Home > Recensioni > Festa del Cinema di Roma 2016 – 7:19 am

Nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2016, oltre ad una pletora di film statunitensi passati già in molti altri Festival, l’interesse maggiore dovrebbe arrivare dalla piccole produzioni che arricchiscono il nutrito (e un po’ confusionario) programma della manifestazione. Ma non è certo “7:19″ del messicano Jorge Michel Grau una scelta da rivendicare per il comitato di selezione, che probabilmente ha preso il film per la cornice in cui si muovono i personaggi: il devastante terremoto che colpì il Messico il 19 settembre 1985, e che causò in tutto il Paese oltre diecimila vittime. La soluzione narrativa scelta da Grau è forse la più facile (e già vista) in un contesto dal genere, quella di far interagire alcuni personaggi rimasti bloccati sotto le macerie, utilizzata, per fare solo un esempio recente, nel pessimo “World Trade Center” di Oliver Stone.

Città del Messico dunque, 19 settembre 1985. Primo mattino, in un edificio governativo: tutti i dipendenti vengono convocati per una riunione straordinaria. Mentre prendono posto, improvvisamente un violento terremoto li seppellisce sotto nove strati di cemento e lamiere contorte. Bloccati tra le macerie del palazzo, i pochi sopravvissuti, tra cui Martin (Héctor Bonilla), il guardiano notturno, e Fernando (Demiàn Bichir), alto funzionario dello Stato, sono lasciati soli nell’oscurità, aggrappati alle loro vite e in disperata attesa di aiuto.

Il film parte magnificamente. Sono le 19:06, ce ne accorgiamo da un notiziario che viene trasmesso su una Tv inquadrata in primo piano, da cui la macchina si sposta in un piano sequenza lungo e articolato, che praticamente in tempo reale ci presenta i personaggi che entrano e escono dal palazzo fino all’ora fatidica, le 7:19, quando si ritorna sulla Tv, che inizia a traballare, l’immagine va via lasciando il posto a scariche elettrostatiche, il rombo si fa sempre più forte, polvere, calcinacci, nero. Un modo creativo e cinematograficamente accattivante di rappresentare una situazione da “disaster movie” senza avere i mezzi e la tronfia pomposità di un Emmerich, ma con il linguaggio precipuo del cinema. Poi però …

I trenta minuti post disastro affossano irrimediabilmente l’opera, che tenta di riguadagnare posizioni nello scontro di classe che imbastisce nell’ultima parte, su cui avrebbe dovuto probabilmente poggiare maggiormente l’impalcatura di una sceneggiatura che, appunto, perde tantissimo tempo a delineare la situazione nello spazio angusto in cui i protagonisti si trovano rinchiusi. Perché ascoltiamo fuori campo le voci di personaggi che abbiamo visto brevemente nel prologo e che quindi associamo a fatica a volti e personalità? Perché si perde così tanto tempo a urlare e a chiedersi cosa sia successo quando, per lo spettatore, è tutto estremamente chiaro? Perché la regia spezza la claustrofobia dello spazio angusto per attraversare e panoramicare inutilmente sulle macerie? Errori, come già detto, che compromettono la visione e l’immersività, irrimediabilmente.

Un gran peccato, perché il finale è indovinato e il cuore profuso nell’operazione è tanto e si sente, nel trattare un evento luttuoso e nefasto per tutta la nazione messicana, e che lo stesso Grau, ai tempi dodicenne, ha dichiarato di ricordare ancora bene. L’insufficienza non è comunque grave, anche e soprattutto per quel bellissimo quarto d’ora iniziale.

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