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  • Festa del Cinema di Roma 2016 – Genius

    Diretto da Michael Grandage

    Data di uscita: 10-11-2016

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Portare sul grande schermo grandi personalità del passato è da sempre uno dei compiti più ardui  per un cineasta. Il rischio di ridurre personalità cosi complesse e sfaccettate a semplici figurine agiografiche o ad eccentrici buffoni, seguendo il classico ed abusato iter ascesa/ricaduta/redenzione, senza cogliere gli aspetti più profondi e contraddittori del personaggio in questione, è sempre estremamente alto. Michael Grandage, regista teatrale al suo esordio cinematografico, sceglie questa difficile strada dandoci la sua versione di Thomas Wolfe (Jude Law), uno degli scrittori americani più importanti e seminali del ‘900. Personaggio di irruenta vitalità ed ideale ponte di collegamento tra l’elegante e raffinata prosa di Hemingway e Fitzgerald, e lo stile libero e sincopato degli angeli della beat generation che sarebbe venuto di lì a qualche anno, Wolfe ci viene presentato tramite l’incontro ed il grande sodalizio che si instaurerà con Maxwell Perkins (Colin Firth), il geniale e lungimirante editore responsabile del successo, tra gli altri, di Francis Scott Fitzgerald.

L’incontro tra due personalità contrastanti: il genio sregolato che prende la vita per il bavero per scuoterla e sfidarla (quasi schernirla), e l’uomo calmo, posato, che svolge il suo lavoro con professionalità e passione, che tenta di contenere ed incanalare questo fiume impetuoso, quasi proteggendo l’artista dai suoi stessi demoni. Su questo filo si gioca la parte più interessante di “Genius”: bisogna arginare la creatività in funzione di un buon esito commerciale, o lasciare che il genio si esprima libero da qualsiasi barriera formale?

Un quesito a cui non ci viene data risposta (e come si potrebbe), che viene accantonato abbastanza presto con un classico montaggio musicato che ci fa capire che sta passando del tempo, e che i nostri due “poli opposti” si stanno pian piano avvicinando (Rocky ed i suoi allenamenti insegnano). Perkins rappresenta la grande editoria d’inizio ‘900, una visione dell’ America classica destinata a cadere in declino (la grande depressione, la guerra che incombe),Wolfe è il precursore di un linguaggio nuovo, che trae linfa vitale dai bassifondi, dal ritmo frenetico del jazz, un linguaggio in anticipo sui tempi che Perkins non può capire fino in fondo. Anche questo aspetto viene liquidato abbastanza in fretta, in una sequenza in cui Wolfe porta l’ingessato Perkins nel suo mondo: un affollato locale jazz, dove vecchi standard della musica americana vengono stravolti dall’ improvvisazione (metafora semplice, ma abbastanza efficace).

Ciò che rimane, è la più classica delle storie di amicizia tradita e poi ritrovata, un bromance ambientato tra gli anni ’20 e gli anni’30, con protagonisti dai nomi eccellenti. Jude Law gigioneggia: sgrana gli occhi, gesticola tanto, declama ogni singola parola con enfasi e trasporto, tentando di giocarsi le carte per un eventuale candidatura all’Oscar (che si spera non arrivi). Colin Firth è sempre se stesso, calmo, posato, di gran classe, e stendiamo un velo pietoso su una Nicole Kidman (nel ruolo della compagna di Wolfe) in un ruolo mal scritto ed interpretato con la solita gamma di smorfiette che può ormai concederle il suo viso “ringiovanito”. Una pellicola che parte da spunti estremamente interessanti, ma che cade inevitabilmente nel manierismo e nei clichè.

Pro

Contro

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