cospargersi il capo di cenere, quindi, ma giusto anche non essere pregiudizievolmente ostili al lavoro che questo direttore salottiero e mondano potrà realizzare nel tempo; noi, però, di sicuro, preferivamo i direttori cinefili, sinologi, competenti … e di nome Marco Müller.

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