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  • Festa del Cinema di Roma 2016 — Al final del túnel

    Diretto da Rodrigo Grande

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Dai paesi latinoamericani, da qualche anno a questa parte, arriva il miglior cinema di genere. Un cinema schietto, onesto, senza eccessive velleità autoriali che punta all’ intrattenimento con intelligenza e senza prendersi eccessivamente sul serio (riuscendo però, a volte, a veicolare messaggi di alto spessore in maniera fruibile a tutti, senza tradire o trascendere i canoni del genere). Non fa eccezione “ Al final del túnel“, terzo lungometraggio del regista/sceneggiatore argentino Rodrigo Grande (in coproduzione con la Spagna). Un buon thriller con sfumature da black comedy, che non dimentica la lezione dei grandi classici (da Hitchcock ad E. Allan Poe), riattualizzandoli in maniera intrigante. Una piacevole sorpresa, in una Festa del Cinema di Roma quest’anno non proprio esaltante.

Seguiamo le vicende di Joaquin (Leonardo Sbaraglia, che abbiamo potuto apprezzare recentemente nell’ episodio in stile “Duel” di “Storie Pazzesche”), un uomo costretto sulla sedia a rotelle, in una casa enorme, piena di ricordi dolorosi, con l’unica compagnia del suo vecchio e malato cane. A stravolgere la sua solitaria routine, arriva la giovane e sensuale Berta, ballerina di strip tease, accompagnata dalla figlia, muta dall’età di quattro anni (forse perchè ha subito un forte trauma). Berta, riesce a far uscire il triste Joaquin dal suo guscio di diffidenza e rimpianto ma, forse, c’è qualcosa sotto. Forse, non è un caso che, da dopo l’arrivo della giovane donna, attraverso il muro della cantina comincino a sentirsi strane voci: qualcuno sta scavando un tunnel per rapinare una banca.

Rodrigo Grande conosce bene i meccanismi della tensione, e costruisce un thriller in cui niente è come sembra. Nella prima prima parte crea un atmosfera di mistero e di attesa, esplorando l’abitazione (in cui si svolge quasi tutta l’azione) con lente carrellate ed un sapiente utilizzo di luce ed oscurità, rendendo l’atmosfera e l’ambientazione ambigui quanto i personaggi che la abitano. Il personaggio di Joaquin è un evidente omaggio ed un aggiornamento del James Stewart de La finestra sul cortile: immobilizzato su una sedia a rotelle, il suo doloroso passato ci viene presentato con una semplice carrellata su alcune foto ed oggetti significativi (proprio come nel geniale colpo di regia del capolavoro di Hitchcock) , e comincerà a spiare i suoi nemici con quel misto di terrore ed eccitazione voyeuristica che caratterizzava il fotoreporter Jeffries.

Nella seconda parte , invece, la pellicola cambia radicalmente di tono, diventando un vero e proprio rollercoaster. La tensione esplode, i personaggi vengono portati alle estreme conseguenze ed ingabbiati in meccanismi di doppi e tripli giochi. Più si va avanti, e più l’intreccio si fa imprevedibile, aggiungendo anche qualche sfumatura di umorismo nero che però non fa mai abbassare la tensione sotto il livello di guardia.

Insomma un prodotto di genere solido, ben costruito e girato con stile, che non ha null’altra pretesa se non quella di intrattenere con intelligenza, e qualche incongruenza in sceneggiatura (il nostro protagonista diventa in un batter d’occhio un esperto di intercettazioni e videosorveglianza, e non si capisce perchè) intacca di poco un giudizio estremamente positivo. In certi casi, non si può volere di più.

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Contro

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