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Festa del Cinema di Roma 2016 – L’apertura

Il Parco della Musica di Roma diventa ancora una volta, per dieci giorni, Parco del Cinema: ha preso ufficialmente il via oggi all’Auditorium di Viale De Coubertin l’11esima edizione della Festa del Cinema di Roma, per il secondo anno sotto la direzione di Antonio Monda, con la collaborazione della direttrice di “Ciak” Piera Detassis.

Dopo il triennio di Marco Müller, che aveva trasformato l’idea della festa d’ispirazione veltroniana in (grande) Festival, si conferma la linea già espressa nell’edizione transitoria dello scorso anno: una Selezione Ufficiale “monstre” non competitiva (ma che assegnerà un premio del pubblico, che vota al termine delle singole proiezioni ufficiali), senza grandi anteprime ma farcita di eventi grandi, medi e piccoli, con molti film che probabilmente saranno protagonisti alla prossima stagione dei premi statunitense, e una serie di retrospettive a ingresso gratuito dedicate ad appassionati e semplici spettatori (il cinema politico USA, Valerio Zurlini, Citto Maselli, Abbas Kiarostami). Ed anche una selezione di film interpretati (e diretti) da Tom Hanks, il protagonista assoluto di questa gionata d’apertura.

Intrattenitore di livello, brillante e ironico, l’attore americano ha monopolizzato la conferenza stampa d’apertura della Festa 2016 rispondendo a tutti, non sottraendosi a nessun quesito, escluso uno. La corrispondente di “Russia Today” gli chiede cosa farebbe per stemperare le tensioni tra Russia e Usa, e lì Hanks se la cava con una battuta ironica, riportando il discorso sul cinema e su “Il ponte delle spie” di Steven Spielberg che, a suo dire, girò “perché avevo sempre desiderato approfondire e analizzare il periodo della dittatura comunista in URSS, e l’unico modo per aver voglia di studiare e informarmi, per me, è quello di prepararmi per un ruolo”.

Hanks ironizza molto anche sulla fobia da social, fermandosi a ogni frase potenzialmente creatrice di titoli e tweet per cercare di depotenziarne l’effetto (un esempio per tutte: “I miei nipoti sono più divertenti di Fellini”, in un discorso in cui si dichiara grande fan del maestro riminese). La nota di colore (e di vergogna) arriva immancabilmente quando l’argomento diventa la politica, in risposta all’inevitabile domanda su Trump e sulla campagna elettorale. Inizio ironico (“ogni quattro anni si riapre in America il circo equestre, il festival della merda”), poi arriva la puntualizzazione: “ai giornalisti italiani che mi chiedono in questi giorni come abbiamo fatto negli Usa ad arrivare a Trump, io rispondo che voi avete già avuto Berlusconi”. Una voce sola, un urlo si alza stentoreo dalla platea: “Ignorante!”. A chi apparteneva quella voce? Ma ad Anselma Dell’Olio naturalmente, la (non) critica italoamericana che conciona(va) inutilmente nel programma di Marzullo, compagna di Giuliano Ferrara, già membro del MIBAC che assegna i contributi ministeriali per i film d’interesse culturale, che ci fa un po’ la figura del giapponese al quale non avevano detto che la guerra era finita. Bravi Monda e la moderatrice (perdonatemi se ora mi sfugge il nome) a glissare immediatamente e a passare oltre. Nel pomeriggio poi, Hanks è stato protagonista del primo incontro con il pubblico, la vera formula distintiva della Festa di Roma sotto tutte le direzioni (nei prossimi giorni in Auditorium potrete incontrare, se volete, tra gli altri, Bernardo Bertolucci, Meryl Streep, Don DeLillo, David Mamet, Paolo Conte, Roberto Benigni, Viggo Mortensen).

Ad aprire invece cinematograficamente la Festa c’ha pensato “Moonlight” di Barry Jenkins che ha, come quasi sempre per le produzioni statunitensi, diviso la critica tra entusiasti e denigratori. Vi rimando alla recensione per saperne di più.

In chiusura, un breve resoconto delle prime visioni, tutte facenti parte delle sezione competitiva autonoma e parallela Alice nella Città, prevalentemente dedicata al cinema per i ragazzi. “My First Highway” di Kevin Meul, produzione belga non priva d’interesse, indovina molte cose e ne sbaglia altrettante. Il regista indovina il personaggio principale e gli attacca addosso la macchina da presa, perdendo forza e senso appena cerca di ampliare il quadro; ottanta minuti che partono e arrivano abbastanza male, ma che ha comunque nel mezzo una mezz’ora di buon cinema, serrato, incalzante, emotivamente risolto.

Per leggere di “3 Generations – Una famiglia quasi perfetta” invece, l’originale “About Ray” produttivamente e (soprattutto) distributivamente travagliato (grazie Harvey Weinstein, ancora una volta), in uscita a fine novembre in Italia, vi rimando alla nostra recensione da Toronto 2015 e all’incontro al quale abbiamo partecipato con la regista Gaby Dellal.

Un’ultima annotazione. Il direttore Monda ha già vantato un incremento del 15% dei biglietti venduti, e onestamente mi sembra un po’ presto per cominciare a sbandierare numeri e successi, vedremo in questi giorni se le presenze aumenteranno davvero rispetto al solito, vi terremo costrantemente aggiornati.

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