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  • Festa del Cinema di Roma 2016 – 7 minuti

    Diretto da Michele Placido

    Data di uscita: 03-11-2016

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Michele Placido è un regista diseguale, più a suo agio al timone di produzioni di genere (“Romanzo criminale”, “Il cecchino”) che con progetti dalle ambizioni autoriali di più ampio respiro, spesso fallimentari (“Ovunque sei”, “Il grande sogno”). Alla Festa del Cinema di Roma 2016 arriva con il suo ultimo lavoro, “7 minuti”, tratto dalla pièce teatrale di Stefano Massini (qui anche coautore del soggetto insieme allo stesso Placido), ispirata ad un fatto di cronaca realmente avvenuto e, soprattutto, al fondamentale testo teatrale “12 Angry Men” (da noi “La parola ai giurati”) di Reginald Rose, più volte trasposto al cinema da grandi autori quali Sidney Lumet, William Friedkin, Nikita Michalkov. Un testo, appunto, adattabile a tutte le culture e aggiornabile in qualsiasi epoca, soprattutto una dinamica perfetta per il teatro, che al cinema ha bisogno di forti sceneggiature e di un regista che riesca a muovere la macchina dinamicamente all’interno di uno spazio chiuso. Per chi (spero pochi) non sa di cosa si sta parlando, il testo di Rose ci porta all’interno di una giuria americana, undici convinti colpevolisti e un dubbioso innocentista, che continua a votare non in sintonia con gli altri perché il suo desiderio è quello di discutere, di confrontarsi, di non mandare a morire un uomo che, se ritenuto colpevole, sconterà la pena capitale senza soppesare ancora una volta le prove, senza analizzare tutto da angolazioni diverse, senza, in fin dei conti, votare “di pancia”. E’ proprio quest’ultimo il concetto base che la rappresentante sindacale Ottavia Piccolo cerca di spiegare alle sue colleghe del consiglio di fabbrica: MAI prendere decisioni importanti sulla base dell’istintualità.

Il film è ispirato ad una storia vera accaduta in Francia, nel 2012, nella fabbrica di Yssingeaux. I proprietari di un’azienda tessile italiana cedono la maggioranza della proprietà a una multinazionale. Sembra che non siano previsti licenziamenti, operaie e impiegate possono tirare un sospiro di sollievo. Ma c’è una piccola clausola nell’accordo che la nuova proprietà vuole far firmare al Consiglio di fabbrica. Undici donne (Cristiana Capotondi, Violante Placido, Ambra Angiolini, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, la già citata Ottavia Piccolo e tante altre attrici giovani e meno giovani) dovranno decidere per sé e in rappresentanza di tutta la fabbrica se accettare la richiesta dell’azienda. A poco a poco il dibattito si accende, ad emergere prima del voto finale saranno le loro storie, fatte di speranza e ricordi. Un caleidoscopio di vite diversissime, vite di donne, madri e figlie.

L’idea di partenza è buona: parlare di lavoro, di precariato, di nuove condizioni contrattuali, di divergenze generazionali, poggiando la struttura su un testo importante e solido, per di più con un cast completamente al femminile, fatto più unico che raro nel panorama cinematografico nostrano contemporaneo. Ma la riscrittura di Placido e Massini risulta carente, non riesce a caratterizzare le undici personalità come dovrebbe (qui non c’è bisogno dell’unanimità ma solo della maggioranza, ecco perché il numero delle protagoniste viene ridotto di una unità), gira su se stessa più volte ribadendo gli stessi concetti, i personaggi non hanno svolte credibili, le caratterizzazioni sono cristallizzate in figurine bidimensionali.

C’è un discreto lavoro sul make-up e sui costumi, finalmente, facce scavate e slavate, anche se per alcune delle protagoniste “famose” si accentua il mimetismo per aiutarle a scomparire nel personaggio (su tutte Violante Placido e la chiazza bianca sui suoi capelli), c’è una Fiorella Mannoia sorprendentemente brava e in parte, che spicca su tutte le altre insieme ad Ottavia Piccolo, l’unica che riprende al cinema il ruolo che aveva anche nella pièce. Le intenzioni sono lodevoli, il film afferma con forza che la paura di perdere il lavoro fonda le contrattazioni contemporanee, e cedere “soltanto” un pezzo dei propri diritti acquisiti sembra a tutta prima una grande vittoria.

Vorremmo quindi promuovere in pieno questo piccolo oggetto cinematografico solitario e indifeso, ma proprio non possiamo. Perché la sciatteria è sempre dietro l’angolo, perché alcune scelte drammaturgiche sono semplicemente errate (se si sceglie di uscire dalla stanza e di farci vedere anche l’attesa dei capi, perché farlo solo una volta?), perché un film di questo tipo ha bisogno di una serie di scene madri, preferibilmente una per ogni personaggio, che qui non ci sono e anzi ognuna delle protagoniste sembra abbia un canovaccio composto di due/tre concetti basilari e punto (si veda la stolida napoletana interpretata da Maria Nazionale), perché si arriva al finale in maniera frettolosa e poco approfondita. Un’opera che vorrebbe essere “diversa” e coraggiosa, ma che si rivela infarcita dei vizi e vizietti tipici delle produzioni nostrane di serie A, non ultima una recitazione in più punti meno che approssimativa.

Un’ultima suggestione, probabilmente forzata ma inevitabile: un film che parla della scelta tra un Sì e un No e che esce in sala il 3 novembre, un mese prima della consultazione referendaria sulla riforma della Costituzione repubblicana, può non far pensare ad un endorsement di Placido per una delle due posizioni? Noi crediamo che la posizione che risulterà vincente (che naturalmente non vi riveliamo) sia anche quella dove il regista pugliese apporrà la sua croce domenica 4 dicembre.

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